La mediazione di DraghiCarlo Bonomi contro l’assalto alla diligenza dei partiti sulla manovra

Il presidente di Confindustria al Corriere dice: «Sembrano non avere il quadro d’insieme. Preferiscono scommettere su dividendi elettorali a breve. Ci hanno sempre raccontato che noi le riforme non le potevamo fare perché non avevamo le risorse. Ma oggi le risorse ci sono, quindi non ci sono più scuse. Le riforme vanno fatte»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

La Lega tira la corda sulle pensioni per il dopo quota 100. I Cinque Stelle dicono che il reddito di cittadinanza non si tocca. Dopo aver inviato il Documento programmatico di bilancio a Bruxelles, nella settimana che porterà al consiglio dei ministri in cui la manovra dovrà essere varata, il presidente del Consiglio Mario Draghi prova a rispondere all’assalto alla diligenza con un’opera di difficile mediazione.

«Questa legge di bilancio è importante, aldilà delle cifre, perché dovrebbe essere il primo mattone di un percorso diverso», dice al Corriere il presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Ma «la sensazione è che ancora oggi i partiti non abbiano capito che bisogna concentrare le risorse sulla crescita e sulla produttività. Stanno dando l’assalto alla diligenza com’è successo in tutte le manovre finanziarie precedenti, in cui ognuno di solito dà battaglia per la sua bandierina».

Secondo il leader degli industriali, i partiti «non capiscono che ora bisogna concentrare le risorse su una visione d’insieme, che anteponga a tutto misure a maggior impatto sul Pil. Invece ho l’impressione che non venga permesso al governo Draghi di fare quello che il premier ha sempre detto che serve all’Italia: tecnologia, produttività e crescita. Noi siamo sicuri che il governo sappia bene ciò che va fatto, ma i partiti lo assediano».

La prima misura necessaria sarebbe «un grande intervento coraggioso sul cuneo fiscale. L’Ocse ci sta dicendo che abbiamo il quinto livello più alto di oneri contributivi tra i Paesi avanzati che non entrano in busta paga, perché diventano prelievo». Nel Dpb al momento «si parla di 7-8 miliardi di riduzione del fisco. Ma non è chiaro su cosa. Non si parla invece di tagli al cuneo fiscale, che si calcola non sulle tasse ma sui contributi dovuti per ogni posto di lavoro. Di questi due terzi sono a carico delle imprese. Ma meno oneri contributivi significa più retribuzione lorda che resta in tasca al dipendente e imprese più competitive, se un taglio della quota contributiva riguarda anche loro».

Secondo Bonomi,«servono almeno dieci miliardi perché un intervento abbia effetti sensibili. Ce lo insegnano i tanti interventi precedenti di ammontare minore, che non hanno smosso niente. Sarebbe solo un inizio di percorso, per continuare in una riforma organica con la delega fiscale».

Il taglio dell’aliquota Irpef al 38%, dice il presidente di Confindustria, avrebbe invece un effetto residuale: «Stiamo parlando del 16,5% della platea dei contribuenti Irpef, non di tutti i lavoratori. E la loro aliquota effettivamente pagata è del 22,5%, non del 38%. Invece un intervento sul cuneo contributivo abbasserebbe il costo del lavoro e metterebbe più soldi in tasca a tutti».

Quanto al reddito di cittadinanza, «così com’è oggi va cambiato, perché non intercetta gli indigenti del Nord e disincentiva tanti anche al Sud dal cercare lavoro nell’economia ufficiale. Ora si vuole mettere quasi un miliardo in più, senza realmente modificare l’assetto del provvedimento. Inoltre si pensa di proseguire con le politiche attive del lavoro così come sono, potenziando con 4 miliardi del Recovery i centri pubblici per l’impiego invece che le partnership pubblico-privato. Ricordo che nel reddito di cittadinanza sono già stati stanziati 516 milioni nel triennio 2019-2021». Una cifra destinata a rioccupare i soggetti beneficiari del reddito di cittadinanza che, spiega, «ha creato in tutto 423 assunti. Per ognuno di loro lo Stato ha speso 1,2 milioni di euro, ognuno ci è costato 406mila euro all’anno. In queste condizioni è inutile mettere altri soldi nel reddito di cittadinanza, se non lo riformiamo. Oggi non è completo nell’intercettare gli incapienti ed è un grosso fallimento nella parte delle politiche attive».

Bonomi è critico anche sul fronte delle pensioni: «Continuiamo a mettere soldi per prepensionare chi un lavoro lo ha, pur avendo ormai la certezza che così non creiamo nuovi posti. Per quota 100 ci avevano raccontato che per ogni nuovo pensionato ci sarebbero state tre nuove assunzioni. Risultato, ne sono stati assunti 0,4 per prepensionato. Vogliamo continuare a mettere soldi lì? È una scelta che prende a schiaffi i giovani ed è totalmente opposta a quanto indica la nostra tragica curva demografica».

In ogni caso, conclude Bonomi, «credo che al presidente Draghi e al ministro Franco sia ben chiaro cosa fare. Ma i partiti non l’hanno ancora capito. Sembrano non avere il quadro d’insieme. Preferiscono scommettere su dividendi elettorali a breve. Ci hanno sempre raccontato che noi le riforme non le potevamo fare perché non avevamo le risorse. Ma oggi le risorse ci sono, quindi non ci sono più scuse. Le riforme vanno fatte».

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