La sentenza che divideSecondo Lucano, dietro la condanna ci sono un «magistrato importante» e un «politico di razza»

L’ex sindaco di Riace spiega al Corriere: «Già dall’inizio la mia popolarità, mai cercata, li ha infastiditi. Hanno voluto (e vogliono) che si parlasse solo di loro, delle loro attività, dei loro libri, delle loro inchieste». È «ancora presto» per fare i nomi. «Più avanti. Voglio prima leggere le motivazioni della sentenza»

«Dietro la mia condanna ci sono ombre poco chiare». Commenta così sul Corriere l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano la condanna in primo grado a 13 anni e due mesi di reclusione, con la restituzione di 500mila euro, arrivata ieri da parte della Procura di Locri. Quasi il doppio di quanto aveva chiesto per lui l’accusa. Una decisione «lunare», secondo gli avvocati Giuliano Pisapia e Andrea Dacqua.

Lucano dice: «Un magistrato molto importante e un politico di razza hanno dall’inizio cercato di offuscare la mia immagine, il mio impegno verso gli immigrati, i più deboli». È «ancora presto» per fare i nomi, spiega. «Più avanti. Voglio prima leggere le motivazioni della sentenza. Mi aspettavo un’assoluzione piena. Io non mi sono mai lasciato intimidire da nessuno. Per ora hanno vinto loro, ma siamo solo al primo grado. Ci sarà l’appello».

Associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato e abuso d’ufficio sono questi i reati contestati a Lucano. E che, secondo l’accusa, erano alla base del “modello Riace”.

L’ex sindaco torna alle origini della questione: «Già dall’inizio la mia popolarità, mai cercata, li ha infastiditi. Hanno voluto (e vogliono) che si parlasse solo di loro, delle loro attività, dei loro libri, delle loro inchieste. Io non ho avuto la notorietà perché me la sono cercata. Il mio impegno, il mio modo di aiutare il prossimo, sono stati gli argomenti che mi hanno reso popolare. A loro dava fastidio che i media, la politica, s’interessassero di quello che io facevo. Invidia pura. Diventata probabilmente anche rabbia quando la rivista Fortune mi ha assegnato quel riconoscimento e, soprattutto, quando la Rai ha voluto realizzare la fiction su Riace con Beppe Fiorello protagonista. Lì è scattato qualcosa che è alla base delle mie sventure giudiziarie».

Lucano ricorda che «il giudice delle indagini preliminari aveva bollato questa inchiesta come un “acritico recepimento delle prove”, non “integranti alcuno degli illeciti penali contestati in alcuni capi d’imputazione”. La Cassazione ha rinviato gli atti al Tribunale della Libertà, annullando il mio esilio. Eppure, oggi subisco questa sentenza senza precedenti».

La sentenza ha suscitato molto clamore, anche perché arriva a pochi giorni dalle elezioni regionali in Calabria, dove Lucano è candidato come capolista di “Un’altra Calabria è possibile” a sostegno di Luigi De Magistris.

«In effetti è stata una condanna senza precedenti», dice il sindaco diventato noto in tutto il mondo per il suo modello d’accoglienza. «Sono arrabbiato e deluso per un verdetto che ritengo ingiusto sotto ogni profilo. Quello che più mi fa rabbia, però, è che è stata attaccata la mia moralità. Io sono un uomo specchiato e onesto, non ho neanche i soldi per pagare i miei avvocati».

Anche la politica si è divisa, con Salvini che ha subito cavalcato la condanna. Ma «su Riace la politica si era già divisa nel 2015», dice Lucano. «Gli ideali della destra hanno preso il sopravvento e anche la sinistra non è stata all’altezza di porre un rimedio. Salvini all’epoca s’intestò la battaglia contro gli immigrati e si schierò apertamente contro i diritti umani».

Ma nessun rimpianto: «Rifarei tutto. Anche il tentativo di prolungamento dell’asilo politico per la giovane immigrata Becky Moses, trasferita a forza da Riace e morta bruciata nella tendopoli di Rosarno, qualche mese dopo. Uno dei reati che mi hanno contestato è stato proprio questo, aver tentato di trattenere la giovane a Riace».

Lucano ha sempre detto che molti dei progetti sull’accoglienza pensati a Riace sono stati copiati da altri con scopo di lucro. «Verissimo», dice. «Abbiamo portato avanti le nostre idee per dare soprattutto lavoro agli immigrati e anche ai riacesi. Era quello il nostro scopo, e per quello abbiamo ricevuto finanziamenti pubblici provenienti dallo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr)».

Altra accusa è quella di aver favorito due cooperative, prive di requisiti, nell’assicurarsi il servizio della raccolta dei rifiuti urbani. «Ci siamo inventati l’asinello porta a porta. Quale libertà di procedura avremmo turbato?», si chiede. «L’incarico è stato affidato a cooperative sociali, nessuna altra impresa ha mai voluto partecipare. Anche la Cassazione l’ha scritto».

E in vista delle prossime regionali in programma domenica in Calabria, è deciso a mantenere la sua candidatura: «Certamente. Non vedo perché dovrei tirarmi indietro. So benissimo che l’interdizione per cinque anni e la legge Severino non mi consentiranno, se eletto, di far parte del Consiglio regionale. Però voglio conoscere il mio destino. Sapere se ancora la gente ha fiducia in me».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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