La delega fiscaleSecondo Tremonti, riformare il catasto è un «suicidio politico»

L’ex ministro dell’Economia spiega alla Stampa che «la casa è il dna dell’Italia». E sul taglio del cuneo, spiega, ci sono poche risorse. Però «non basta la crescita, non basta la lotta all’evasione per una manovra strutturale»

Foto LaPresse - Claudio Furlan

Giulio Tremonti, più volte ministro dell’Economia nei governi Berlusconi e autore a sua volta di una riforma fiscale che non riuscì a portare a termine, è critico sul testo della legge delega sul riordino del fisco approvata dal governo. L’impianto, spiega alla Stampa, è «tipico della legislazione pre-illuministica, benevola, generica e provvidenziale. Come dire: “L’imperatrice Maria Teresa avrà cura del popolo della Carinzia”». Non solo: secondo Tremonti, la riforma del catasto è «un suicidio».

Tremonti spiega: «In Europa spiegano che bisogna aumentare le imposte sulla casa, è un mantra. Io credo che il punto più alto dell’Europa sia il Trattato di Roma dove si dice che le imposte dirette sono nella sovranità dei singoli Stati. Non stiamo parlando di Google o Facebook, né del sovranismo, ma di democrazia. È il principio del no taxation without representation. Democrazia significa scelta responsabile, rispondere agli elettori. “Che la foresta non impedisca di vedere l’albero”, sosteneva Adenauer».

Secondo l’ex ministro, in Italia si risparmia e si investe sulla casa anche perché «ha avuto enormi migrazioni, dal Sud al Nord e dall’Appennino alla bassa». E «per l’italiano, la seconda è la prima casa, perché sogna di tornare a quella di origine. Tutti gli interventi sugli immobili vanno a colpire non un investimento, ma la memoria storica dell’Italia». Per cui «occuparsi della casa non è solo un rischio politico, proprio non è giusto. Le élite non lo capiscono, ma la casa è il dna dell’Italia e ne riflette una storia di sacrifici e sofferenze. La revisione del catasto come è astutamente congegnata, tra detto e non detto, mi sembra un suicidio politico. Non lo dico per il comportamento della Lega, ma dal punto di vista degli italiani. Quel che è successo con Monti non è stato sufficientemente chiaro».

Addirittura, aggiunge Tremonti, «forse è incostituzionale, si chiede al Parlamento una delega che verrà completata alla fine della prossima legislatura. La tempistica di questa riforma mi impressiona». Perché? «A prescindere dal catasto, la delega dovrebbe essere operativa entro 18 mesi. Così si va oltre questa legislatura. Mi sembra un vizio costituzionale. Può essere corretto che un governo recuperi una delega scaduta, ma che metta per iscritto di andare da una legislatura all’altra è discutibile».

Il taglio del cuneo sul lavoro è il punto centrale di questo provvedimento, però. «Per il taglio del cuneo vengono stanziati 3 miliardi in due anni. Ricorda la storia del tizio che va al bar, ordina da bere per tutti e poi chi paga? Voi», commenta Tremonti. Troppo poco, insomma. «Anche considerando che le coperture finora individuate sono transitorie. Tutti i numeri sono congiunturali, non strutturali».

Nella Nadef si citano 4,3 miliardi potenziali derivanti dalla lotta all’evasione. Ma secondo Tremonti «non basta la crescita, non basta la lotta all’evasione per una manovra strutturale».

Poi, aggiunge, «all’articolo 3, quando si parla della revisione sull’imposizione personale sui redditi, viene proposto un sistema duale. La tassazione sulle imprese e sull’impiego di capitale nel lavoro autonomo è proporzionale, l’aliquota sul lavoro è progressiva. La stessa imposta è spaccata in due, col lavoro che paga di più e il resto che paga meno a parità di reddito. Poi c’è il tema dell’armonizzazione dei regimi di tassazione sul risparmio, cosa vogliono fare? Aumentare le tasse sui Bot? Sono tassati al 12,5%. O scendono tutte le altre aliquote o sale questa. Ultimo punto: il governo annuncia un codice in materia tributaria, ma dovrà fare molti decreti legislativi. È la negazione dell’idea di codice».bE sull’Iva? «Quando si dice che bisogna adeguarsi al Green Deal europeo è molto probabile l’aumento dell’imposta», risponde.

Tremonti ricorda i suoi tentativi di riformare il fisco: «Io ho fatto due riforme fiscali. Una nel ‘94: dalle persone alle cose, dal complesso al semplice. Carlo Cipolla mi scrisse: “Geniale, vedrai che non riesci a farla”. E infatti il governo cadde subito. Nel 2001 fu presentata una legge delega e dopo due anni di discussione il testo fissava 5 imposte e un codice. Per l’Irpef c’erano la no tax area per i redditi più bassi e due aliquote Irpef: al 23 e al 33%. La no tax area e alcuni moduli furono realizzati, ma nel 2004 mi chiesero di lasciare il governo. Aggiungo: dalla crisi del 2008 nessun Paese europeo ha fatto una riforma fiscale. Ci sarà una ragione».