Sconfitta la pandemia populistaIl Pd ha vinto, ora ha l’occasione di affrancare le forze democratiche

Il centrosinistra ha prevalso nettamente al primo turno delle comunali e con tutte le formule politiche possibili, anche grazie agli stravaganti avversari della destra sovranista. Ma adesso deve rendersi conto che il suo compito è quello di guidare la coalizione e di ricostruire i ponti con l’area liberaldemocratica, non quello di farsi dettare l’agenda da quel che resta dei Cinquestelle e dal suo improbabile leader fortissimo

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Un gran bel risultato per il Partito democratico, l’unico partito tradizionale superstite dopo l’ondata antipolitica degli ultimi anni. Il Pd di Enrico Letta ha vinto al primo turno a Milano con Beppe Sala, sebbene Sala sia uscito dal Pd proprio per allargare l’area del centrosinistra, e ha vinto senza i Cinquestelle ma con i riformisti di Renzi, Calenda e Bonino decisivi per evitare il ballottaggio. Il Pd ha vinto anche a Napoli, con l’ex ministro del Conte due Gaetano Manfredi, ma senza i liberaldemocratici e ha vinto a Bologna, dove avrebbe vinto comunque, questa volta sia con i Cinquestelle sia con i liberali. 

Il candidato del Pd è arrivato primo a Torino contro i Cinquestelle che avevano, come a Roma, un sindaco uscente e hanno vinto con un esponente di che aveva vinto le primarie interne con il progetto politico di non allearsi con i populisti grillini.

Le formule sono state diverse, ma il risultato è stato simile: il centrodestra si è presentato agli elettori con personaggi improbabili e, in un modo o nell’altro, il centrosinistra ha ben sfruttato l’occasione.

Poi c’è il voto di Roma, un caso a parte. Ci sarà il ballottaggio tra il candidato del Pd Roberto Gualtieri e quello del centrodestra Enrico Michetti, con esito non scontato anche se Gualtieri è chiaramente il favorito. Carlo Calenda e Virginia Raggi sono rimasti fuori dal ballottaggio, ma sono forti di un venti per cento circa di consensi cadauno.

Calenda sperava di entrare al ballottaggio, ma riconoscendo la sconfitta ha sottolineato come il voto di Roma dimostra che esiste un’area democratica e liberale, riformista e pragmatica, e che questo venti per cento mal contato avrà un peso nazionale decisivo perché c’è una fetta dell’elettorato che non si rassegna al populismo di destra e nemmeno a quello di sinistra. 

Rigettata con ignominia l’esperienza populista di Raggi a Roma e con i Cinquestelle ormai residuali ovunque nel paese, la questione politica più importante adesso è quella di capire che cosa farà il Partito democratico da domani mattina.

Continuerà a tagliare i ponti con l’area liberaldemocratica per rancori, risentimenti e bizze adolescenziali?

Continuerà a percorrere la strada di un’alleanza strategica con i populisti, facendosi dettare l’agenda politica dai mozzorecchi e affidando la guida della coalizione al leader fortissimo di tutti i progressisti Giuseppe Conte oppure eserciterà finalmente l’egemonia politica sul fronte anti populista, riprendendo il rapporto con Calenda, Renzi e Bonino e liquidando i Cinquestelle e Conte al nulla mischiato a niente che sono sempre stati e che adesso e stato anche certificato dalle urne? 

Fino a ieri si diceva che Roberto Gualtieri a Roma avrebbe siglato un accordo formale con Virginia Raggi, eppure riaffidarsi esclusivamente ai populisti sarebbe un errore fatale perché al ballottaggio del 17 e 18 ottobre in gioco non ci sarà soltanto il nome del sindaco di Roma ma il tessuto morale e la natura stessa del centrosinistra a guida Pd.

Facebook temporaneamente fuori uso, poi, è una bella coincidenza a riprova che il momento per il riscatto finale delle forze democratiche è adesso. Forza.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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