Il paradosso di FrontexLa divisione tra Commissione e Consiglio sul costruire muri anti migranti

Il presidente Charles Michel subisce la pressione di molti governi nazionali che vorrebbero finanziamenti comunitari per blindare le frontiere esterne. Dai commissari Ue, finora non c’è stata nessuna apertura. L’eurodeputato dem Majorino: «Non si arrivi a un conflitto fra istituzioni»

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«Sarebbe legalmente possibile che l’Unione europea contribuisca a finanziare la costruzione di recinzioni alle sue frontiere esterne». Un documento interno circolato in questi giorni nelle istituzioni comunitarie alimenta il dibattito sui muri ai confini europei, in concomitanza con l’acuirsi della crisi fra Bielorussia e Polonia, dove migliaia di persone migranti sono costrette a nascondersi nei boschi, stremate da fame e freddo e respinte dai militari polacchi.

Il testo in questione è un parere legale fornito dal servizio giuridico del Consiglio europeo, che puntualizza la cornice legislativa di una proposta caldeggiata da un numero consistente di Stati dell’Ue. Il riferimento specifico è al Regolamento 2021/1148, che è parte dell’Integrated Border Management Fund, il fondo istituito per gestire il controllo dei confini e la politica dei visti nello spazio Schengen. Tra gli strumenti eleggibili per ottenere questo obiettivo ci sono «infrastrutture, edifici, sistemi e servizi necessari per la sorveglianza ai valichi di frontiera».

Il fatto che questo parere legale sia stato richiesto indica una volontà di esplorare le possibilità per gli Stati di erigere un muro a spese dell’intera Unione. Poche settimane fa, 12 governi nazionali avevano avanzato questa richiesta con una lettera formale alla Commissione europea, adducendo il fatto che le barriere fisiche proteggano dalle ondate migratorie l’Ue nel suo complesso e non solo i Paesi che le costruiscono. L’argomento è stato ribadito in una recente intervista dal cancelliere austriaco Alexander Schallenberg, pur sottolineando l’esistenza di altri strumenti di presidio che potrebbero essere finanziati a livello comunitario, come droni e telecamere a infrarossi.

Nell’agenda politica del governo di Vienna pesa molto il tema migratorio, così come in Polonia, Ungheria, Danimarca e Grecia, altri Stati firmatari della lettera. Lituania e Lettonia, in passato poco interessate dai flussi, stanno sperimentando quest’anno un incremento di ingressi irregolari dalla Bielorussia, motivo per cui hanno prima richiesto l’intervento comunitario e poi sostenuto la proposta delle barriere fisiche.

Per il momento la Commissione si mantiene contraria all’idea: «La decisione di non finanziare muri o filo spinato alle frontiere esterne non è una posizione giuridica, ma è una posizione politica assunta da lunga data assieme al Parlamento europeo», ha detto una portavoce dell’esecutivo comunitario, dopo che già la presidente Ursula von der Leyen aveva escluso l’ipotesi all’ultimo Consiglio europeo e che la commissaria agli Affari Interni Ylva Johansson si era opposta all’ultima riunione dei ministri dell’Interno.

«Confido che non si arrivi a uno scontro tra le istituzioni dell’Ue», dice a Linkiesta Pierfrancesco Majorino, europarlamentare del Partito democratico che critica duramente le posizioni di quegli Stati favorevoli alle barriere. «Il Parlamento dovrà esercitare tutta la pressione politica di cui è capace perché non si compia questo balzo all’indietro nella gestione delle frontiere europee». Il tema, riconosce l’eurodeputato, è prettamente politico e quindi anche la decisione finale dipenderà dagli orientamenti politici della Commissione, che già in passato ha supportato operazioni di controllo dei flussi discutibili dal punto di vista etico. «Ad esempio la Guardia costiera libica è stata addestrata con fondi fiduciari europei, che avrebbero dovuto essere destinati alla cooperazione», spiega Majorino.

Nell’attuale bilancio comunitario vengono già incanalate ingenti risorse al controllo dei confini, sottolinea la stessa Commissione: 6,4 miliardi in sette anni per la gestione delle frontiere. Il budget aumenta considerevolmente rispetto ai 2,8 miliardi del settennato precedente, che ha visto un flusso comunque consistente di denaro europeo utilizzato per rinforzare le frontiere. Tra gli esempi di operazioni finanziate, ci sono check-point, sistemi di sorveglianza a infrarossi, mezzi di trasporto e piattaforme informatiche per la condivisione dei dati.

Una cifra simile sarà spesa per l’ampliamento delle risorse di Frontex, che arriverà a contare 10mila agenti su tutto il territorio europeo. Proprio l’impiego della Guardia costiera e di frontiera europea è uno dei punti più discussi nell’attuale contesto degli ingressi dalla Bielorussia: Lituania e Lettonia ne hanno accettato l’intervento in sostegno delle proprie autorità, la Polonia preferisce invece gestire la situazione in autonomia.

«Il governo polacco fa di tutto per tenere gli occhi dell’Ue lontano da questa situazione e gestirla senza gli obblighi comunitari sul rispetto dei diritti umani», afferma Majorino, secondo cui servirebbe «un’immediata azione umanitaria di matrice europea» al confine bielorusso per mettere in salvo le persone migranti, accompagnata poi da una posizione ferma e risoluta contro il governo di Lukashenko che li utilizza come carne da macello.

Garantire l’accesso agli agenti di Frontex, tra l’altro, può costituire uno dei vincoli necessari per i Paesi frontalieri in quelle zone che hanno beneficiato di fondi europei, come evidenzia anche il parere legale redatto per il Consiglio. Gli Stati membri sono tenuti a gestire i propri luoghi di frontiera «in accordo con il diritto dell’Ue»: possono sì erigere barriere (con i loro soldi), ma a condizione che esse non contengano elementi atti a provocare danni fisici, come lame o scariche elettriche, e che includano dei punti di attraversamento per non rendere «murata» l’intera linea di confine.

Il paradosso è che un’agenzia di solito nel mirino dei parlamentari europei proprio per il mancato rispetto dei diritti fondamentali dei migranti possa, in questo contesto specifico, convertirsi in un organismo che li tutela. «Penso tutto il peggio possibile della gestione pratica di Frontex, ma se facesse davvero il suo dovere potrebbe essere utile», concorda Majorino.

La Guardia costiera e di frontiera europea è infatti responsabile del suo operato davanti alla Commissione e possibile oggetto di indagine da parte degli altri organismi dell’Unione, tra cui l’Eurocamera, l’Ufficio europeo anti-frode (Olaf) e la Corte dei conti europea. I suoi agenti sono tenuti a riportare tutti i casi di violazioni in cui incorrono commessi dalle autorità nazionali sulle persone migranti. Forse per questo motivo il loro aiuto non è ben accetto.