Caos calmoChi è Giorgio Parisi, il fisico (ballerino) che ha riportato il Nobel a Roma

Il premio riconosce il lavoro di uno studioso che ha apportato contributi e idee in più ambiti, ma è anche il simbolo dell’eccellenza universitaria di Roma. Nel privato si diverte con il forrò, danza di coppia brasiliana

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Le celebrazioni sono già cominciate, lo striscione “It’s coming Rome” è già stato appeso dal balcone dell’Istituto di Fisica della Sapienza, con la precisazione «Congratulazioni Giorgio!». Stavolta non si tratta di sport, ma di scienza. Giorgio Parisi, 73 anni, ha vinto (insieme al giapponese Syukuri Manabe e Klaus Hasselmann) il premio Nobel per la Fisica «per la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici da scala atomica a scala planetaria».

La formula riassume, nel modo migliore possibile, l’ampiezza della ricerca di Parisi, che ha saputo con il suo studio del caos, teoria di cui è indiscusso maestro, toccare più campi e ambiti. È un modello che si può applicare più o meno a ogni realtà: «Dalla cera di una candela», come ha ricordato qui, fino al mondo degli investimenti. «Quando si scioglie, sembra che scenda in modo regolare verso il basso. Ma se guardiamo al microscopio quel movimento si vede una serie di terremoti che sono sempre meno frequenti e meno intensi fino a quando non diventa solida. Lo stesso modello matematico regola la volatilità sui mercati finanziari».

Regola molte cose, in realtà. E proprio dallo studio del disordine e della complessità Parisi ha apportato contributi in più ambiti. Anche questo – forse soprattutto questo – è stato all’origine del Nobel (che condivide con il giapponese Syukuri Manabe e il tedesco Klaus Hasselmann). I suoi studi hanno toccato campi come la meccanica statistica, la teoria dei campi, la fisica della materia condensata, con i vetri di spin, fino alla fisica delle particelle. Ma passando per la biologia, la medicina, le neuroscienze, l’apprendimento automatico. Tutto questo, come ha dichiarato al Corriere Antonio Zoccoli, presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, «precorrendo i tempi».

Ha insegnato alla Columbia University e all’École Normale Supérieure di Parigi, ma è sempre tornato a Roma. Qui ha fatto le superiori (in un liceo privato, il “San Gabriele”, ora chiuso e trasformato in residence), l’Università alla Sapienza verso la fine degli anni ’60 (qui ha partecipato alle occupazioni e ha assistito agli scontri) e le sue prime esperienze di ricerca, proprio all’Istituto nazionale di fisica nucleare a Frascati. Ci andò su consiglio del suo mentore, il professor Nicola Cabibbo: «Il Nobel della fisica doveva vincerlo anche lui», ha ricordato lo stesso Parisi in collegamento per la premiazione, quasi vendicando lo studioso, cui il Nobel fu scippato (così pensano i colleghi) nel 2008. Risarcimento postumo a uno dei suoi allievi più brillanti? Può essere.

Parisi fu tra i primi a lavorare a Tor Vergata all’inizio degli anni ’80, che descrive come un ambiente familiare e stimolante ma con un problema grave: era irraggiungibile («Una volta ci ho messo tre ore per arrivare»). Meglio allora tornare, da professore, alla Sapienza, dieci anni dopo. Qui ha tenuto diversi insegnamenti (fisica teorica, teorie quantistiche, fisica statistica, probabilità), mentre pochi anni prima, nel 1988, era già diventato socio dell’Accademia dei Lincei (diventerà presidente a 30 anni di distanza).

La lunga lista dei premi e dei riconoscimenti ottenuti comprende il Premio Lagrange nel 2009, la Medaglia Max Planck nel 2010, ma anche il premio Wolf per la Fisica nel 2021, che ha preceduto di poco il riconoscimento più ambito: il Nobel. Sono tanti i ricercatori italiani, ha aggiunto sempre Parisi, «che lo meriterebbero». Da questo punto di vista il Paese funziona, anche se i giovani sempre molto preparati dopo la laurea «scelgono di andare all’estero per il dottorato». Morale: c’è poco spazio per loro.

Forse dopo questo riconoscimento qualcosa cambierà? Chi può dirlo. Parisi intanto festeggia, forse ballando: è la sua seconda passione. Dopo aver studiato i passi latinoamericani, è diventato un esperto («Diciamo che me la cavo», ha detto a Repubblica) di quelli greci. A questi ha aggiunto di recente il forrò, danza di coppia brasiliana. È un altro modo, forse più divertente, per cercare di mettere ordine al caos della realtà.