Punto di non ritornoLe due armi della Commissione Ue per accelerare (o frenare) una Polexit

Per ragioni diverse né il Parlamento europeo né il Consiglio possono rispondere alla sentenza del Tribunale costituzionale polacco che nega la supremazia del diritto comunitario. Von der Leyen può attivare il meccanismo per bloccare l’esborso dei fondi Ue per il mancato rispetto dello Stato di diritto. Oppure non approvare il Recovery Plan di Varsavia, che è sotto esame già da cinque mesi

LaPresse

Con l’ultima sentenza del suo Tribunale costituzionale, la Polonia ha superato la linea rossa: mai un Paese membro dell’Unione europea aveva dichiarato la propria Costituzione incompatibile con il Trattato su cui si fonda l’Unione. Questa decisione potrebbe avere pesanti conseguenze sul futuro della Polonia nell’Unione: se uno degli Stati membri non riconosce la supremazia del diritto europeo, non può più essere incluso nella cooperazione giudiziaria.

La Polonia sarebbe quindi tagliata fuori dall’integrazione comunitaria per tutto ciò che riguarda il piano “legale”: non si tratta di un’uscita formale dall’Unione europea, ma sicuramente Varsavia potrebbe vivere una condizione diversa da quella degli altri Paesi che ne fanno parte.

A meno che il governo polacco non decida di temporeggiare, come spesso ha fatto in questi anni di conflitto, con le istituzioni europee. «Una sentenza entra in vigore soltanto quando è pubblicata sul giornale ufficiale del Paese», spiega a Linkiesta Jakub Jaraczewski, coordinatore all’istituto di ricerca Democracy Reporting International ed esperto del tema. «In teoria l’esecutivo è obbligato a pubblicare i giudizi del Tribunale costituzionale al più presto, ma da quando è al governo il PiS, è capitato che rifiutasse o posticipasse l’operazione».

Il caso più noto, sottolinea Jaraczewski, riguarda il diritto all’aborto in Polonia: a ottobre 2020 il Tribunale costituzionale stabilì che l’interruzione di gravidanza per malformazione del feto era incompatibile con la Costituzione, i polacchi protestarono in massa, e il governo attese che le acque si calmassero prima di rendere operativa la sentenza. «Può essere che si sospenda la pubblicazione, per utilizzarla poi come minaccia contro la Commissione europea», ragiona l’esperto. 

Quando il governo polacco pubblicherà il pronunciamento, la mossa più probabile sarà l’apertura di una procedura d’infrazione in base agli articoli 258 e 260 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Il portavoce della Commissione Eric Mamer, tuttavia, non ha specificato quali possano essere le azioni concrete intraprese, perché al momento la sentenza è oggetto di un’analisi approfondita. Se l’esecutivo di Varsavia non si adeguasse a quanto richiesto, la Commissione attiverebbe allora una causa alla Corte di giustizia europea, che molto probabilmente condannerebbe la Polonia al pagamento di una sanzione.

Ma che cosa stabilisce concretamente la sentenza della Corte costituzionale polacca? Come si legge nel dispositivo del pronunciamento, «gli sforzi della Corte di giustizia dell’Unione europea di interferire nel sistema giudiziario polacco violano il principio dello Stato di diritto, il principio del primato della Costituzione polacca nonché il mantenimento della sovranità nel processo di integrazione europea». Al punto 3 del giudizio, si stabilisce dunque l’incompatibilità di alcuni punti della Costituzione polacca con gli articoli 2 e 19 del Trattato sull’Unione europea. 

Tradotto: secondo la Corte costituzionale polacca, il Tribunale Ue non può condannare i tentativi del governo sovranista di diminuire l’indipendenza della magistratura nel Paese. Come le riforme controverse sulla Camera disciplinare per i giudici istituita in Polonia o la rimozione dei membri della Corte Suprema. 

