Trash capitaleMichetti è l’eroe di un’epoca che mira a Shakespeare e si ritrova sempre con i Vanzina

Non importa se il candidato della destra non diventerà sindaco, grazie ai suoi diciannove amici barcellonesi scrocconi ha mostrato la stoffa per diventare una star dei cinepanettoni

Mauro Scrobogna/LaPresse

Ascoltatemi, amici, romani, concittadini: io vengo a seppellire Michetti, non a lodarlo. Il male che un uomo fa vive oltre di lui, il bene sovente viene sepolto con le sue ossa: e sia così di Michetti. Il nobile Calenda vi ha detto che Michetti era ambizioso: grave colpa, se ciò fosse vero.

Va bene, va bene, la smetto. Sennò poi Calenda – o uno dei tre che colgono la citazione – domani twitta che io sono una mitomane per conto terzi e ho dato a Michetti del Cesare, e Calenda è uomo d’onore.

Il fatto è che il trash – nell’inconsapevolezza di coloro che usano la parola per indicare altro: il kitsch, le cafonate, a volte persino il camp; non so se abbia vissuto più invano Tommaso Labranca o Susan Sontag – il trash è proprio questa roba qui: mirare alto, e mancare.

Miriamo a Shakespeare – come epoca, dico – e non ci rassegniamo al fatto che il codice per leggere la nostra nazione e il nostro tempo siano i Vanzina. Mira Calenda a Ferruccio Parri, e si ritrova a dibattere con una sardina. Miro io a Truman Capote, e sui social mi dicono che voglio essere la Lucarelli. Mira Michetti a Giulio Cesare, e somiglia piuttosto a Maurizio Mattioli. Siamo così: un poligono di tiro fallito.

L’ha capito il mio pezzettino d’Italia preferito, quei centimetri quadrati che nel mio cuore hanno sostituito la posta del cuore di Carlo Rossella su Chi: le lettere a Francesco Merlo su Repubblica. Ieri un lettore immaginario (prego Merlo di non spezzarmi mai il cuore svelandomi che sono vere lettere e non sceneggiatura vanziniana in purezza) gli ha scritto che in provincia di Lecce vogliono fare un terminal passeggeri (di non ho capito quale mezzo) su un idroscalo in mare aperto. Era il pretesto perché Merlo potesse rispondere scrivendo l’autobiografia della nazione in un rigo e mezzo: «Sembra un film dei Vanzina intitolato: “C’è una barca di soldi, fatti venire un’idea”».

Una volta Enrico Vanzina mi raccontò – devo averlo già scritto, ormai sono vostra nonna che ripete i soliti quattro aneddoti del dopoguerra – che, alla prima di “Un borghese piccolo piccolo” al cinema Fiamma, a Roma, il pubblico aveva esultato quando, dopo averlo torturato per vendetta, Sordi infine aveva ammazzato l’assassino del figlio. Lo disse per spiegarmi che era da ben prima di “Vacanze di Natale” e delle “Finte bionde” che il pubblico aveva difficoltà a riconoscere se il cinema offrisse una stigmatizzazione o un modello comportamentale. O forse lo disse per dirmi quanto gli italiani veri somiglino agli italiani della commedia all’italiana.

E quindi Michetti come sindaco perfetto d’una Roma – la più cialtrona, la più irrecuperabile, la più italiana delle città – fatta a forma di soggetto vanziniano. Dal principio, ma soprattutto da quella favolosissima risposta a quella domanda nel confronto con Roberto Gualtieri prima del ballottaggio.

Uno dei temi di “The West Wing”, lo sceneggiato da cui chi non ha dato esami a scienze politiche ha appreso le dinamiche elettorali, è l’irredimibile inutilità dei confronti tra candidati. Quelli beneducati, in cui non ci si interrompe, ma questo significa che si può dire qualunque enormità.

E infatti il confronto procede educatamente così, con Gualtieri che, quando finalmente gli chiedono cosa intenda fare per la città più zozza dell’universo, parla di «riorganizzazione dei meccanismi di spazzamento di cui si vedranno i primi frutti tra i sei e i diciotto mesi», e nessuno – né il conduttore di Sky né l’avversario elettorale – gli dice ahò, Soncini ci mette meno a liberare il lavello dai bicchieri sporchi, e Soncini è in questo la più lenta d’Occidente.

