Inside VarsaviaCosa sappiamo del muro anti migranti al confine tra Polonia e Bielorussia

Costerà 350 milioni di euro, sarà lunga 200km e alta quasi sei metri. La costruzione inizierà tra pochi mesi e la lunghezza è stata raddoppiata rispetto ai piani originali. Nel frattempo è appena iniziata la costruzione di un altro muro d’acciaio di 508 chilometri lungo il confine lituano-bielorusso

Straz Graniczna

Un muro lungo circa duecento chilometri e alto fra i cinque e i sei metri, sormontato da bobine di filo spinato. Un muro presidiato giorno e notte, senza sosta, da decine di migliaia di guardie di frontiera armate e monitorato palmo a palmo dall’alto da telecamere termiche e sensori di movimento montati su pali disposti a intervalli regolari. Una barriera insormontabile, per rendere impossibile o suicida qualsiasi futuro tentativo di passaggio di migranti dalla Bielorussia alla Polonia. Lo aveva presentato il 4 novembre il ministro degli Interni polacco Mariusz Kamiński in una conferenza stampa a Varsavia, con tanto di rendering su come un tratto del futuro muro dovrebbe apparire. 

Un annuncio passato quasi sotto traccia, scavalcato nei giorni seguenti dalla crisi umanitaria e diplomatica che si sta dipanando in maniera sempre più drammatica lungo la frontiera fra Polonia e Bielorussia. Là dove oggi un muro ancora non c’è, ma esiste già uno sbarramento di filo spinato alto due metri e mezzo presidiato da 20mila uomini fra soldati dell’esercito polacco, guardie di frontiera e unità delle milizie territoriali volontarie istituite nel 2017. Il medesimo filo spinato che in questi giorni centinaia di migranti assiepati lungo la linea di confine dal lato bielorusso hanno tentato più volte di attraversare, tranciandolo o sollevandolo. Tentativi istigati o scatenati dalle insostenibili pressioni nei loro confronti fatte dall’esercito e dalle forze speciali del regime di Alexander Lukashenko. 

Una situazione che ha portato governo polacco, Unione Europea e Nato a parlare di guerra ibrida scatenata dalla Bielorussia. Una guerra di posizione combattuta lungo la frontiera sulla pelle di migliaia di uomini, donne e bambini afghani, siriani, curdi iracheni e yemeniti arrivati a Minsk con voli charter da Istanbul e dal Medio Oriente. Persone alle quali sedicenti agenzie turistiche bielorusse rilasciano visti d’ingresso, assicurazioni e vuote promesse d’ingresso nell’Unione Europea e che vengono condotte in pullman lungo il confine. Migranti che hanno pagato somme ingenti per questi viaggi e che ora si trovano fra due fuochi, spesso costretti ad accamparsi a ridosso del filo spinato, dalla parte bielorussa del confine. Da un lato persiste il fermo rifiuto del governo di Varsavia ad accoglierli – con tanto di respingimenti forzati per i migranti riusciti a varcare la frontiera e intercettati – dall’altro l’impossibilità di tornare a Minsk e da lì in patria: gli uomini di Lukashenko non glielo consentono. 

La costruzione del muro frontaliero polacco-bielorusso era stata anticipata il 4 ottobre scorso, durante una seduta del parlamento di Varsavia dallo stesso Kamiński. «Sarà impenetrabile», aveva assicurato il ministro, aggiungendo che «Ogni tentativo di attraversarlo verrà individuato, con immagini e informazioni inviate istantaneamente alle nostre guardie di frontiera, le quali reagiranno immediatamente». Meno di un mese dopo, il 2 novembre, il presidente della Repubblica Andrzej Duda ha posto la sua firma sul progetto del muro, che in precedenza era stato approvato dalla Camera e dal Senato di Varsavia, nonostante il parere contrario di molti esponenti delle opposizioni. 

