Evoluzione naturaleI problemi cronici della difesa europea e la strada obbligata verso il federalismo

Salvaguardando la tipicità di alcuni aspetti culturali e delle tradizioni secolari, la politica estera, fiscale, militare e (ma solo per alcuni aspetti) quella giuridica devono avere un’unica guida, un unico governo, una sola capitale

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La presidente della Commissione Ursula von der Leyen sembra intenzionata a far di tutto per concretizzare l’ipotesi di una forza di difesa unitaria europea composta da almeno 1.500 militari (in un primo momento si parlò di 5.000). Anche in Italia pare esserci un diffuso consenso verso l’ipotesi di un esercito comune e in questo senso si è espresso recentemente il presidente del Consiglio, Mario Draghi, come prima di lui lo aveva fatto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Alcuni politici di varia provenienza hanno fatto loro eco. 

Chi scrive è da lungo tempo favorevolissimo a questa ipotesi ma, nei fatti, la strada della realizzazione di un esercito europeo sembra lastricata più da ostacoli che da concretezza. Parlare di una forza così ridotta potrebbe essere visto come il primo gradino di una scala destinata a crescere e, se così fosse, ci sarebbe solo da compiacersi.

Il problema principale tuttavia sta nel capire da chi questa forza, grande o piccola che possa essere, dovrà dipendere e soprattutto quali saranno le regole di ingaggio e chi le detterà. 

Così come è strutturata oggi l’Unione europea a 27, risulta poco credibile l’ipotesi di costituire un unico comando sovranazionale anche se questa è una condizione base per ogni esercito. Perfino nella Nato il comando vero è sempre uno: americano. Inoltre, considerato che ogni Paese membro dell’Unione persegue da sempre una propria politica estera, chi deciderà per cosa e dove impiegare questi militari? È evidente che, se valesse anche lì la regola dell’unanimità, l’efficacia di questa forza armata sarebbe del tutto evanescente perfino in funzione di deterrenza. 

Possiamo dircelo, seppur con amarezza? Il fulcro del problema è che l’Unione europea, così come la conosciamo e come è venuta strutturandosi nel corso degli anni, è obsoleta.

Se la guardiamo solamente dal punto di vista del mercato siamo di fronte a un evidente successo. Con alcune pecche, ma pur sempre un successo. Se, tuttavia, pensiamo all’Europa come un protagonista politico nel mondo globalizzato ne siamo lontani anni luce. In un mondo multipolare che ha visto il sorgere di nuove potenze l’Europa semplicemente non esiste.

Per confermarlo basta analizzare tutte le crisi internazionali degli ultimi vent’anni, ultima quella afghana, per accorgerci che nemmeno il Paese europeo più forte, la Germania, ha e avrà mai voce in capitolo presentandosi da sola. È proprio per la differenza di dimensioni e di potere negoziale che, dalla Cina agli Stati Uniti alla Russia, tutti hanno interesse a dialogare con i singoli Stati e non con un’Europa che si presenti con una sola voce.

Se i Paesi europei non vogliono essere considerati sempre più quali piccole colonie oggetto di ricatti di ogni genere, è indispensabile che aumentino il loro peso di interlocutori politici, un peso che deve essere almeno alla pari col peso economico globale del nostro continente. Per farlo non c’è che una soluzione: una nuova Europa che non sia più solo un’unione economica ma che si presenti al mondo anche come un’unione politica.

Impossibile? Se insistiamo nella necessità che tutti i 27 Stati membri dell’Unione attuale siano d’accordo, la risposta è: sì, non si farà mai! Il recente atteggiamento del governo polacco, subito affiancato da quello di Budapest, sta a dimostrarlo, se mai ce ne fosse stato bisogno.

Allora? Occorre cominciare a pensare di chiudere questo stadio evolutivo e passare a un gradino superiore. Non tutti i 27 sono d’accordo? Meglio così! Perfino l’uscita del Regno Unito dall’Unione può essere vista come una benedizione. Londra è sempre stata il maggiore ostacolo verso una più profonda integrazione e, oggi, il suo ruolo impedente è svolto dai Paesi di Visegrád, Polonia in testa. È necessario che i politici europei comincino a ragionare concretamente su di una Europa a due velocità: a una aderiranno quelli favorevoli a una vera integrazione e gli altri si limiteranno al mercato comune, sempre che lo vogliano. 

La strada da seguire è la costruzione di un vero federalismo europeo nel quale, salvaguardando la tipicità di alcuni aspetti culturali e di tradizioni secolari (che rimarranno competenza dei singoli Stati) la politica estera, quella della difesa, quella fiscale e, solo per alcuni aspetti, quella giuridica, abbiano un’unica guida, un unico governo, una sola capitale. 

Da italiano arrivo a sostenere che non mi interessa se questa capitale sarà Roma o Berlino o Parigi o Bruxelles o qualunque altra città, ciò che interessa è che ci sia un Parlamento con vere funzioni legislative, democraticamente eletto dai cittadini dei Paesi membri della Federazione e un governo che ne sia la naturale espressione. 

Sembra un’utopia, ma è piuttosto una necessità. Se non si andrà velocemente su questa strada non soltanto l’esercito europeo resterà una chimera (o una scatola vuota) ma tutti i Paesi europei che oggi si credono ancora potenti finiranno per avere internazionalmente lo stesso peso di qualunque Stato di terz’ordine. E nessuno creda che ciò non avrà influenza negativa su quello che è il nostro benessere attuale. 

Da cittadino, da ex parlamentare ben conscio che si tratta di una scelta non priva di rischi e difficoltà di vario genere, chiedo che i nostri politici in carica inizino a discutere fattivamente con i colleghi dei Paesi interessati per identificare le basi comuni da cui partire per raggiungere al più presto questo obiettivo.

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