E già lo «spazzamento» (è una parola che hanno usato entrambi, quindi sicuramente esiste) è un progresso, visto che la prima metà del confronto è fitta di domande l’unica risposta alle quali sarebbe «ma io sono candidato a sindaco, mica a presidente del Consiglio». Michetti prova a dire che lui dovrà adeguarsi alle leggi, se il governo non vuole che si paghino i tamponi ai cittadini non glieli pagherà eccetera, ma perlopiù i due non si sottraggono a rispondere a domande che non si capisce cosa c’entrino, con l’aggancio labile della romanità. Cosa farete per i dipendenti Alitalia, ce ne sono anche che vivono a Roma. Nessuno dei due risponde «offrirò loro una scorta illimitata di supplì», purtroppo.

Ma veniamo al picco vanziniano. Al momento in cui Michetti si guadagna non so se il posto da sindaco ma sicuramente un ruolo da protagonista nei prossimi tre film scritti da Enrico Vanzina.

Il video l’avete visto, perché è stato diffuso assai («virale», dicono quelli che non sanno dire) da gente perlopiù senza senso dell’umore, e quindi offesa a nome di LGBT e tutte le altre consonanti.

Il conduttore chiede: Roma è una città inclusiva sui diritti civili? Nello schermo che adorna lo studio sventola una bandiera arcobaleno: non ci vuole una laurea in studi di genere per capire di che diritti civili parli. Michetti non risponde che è l’ennesima domanda che non attiene ai poteri d’un sindaco (lo dirà – «per i diritti civili c’è l’articolo 3 della Costituzione» – minuti dopo, con un certo esprit de l’escalier o forse separatamente perché la logica non contaminasse la risposta che avrebbe scandalizzato i social).

Prima dice: «Roma è una città che purtroppo ci sono le barriere architettoniche», che fa abbastanza ridere ma non vincerebbe sull’«A Roma c’è un’ipertrofia ma c’è un problema di cinghiali in tutta Italia» detto da Gualtieri poco prima.

Poi accenna l’obiezione di competenza territoriale («Non credo che Roma abbia necessità di fare qualcosa di diverso rispetto al territorio italiano»). E infine passa alla stupendezza che qui vi trascrivo, mentre rivedo il passaggio per la centesima volta e per la centesima volta rido con le lacrime.

«Son venuti a Roma dei miei amici, diciannove amici da Barcellona, e hanno detto ma voi avete l’autobus gratis: siamo entrati, saliti, scesi per una settimana, e nessuno ha pagato il biglietto. Siete la più grande capitale del mondo». È un momento meraviglioso, in cui c’è tutto.

C’è la consapevolezza che il romano il biglietto non l’ha mai pagato e mai lo pagherà e se voleva uno che gli dicesse «delinquente, fila a fare l’abbonamento» mandava al ballottaggio Calenda. C’è la certezza che Gualtieri non potrà fare l’unica obiezione sensata, ovvero che è ora di finirla col mansionario sindacale e gli autisti devono controllare i biglietti. C’è il rimpianto per il poco senso dello spettacolo: nel dibattito ideale, a quel punto Gualtieri avrebbe tirato fuori la chitarra (avrei suggerito l’esecuzione d’un Paolo Conte: «ah, Sudamerica, Sudamerica, Sudamerica»).

La prontezza nel varietà musicale scarseggia, e quindi Gualtieri cita tutte le consonanti per cui «c’è un grande tema dei diritti civili», non solo non canta ma neanche schiaccia l’alzata chiedendo i nomi dei diciannove barcellonesi scrocconi cui da sindaco farà pervenire diciannove multe. E noialtri moriamo di noia, con queste programmazioni cinematografiche che preferiscono Vicari a Vanzina.

Stavo correndo a prendere la residenza a Roma, quando Michetti ha detto di voler abolire le ciclabili e regolamentare i monopattini, ma poi mi ha deluso. Il conduttore gli ha chiesto chi avrebbe idealmente messo in giunta, e lui ha scelto Andreotti, dimostrando senz’altro più spirito pratico di Gualtieri che ha scelto Elodie (la cantante). Ma deludendo così chi (io) sperava in una giunta formata da diciannove barcellonesi. Tutti con delega alla revisione del bilancio Atac.