Ma la stessa Corte costituzionale polacca che ha emesso questa sentenza è, secondo molti analisti, l’esempio più chiaro di una magistratura sottomessa al potere politico: i suoi quindici membri sono stati scelti dal Parlamento fra giudici “allineati“ al partito di governo, Diritto e Giustizia (PiS), proprio per avallare le controverse riforme giudiziarie che l’esecutivo ha promosso negli ultimi anni.

«I nostri trattati sono molto chiari. Tutte le sentenze della Corte di giustizia europea sono vincolanti per le autorità di tutti gli Stati membri, compresi i tribunali nazionali. Il diritto dell’Unione ha il primato sul diritto nazionale, comprese le disposizioni costituzionali», ha detto in una nota la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, promettendo di utilizzare «tutti i poteri» a sua disposizione per assicurare il rispetto di questi principi.

C’è anche chi ha notato l’uso inedito dell’espressione «profondamente preoccupata», che von der Leyen non ha riservato nemmeno alla situazione in Bielorussia o alla legge sui diritti delle persone Lgbtiq in Ungheria. 

Il caso polaccco potrebbe essere un banco di prova per testare il meccanismo che vincola l’esborso dei fondi comunitari al rispetto dello Stato di diritto. Al momento questo strumento non è ancora applicabile proprio perché Ungheria e Polonia hanno presentato un ricorso in merito di fronte alla Corte di giustizia europea.

La Commissione non sarebbe legalmente tenuta ad attendere il giudizio della Corte Ue, ma per questioni di sensibilità politica ha finora preferito non forzare la mano. 

Dopo la sentenza polacca però l’attivazione del meccanismo sembra più probabile e le conseguenze interesserebbero i finanziamenti europei alla Polonia: sia quelli “ordinari“, sia i 36 miliardi di euro, fra prestiti e sovvenzioni, richiesti nel Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. 

Il Pnrr di Varsavia è stato presentato il 3 maggio ed è ancora oggetto di valutazione da parte della Commissione, che nel ritardare la conclusione della sua analisi ha formulato alcune osservazioni sull’indipendenza del sistema giudiziario nel Paese.

Già questa decisione era stata letta da più parti come un segnale politico al governo polacco, con il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro che ha parlato di «ricatto» da parte della Commissione.

Bruxelles ha altre armi a disposizione, oltre al frenare il Recovery Plan. Gran parte dei programmi con cui l’Unione finanzia i suoi Stati membri sono soggetti a un Regolamento sulle disposizioni comuni, che consentirebbe di bloccare i flussi di denaro se il sistema di gestione e di controllo di uno dei Paesi non fosse più considerato efficace. 

Una strategia simile, del resto, si è rivelata vincente sul caso delle regioni polacche che si erano definite «Lgbt-free»: la Commissione ha minacciato di tagliare loro i fondi comunitari e gli enti locali hanno cominciato a fare marcia indietro.

Il Parlamento europeo ha condannato la sentenza polacca. Molti eurodeputati e lo stesso presidente David Sassoli si sono esposti con toni duri, ma non possono fare molto di più di una risoluzione per invitare la Commissione ad agire.

Il Consiglio dell’Unione è invece l’organo più frenato in questa contesa, per la presenza dei rappresentanti polacchi e di quelli ungheresi che coprono loro le spalle: non a caso la procedura dell’Articolo 7, che permetterebbe di sospendere il diritto di voto della Polonia, è stata attivata a dicembre del 2017, ma non ha finora trovato l’appoggio dei governi dell’Unione. 

La Corte di giustizia europea, infine, non è un attore politico e dunque non può prendere iniziative, ma entra in gioco solo su sollecito della stessa Commissione. Per il momento, inoltre, la Corte si è dichiarata incompetente nel definire la legittimità o meno del Tribunale costituzionale polacco.

Una bocciatura è già stata emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che però non è un’istituzione dell’Unione. Un’altra, pronunciata nel tribunale con sede in Lussemburgo, aumenterebbe, forse irreparabilmente, la frattura tra la Polonia e il resto della Unione europea.

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