A volte ritornanoLe mosse di Letta si possono interpretare in molti modi, ma una cosa è sicura: nulla è meno nuovo del «Nuovo Ulivo»

Auguriamoci che la scelta di drammatizzare le tensioni con Salvini nell’esecutivo e di puntare su uno scontro bipolare sia solo tattica prima dei ballottaggi. Perché come strategia ha diversi precedenti, e sono tutti finiti malissimo

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Può darsi che la scelta di incalzare Matteo Salvini sulle sue contraddizioni nel rapporto col governo, compiuta dal Partito democratico, sia dovuta semplicemente al desiderio di sfruttare il momento favorevole, tanto più in attesa del secondo turno delle elezioni amministrative in città importanti come Roma e Torino. Può darsi che le dichiarazioni di Enrico Letta sul nuovo bipolarismo e la necessità di costruire una larga coalizione che vada dal Movimento 5 stelle ai riformisti di Carlo Calenda e Matteo Renzi nascano dalla stessa esigenza, e non prefigurino affatto quella scelta in favore di un sistema maggioritario che il segretario del Pd, dopo avere tentato di imporre con una forzatura al suo stesso partito, sembrava avere accantonato. Può darsi che la fortissima sensazione di déjà vu che l’insieme di queste mosse mi comunica sia solo il frutto dei miei pregiudizi.

Può darsi, insomma, che Letta non abbia nessuna intenzione di ripetere l’errore di Achille Occhetto nel 1993, quando la vittoria alle elezioni amministrative sembrò spianargli la strada verso il governo, grazie al nuovo sistema maggioritario e alla logica bipolare che pareva proprio favorire i progressisti, e che favorì invece l’arrivo – e la lunghissima permanenza – di Silvio Berlusconi.

Può darsi che Letta non abbia nessuna intenzione di ripetere l’errore di Walter Veltroni nel 2007, quando la lenta agonia del governo guidato da Romano Prodi lo convinse che fosse meglio staccare la spina e correre al voto, sia pure senza dichiararlo ufficialmente (Giorgio Tonini lo scrisse e Goffredo Bettini lo disse o lo fece capire in molte interviste, ma la versione ufficiale è sempre stata che fu tutta colpa di Clemente Mastella, proprio come domani potrebbe essere tutta colpa di Salvini).

Può darsi che Letta non abbia nessuna intenzione di ripetere l’errore di Pier Luigi Bersani nel 2012, quando rifiutò un accordo per una revisione della legge elettorale in senso proporzionale, con preferenze, sostenendo che ci avrebbe messo «tra Tangentopoli e la Grecia» (associando cioè le preferenze alla corruzione e il proporzionale all’ingovernabilità e alla conseguente bancarotta), nella convinzione che dal voto dell’anno successivo sarebbe uscito vincitore, con in tasca l’incarico per Palazzo Chigi.

Tutto può essere. Dopo avere letto le prime dichiarazioni di Letta all’indomani delle elezioni amministrative una cosa, però, si può affermare con certezza: niente, ma proprio niente, è meno nuovo del «Nuovo Ulivo» che il segretario del Pd si è proposto di rilanciare, che era già la bandiera di Bersani nelle sfortunate elezioni del 2013, che a sua volta era già la riesumazione dell’alleanza del 1996 (durata peraltro pochissimo e finita malissimo, già nel 1998, con la caduta del primo governo Prodi e l’inizio dell’interminabile guerra civile tra «ulivisti» e «partitisti»).

Dai tempi del vecchio Ulivo è passato un quarto di secolo. La stessa fondazione del Pd, al termine di una lunghissima e straziante trattativa diplomatica tra i partiti-fondatori (principalmente Ds e Margherita), avrebbe dovuto essere il superamento di quella logica di coalizione, a conferma di quanto gli stessi protagonisti fossero consapevoli dei suoi limiti.

E invece, come in un infinito e insensato gioco dell’oca, prima ci si fonde e dopo ci si scinde, quindi ci si allea e successivamente ci si divide, per poi rimettersi insieme, in nome del bipolarismo e della governabilità, in coalizioni sempre più numerose, ingovernabili e multipolari. Come l’indimenticabile Unione – anzi: «L’Unione» – del 2006, così chiamata forse per mettere le mani avanti, con buona dose d’involontaria ironia. Coalizione che per riunire il suo stato maggiore doveva prendere in affitto la reggia di Caserta (idea anche dal punto di vista comunicativo piuttosto brillante, in quel 2007 in cui sarebbe uscito «La casta» e nato il Movimento 5 stelle), perché i soli componenti del governo superavano le cento unità (vedi parentesi precedente).

Può darsi che Letta non coltivi affatto l’illusione che le amministrative possano spianargli la strada a Palazzo Chigi (come Occhetto nel 1993), o che la caduta del governo da lui sostenuto possa rivelarsi un vantaggio (come Veltroni nel 2007), o che maggioritario e bipolarismo di coalizione possano avvantaggiarlo (come Bersani nel 2013, e tutti gli altri prima di lui). Ma se invece le coltivasse, queste illusioni, e si comportasse di conseguenza, è assai facile profetizzare che il risveglio, questa volta, sarebbe persino più duro dei già pessimi esempi precedenti. E non solo per lui, purtroppo.