Il fatto che sia passato meno di un mese dal momento in cui la barriera di confine era stata introdotta nell’aula parlamentare a quello della sua approvazione istituzionale definitiva fa capire quanto il governo di Varsavia voglia erigerla in tempi rapidi. Il costo stimato dell’opera è di 1,6 miliardi di zloty, pari a 350 milioni di Euro. Dovrebbero essere sufficienti a coprire la costruzione di questa impenetrabile barriera, che si snoderà lungo la metà dei 418 chilometri della frontiera polacco-bielorussa e la cui costruzione dovrebbe cominciare nel giro di pochi mesi. Va aggiunto che, nel frattempo la lunghezza stessa della barriera anti-migranti polacca lungo il confine bielorusso è stata raddoppiata rispetto alle previsioni iniziali, che ipotizzavano un muro di un centinaio di chilometri. 

Una volta ultimato, il nuovo muro polacco-bielorusso si andrà ad aggiungere a una lista di recenti o recentissime barriere anti-migranti costruite lungo i confini dell’Unione Europea. La prima nazione dell’Ue a costruire una protezione di questo tipo fu l’Ungheria di Viktor Orbán, che nel 2015 ha eretto 175 chilometri di recinzione ipersorvegliata lungo il proprio confine con la Serbia. In seguito, è stata la volta della Grecia, che nell’agosto di quest’anno ha completato 40 chilometri di muro in un tratto della propria frontiera con la Turchia. 

Infine, a poche decine di chilometri dal futuro muro polacco-bielorusso è appena iniziata la costruzione di un muro d’acciaio di 508 chilometri lungo il confine lituano-bielorusso. I suoi lavori costeranno 152 milioni di euro, con un costo per chilometro assai inferiore a quello polacco poiché la barriera decisa dal governo di Vilnius sarà alta quattro metri anziché sei, e meno sofisticata. Nuove difese fisiche contro la ’minaccia dei migranti’ che si aggiungono alle imponenti ’barriere di separazione’ presenti sin dal 1993 nelle exclavi spagnole sul continente africano di Ceuta e Melilla, sui cui 20 chilometri complessivi si infrangono da anni le speranze di migliaia di persone intenzionate a entrare nell’Unione Europea. 

Stato d’emergenza a termine
Intanto lungo il confine prosegue lo stato d’emergenza proclamato dal governo polacco il 6 settembre scorso. Inizialmente doveva durare 30 giorni, ma a ottobre è stato esteso per altri 60. Impedisce a giornalisti, Croce Rossa, volontari delle Ong e persino parlamentari polacchi di avere accesso a una fascia larga tre chilometri a ridosso della frontiera con la Bielorussia. Da quasi tre mesi l’accesso a questa zona rossa è presidiato dalla polizia e dalla guardia di frontiera con innumerevoli posti di blocco e consentito solo a personale autorizzato e residenti locali. Una situazione che impedisce al personale medico e sanitario di prestare assistenza lungo il confine, costringendo Ong quali Grupa Granica a chiedere aiuto agli abitanti dei paesini della zona, ma anche a reporter di tutto il mondo di raccontare quanto vi sta accadendo.

Ecco perché quasi tutte le immagini della crisi umanitaria in corso a ridosso della frontiera, sul versante polacco, rilanciate dai media e sui social in questi giorni provengono dai migranti stessi o da fonti del ministero della Difesa di Varsavia. L’accesso al versante bielorusso della frontiera non è invece proibito ai giornalisti, ma vi si trovano soprattutto media vicini al regime di Lukashenko, come Sputnik, che propongono una lettura dei fatti vicina alle posizioni di Minsk e quindi accusatoria nei confronti della Polonia e dell’Ue in generale. Fra le pochissime eccezioni vi sono Bbc, Cnn e il canale Telegram dell’opposizione bielorussa Nexta, la cui sede è a Varsavia, 

La novità attesa nelle prossime due settimane è che lo stato d’emergenza deciso dal governo polacco non potrà essere esteso una seconda volta. Da inizio dicembre, quindi, l’accesso a giornalisti e personale medico nell’attuale zona rossa dovrebbe essere possibile e proprio in questi giorni l’esecutivo di Varsavia sta lavorando a una bozza per regolamentarlo. I dettagli precisi ancora non si conoscono e la situazione resta dinamica, ma è probabile che alcune delle attuali limitazioni nella zona rossa verranno revocate o perlomeno riviste. In attesa che comincino i lavori per la costruzione del nuovo impenetrabile muro voluto da Varsavia.