Inside VarsaviaI cittadini polacchi che salvano le vite al confine con la Bielorussia

L’accesso alla zona di emergenza militarizzata alla frontiera con Minsk è vietato a ong, medici e giornalisti. I residenti dei villaggi nell’area sono i soli a poter aiutare i rifugiati accampati che soffrono il freddo e la fame. Una di loro, Kasia, spiega a Linkiesta come riesce a portare viveri e power bank senza essere seguita dalla polizia

LaPresse

Da quando il flusso dei migranti al confine con la Bielorussia è diventato insostenibile per il governo polacco anche la foresta di Białowieża si è ritrovata inglobata nella zona di emergenza militarizzata istituita a fine agosto da Varsavia. L’area, una delle ultime foreste vergini d’Europa, conosciuta per essere il rifugio degli ultimi esemplari di bisonte europeo, si è ritrovata al centro della crisi umanitaria che il regime bielorusso di Lukashenko ha provocato per rispondere alle sanzioni applicate dall’Unione Europea.

Dopo essere stati illusi dal dittatore della possibilità di poter mettere facilmente piede in Europa, molti migranti che hanno superato la frontiera si sono accampati qui, ma sono in trappola: non possono tornare nel loro Paese di origine perché costretti dalla polizia bielorussa a cercare di varcare il confine e allo stesso tempo sono respinti dalle autorità di Varsavia che non permettono loro di presentare domanda di asilo.

Anche qui, come in tutte le aree adiacenti al territorio bielorusso, giornalisti, ong e medici non sono ammessi. Ovunque ci sono le pattuglie delle guardie polacche che impediscono ai migranti di ricevere aiuto nell’addentrarsi ulteriormente nel Voivodato della Podlachia, la regione a Nord-Est della Polonia. Quando le scorte di cibo si esauriscono e il freddo rende concreto il rischio di ipotermia, le speranze di sopravvivere sono nelle mani dei residenti dei villaggi della zona di emergenza. 

La situazione di estrema urgenza nella foresta di Białowieża ha spinto gli abitanti delle comunità locali a creare dei collettivi di volontari disposti a sfidare la legge e a soccorrere i migranti portandogli un cibo caldo, abiti asciutti, un sacco a pelo o una power bank che possa permettergli di restare in contatto con loro in caso di nuove emergenze in futuro. Molti dei volontari e degli attivisti che offrono aiuto nella foresta si erano già riuniti nel 2017, quando il governo polacco aveva disposto altre operazioni di disboscamento nell’area. «È stato facile riunirci per noi, data la nostra esperienza nell’attivismo locale per la protezione della foresta», afferma Kasia, che abita ad Hajnówka, una città che confina direttamente con la zona vietata. 

Ai check point della polizia Kasia giustifica il suo spostamento per motivi familiari per entrare nella zona di emergenza. «Ci riesco grazie al fatto che ho una gran parte della mia famiglia che risiede in questa zona; ogni volta devo dichiarare che sto andando a visitare mia zia o mio zio», racconta. «Facciamo attenzione a non essere seguiti; una volta mi è capitato di essere seguita da una macchina della polizia in borghese e noi ovviamente non vogliamo portare la polizia dai migranti». 

Come gli altri volontari Kasia risponde alle richieste di soccorso che arrivano direttamente dai migranti sulle chat di gruppo. Gli accorgimenti da considerare sono diversi: lasciare la macchina lontano dal luogo di soccorso per non attirare le attenzioni delle guardie, camminare a una certa distanza dalle strade carrabili, uscire al buio. «All’inizio avevamo dubbi su cosa fosse legale e cosa no – spiega Kasia -. Sappiamo che aiutare i migranti ad attraversare il confine è un reato, la legge però dice anche che l’omissione di soccorso è un reato. Per cui abbiamo messo da parte le nostre paure, incoraggiati anche dalle consulenze di alcuni amici avvocati, e abbiamo deciso di continuare ad aiutare queste persone». 

L’intervento dei volontari diventa decisivo soprattutto quando i migranti sono in pericolo di vita e c’è bisogno di trasportarli ai confini della zona di emergenza, dove ci sono le ambulanze delle associazioni dei medici, a cui è vietato l’ingresso nella foresta. In molti rifiutano di essere ricoverati negli ospedali per timore di essere segnalati alla polizia e di essere rispediti nella foresta.

«Quando raggiungiamo gli diciamo che siamo amici, usiamo alcune parole in arabo – spiega Kasia -. Ci sediamo con loro gli diamo quello di cui abbiamo bisogno, cerchiamo di avere una conversazione usando Google translator quando non riusciamo a comunicare, gli chiediamo la loro storia o cerchiamo di scherzare insieme a loro per sdrammatizzare. Molti piangono perché finalmente trovano qualcuno che non li respinge, e che non li tratta come animali».

Tra i residenti della zona, tuttavia, le persone che soccorrono i migranti restano una minoranza. Le grandi ong sono assenti e molte persone si rivolgono direttamente alla polizia quando notano degli stranieri in difficoltà. «Capita specialmente quando hai un figlio o un cognato in polizia e ti senti rappresentato dallo Stato fino a fidarti ciecamente. In questo caso però lo Stato ha visibilmente fallito, perché si rende complice di crimine». 

Nonostante il grande impegno nell’organizzare le raccolte e lo stoccaggio di beni di prima necessità lungo la frontiera lo sforzo umanitario è però insufficiente rispetto alla portata del problema. «Siamo gente normale, come tante altre persone abbiamo una famiglia e un lavoro, e se qualcuno si ammala o deve occuparsi dei bambini ed è un problema esserci questo crea un vuoto nella rete di aiuti», racconta Kamil Syller, che risiede a un chilometro e mezzo dall’inizio della zona di emergenza. Syller è stato uno dei creatori dell’iniziativa delle luci verdi, con cui gli abitanti dell’area segnalano ai migranti la presenza di un pasto o di un rifugio nella notte. Nato per scopi umanitari, ora il simbolo delle luci verdi ha illuminato diverse piazze e monumenti di molte città polacche come segno di resistenza contro la politica che il governo sta operando nei confronti dei migranti.

Per i volontari alla frontiera il soccorso ai migranti è ormai una sorta di secondo lavoro che è diventato parte della vita quotidiana fino a intaccare la loro privacy. Quando esce di casa per andare dai migranti Kasia spiega ai suoi figli che nella foresta ci sono delle persone affamate e infreddolite che hanno bisogno di lei più di quanto ne abbiano loro. «Vogliono che resti a casa con loro, ma alla fine comprendono», spiega. E poi ci sono le conseguenze psicologiche di quello che sta accadendo. «Quello che ci porteremo dietro sarà un trauma, non siamo mai stati così vicini con i nostri occhi alla povertà e alla morte», afferma Kamil. 

A Kasia non è mai accaduto in passato di vedere una persona che scappa per paura mentre guida nei pressi della foresta o di cercare la risposta meno scioccante da dare ai suoi figli alla vista della polizia armata nel posto in cui la sua famiglia andava a fare una gita fuori porta. «Ma questa è la nostra nuova quotidianità e stiamo cercando di affrontarla anche grazie al lavoro di molti psicologi», continua Kasia. «C’è della pazzia nel lasciare casa nel cuore della notte con uno zaino pieno di cibo da distribuire. Quando arrivi ai migranti capisci che non sei tu assurdo, ma la realtà che ti sta intorno».