Olimpiadi del pensieroLe biblioteche di Milano devono tornare a fare cultura sul territorio, dice Tommaso Sacchi

Il nuovo assessore alla Cultura del Comune di Milano spiega a Linkiesta su cosa si concentrerà nei prossimi cinque anni: «Non è pensabile che non godano sempre di collegamenti internet efficienti o di servizi informatici all’altezza e non offrano poi spazi ampi, confortevoli e ben gestiti». E annuncia la creazione degli Stati Generali delle Biblioteche, in cui saranno invitati assessori di Parigi, Londra e Berlino

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«Ho trovato una città che ha fatto passi da gigante dal punto di vista della rigenerazione urbana. Due sere fa camminavo tra piazzale Loreto e via Padova e verificavo che ci sono ormai porzioni di città che pur mantenendo una loro identità, che va preservata, sono ormai strade, luoghi, piazze che hanno cambiato la loro vita, la loro morfologia. Ti accorgi che la città ha davvero cambiato passo». Tommaso Sacchi, nuovo assessore alla Cultura del Comune di Milano è stato fortemente voluto da Beppe Sala, tanto da “scipparlo” allo stesso ruolo che ricopriva a Firenze.

Sacchi a Milano aveva già lavorato dirigendo dal 2011 al 2013 l’ufficio progettuale dell’Assessorato alla Cultura, Moda, Expo e Design durante il mandato di Stefano Boeri, oggi ritrova una città più complessa, con richieste di cultura diverse. «Il lavoro deve tenere conto dei tanti livelli con i quali si esprime Milano: le grandi istituzioni culturali, il modello delle “week”, dei festival diffusi, con il ruolo determinante dell’associazionismo sul territorio. L’ambizione dei prossimi cinque anni è di rafforzare il ruolo delle grandi istituzioni colturali che già hanno ruoli di protagonismo eccezionali, parliamo da La Scala, la Triennale, il Piccolo Teatro e tante altre. Insieme va fatto emergere il patrimonio della cultura indipendente che ha bisogno di una vera legittimazione».

I cinque anni passati hanno regalato un centro vivacissimo, e periferie che a volte hanno accusato una certa distanza distanziate. Forse hanno difficoltà nel capire come la cultura così potrà arrivare davvero fino a loro.
È un lavoro complesso, che deve individuare e far funzionare insieme luoghi e intelligenze. Faccio un esempio, che riguarda uno dei miei progetti per Milano: le biblioteche. Ecco questi sono luoghi di cultura diffusi in tutti i quartieri che possono avere un ruolo molto più incisivo di quanto abbiano oggi. Parliamo di un patrimonio di 24 luoghi distribuiti su tutto il territorio del Comune. Il loro servizio- già importante- è quello di studio, lettura, diffusione dedicato alla comunità del quartier di riferimento, ma proprio per questa loro capacità potrebbero attivare nuovi processi culturali. Io vorrei poter contare sulle biblioteche come luoghi innanzi tutto contemporanei, perché non è pensabile che non godano sempre di collegamenti internet efficienti o di servizi informatici all’altezza e non offrano poi spazi ampi, confortevoli e ben gestiti. Ma poi vorrei che fossero veri soggetti di produzione culturale sul territorio.

E questi sono i luoghi. Ma poi c’è il rischio di calare prodotti culturali che i quartieri non sentano propri.
Vengo dall’esperienza di assessore alla cultura a Firenze, dove una grande e famosa manifestazione culturale come l’Estate Fiorentina ha goduto di una enorme partecipazione nei quartieri, semplicemente perché a organizzarla non è il Comune, ma sono le associazioni, insieme al Comune. Ecco, questa è una formula vincente, a maggior ragione a Milano, città che ha avuto un progresso infrastrutturale importante che va sfruttato. Tornando per un momento alle biblioteche, colgo l’occasione per un annuncio: voglio organizzare a Milano gli Stati Generali delle Biblioteche, con esperti della materia bibliotecaria, portando casi di studio dall’estero, invitando i miei omologhi di Parigi, Londra, Berlino che hanno il medesimo tipo di sensibilità. Servirà a creare confronto e costruire riferimenti.

Mi sta parlando di una visione molto al di là del classico patrocinio che il Comune concede a eventi. Mi pare una visione decisamente diversa, anche del ruolo del Comune stesso.
La parola chiave è coorganizzazione. Ha ragione, nei decenni si è consolidata l’idea dell’Assessorato, come di un ufficio al quale rivolgersi per vedere approvata o meno un’iniziativa. Ecco questo è davvero un paradigma non più attuale, di fronte a città che sono in continua mutazione. Milano ha deciso di interpretare in pieno questa nuova identità di continuo sviluppo. Ecco in questa realtà l’Assessore alla Cultura oltre a essere un buon amministratore deve avere la predisposizione alla coorganizzzzione. È per questo che nei primi venticinque giorni di mandato ho voluto incontrare personalmente le varie realtà, come i gestori di locali dove si fa musica dal vivo, che sono un pezzo di identità di Milano.

All’inizio abbiamo accennato alle “week” milanesi, che coinvolgono tutti gli attori colturali sul territorio. C’è stata anche della polemica riguardo l’effettivo rapporto tra efficacia e costi.
Invece sono proprio la realizzazione della polifonia culturale che Milano può e deve permettersi. Gli aventi hanno cambiato Milano, basti pensare alla riqualificazione di interi quartieri attorno ai “Fuorisalone”. Eventi come Bookcity o Pianocity sono nello stesso solco. Parliamo di eventi che hanno generato veri progetti-laboratorio che danno lavoro e creano un dibattito che dura tutto l’anno.

Pensando ad alcune tappe di questi eventi, che coinvolgono loghi non tradizionali, le chiedo proprio se non sia il caso di portare più’ cultura nei luoghi dove i milanesi spontaneamente e quotidianamente già si aggregano si incrocia, come le metropolitane, le piazze, le vie.
Credo che Milano possa permettersi di non avere preconcetti. Anche nella scelta dei luoghi. Ricordo “Pianocity” che anni fa venne portato sui tram. Certamente vanno considerati anche tutti i luoghi più atipici: le metropolitane, come lei diceva, ma anche le scuole, le piazze.

Poi c’è tutta la realtà dei grandi eventi, che anche nella cultura fanno Milano città internazionale. E c’è il rilancio dopo-covid.
Dobbiamo conciliare la forte spinta creativa, con la prudenza, la pandemia ce lo impone. I momenti sociali devono più che mai contemplare l’elemento della sicurezza. I grandi eventi ci saranno e ve ne sarà un che trascinerà tutti gli altri, le Olimpiadi: sarà un momento che coinvolgerà tutti i caratteri dalla città, come è stato per Expo. Però servirà una pianificazione attenta che regali a Milano la garanzia della continuità. La Cultura è di per sé materia delicata e fragile che non va sottoposta a stress, a stop and go. Quando la cultura è costretta e fermarsi, poi non riprende mai da dove il percorso di era interrotto, ma si vede costretta a fare qualche passo indietro. Anche nel coordinamento degli assessori della grandi città italiane di cui faccio parte attiva, ne abbiamo parlato: serve progettare cautamente, affinché il percorso di crescita non soffra interruzioni.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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