La lezione di AteneTutte le sfide che l’America e il mondo devono affrontare

Il rapporto tra elettori e governi, il diritto a cure sanitarie adeguate, la limitazione allo strapotere dei giganti della tecnologia, la ricostruzione di un’economia più solida e meno iniqua. La grande ripartenza è l’occasione per rendere le nostre società più forti contro il populismo e sorde al richiamo delle sirene illiberali. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

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Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.
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Circa un anno dopo l’elezione di Joe Biden alla presidenza e dopo la sconfitta nelle urne delle politiche populiste, gli Stati Uniti devono ancora far fronte a una raffica di sfide dirette alla stabilità del loro sistema democratico: tra queste, un sistema di voto difettoso, la presenza di gigantesche aziende del settore tecnologico affamate di dati e un iniquo sistema sanitario.

Questi sono alcuni dei temi che sono stati dibattuti all’Athens Democracy Forum, una conferenza della durata di tre giorni che è stata organizzata in collaborazione con il New York Times e che si è tenuta a cavallo tra la fine dello scorso settembre e l’inizio di ottobre. Questo appuntamento fa incontrare ogni anno nella capitale greca capi di governo, grandi protagonisti del mondo economico, studiosi e attivisti. Tavole rotonde, interviste e interventi in video hanno affrontato diversi argomenti, tra cui le scelte politiche, l’assistenza sanitaria, l’economia e le sfide tecnologiche: i partecipanti, provenienti da ogni parte del mondo, hanno condiviso le loro idee di persona oppure collegandosi da remoto.

Nelle più recenti edizioni della conferenza, la conversazione era stata dominata dalla presidenza di Donald Trump, mentre il suo ex capo della strategia Steve Bannon (che partecipò al Forum nel 2019) dichiarava: «È il nazionalismo populista di Donald Trump che ci farà andare avanti».

Quest’anno, i relatori, e in particolare quelli provenienti dagli Stati Uniti, si sono concentrati non sull’attuale presidente ma su quelli che considerano come i più urgenti da risolvere tra i malanni che affliggono l’America.

Il primo avvertimento è giunto da Stacey Abrams, un’attivista per la difesa del diritto di voto che è stata a capo dei Democratici nella Camera dei rappresentanti della Georgia e che, nel 2018, è stata candidata da quel partito alla carica di governatore di quello Stato.

Nella conversazione che ha aperto il Forum, la Abrams ha denunciato lo “sventramento” (così lo ha definito) del Voting Rights Act del 1965 che proibisce la discriminazione razziale nel diritto di voto e «l’abbassamento delle barriere di protezione che mettevano le fasce più vulnerabili della popolazione al riparo dalla cancellazione dalle liste degli elettori». E ha aggiunto: «Stiamo osservando l’indebolimento della resilienza e la marcia dell’autoritarismo, che avanza sotto una veste diversa ma con un obiettivo simile, che è il soffocamento del voto e delle voci delle minoranze».

La Abrams ha inoltre detto che in quarantotto dei cinquanta Stati americani sono in marcia seicento progetti di legge «per colpire il diritto di voto» e che in tutto il Paese i leader Repubblicani hanno condotto «assurdi riconteggi dei voti».

Il Forum si è aperto proprio pochi giorni dopo una grande polemica che ha coinvolto la Silicon Valley. Secondo un articolo del Wall Street Journal, Facebook era pronta a introdurre il servizio Instagram Kids rivolto ai ragazzini dai tredici anni in giù, pur essendo consapevole dei danni che Instagram sta provocando alla salute mentale delle ragazze teenager (dopo la rivelazione del WSJ, Facebook ha annunciato che si sarebbe presa una pausa nello sviluppo di Instagram Kids).

Questa polemica ha reso ancora più evidente il potere dei giganti tecnologici statunitensi – un potere che è stato denunciato da Shoshana Zuboff, saggista e professoressa emerita alla Harvard Business School. In un brillante discorso in videoconferenza, la professoressa Zuboff ha analizzato le catastrofiche conseguenze che si abbatterebbero sulla democrazia e sull’umanità qualora si consentisse alle aziende tecnologiche di continuare a raccogliere dati sulle persone e di trarne profitto nell’ambito di quello che ha definito come “capitalismo della sorveglianza”.

La professoressa Zuboff ha detto che negli ultimi due decenni le democrazie si sono appisolate mentre i giganti del settore tecnologico si sono dedicati alla «completa distruzione della privacy», alla disinformazione e a un’operazione su enorme scala per modificare i comportamenti umani. E nessuna legge è stata introdotta per evitare queste violazioni dei diritti. Quindi chiunque di noi, in qualunque parte del mondo, è stato «nudo e vulnerabile» ed è stato abbandonato «senza diritti, leggi e istituzioni preposte appositamente a governarci in nome della democrazia in questo nostro secolo digitale»

La Zuboff ha avvertito che se non ci sarà nel prossimo decennio «una controrivoluzione democratica» che si opporrà alle aziende del settore tecnologico, queste «continueranno a distruggere i substrati sociologici e psicologici che sono le fondamenta stesse su cui poggia la democrazia». E ha concluso: «La democrazia si trova schiacciata da una pressione che solo la democrazia stessa può alleviare».

Così come è avvenuto anche nel 2020, anche il Forum di quest’anno si è svolto nel contesto della pandemia che ha ucciso 700.000 persone negli Stati Uniti. Il presidente Joe Biden, nello scorso marzo, ha introdotto un piano di aiuti del valore di 1.900 miliardi di dollari, che consiste in pagamenti diretti, in un aumento dei sussidi di disoccupazione, in crediti d’imposta per figli minorenni e nella distribuzione di vaccini (questo pacchetto suscita ancora vigorose discussioni al Congresso).

Fin dall’inizio della pandemia, la Federal Reserve ha anche mantenuto i tassi di interesse prossimi allo zero e ha comprato mensilmente 120 miliardi di titoli governativi per lanciare un salvagente a un Paese colpito dal virus. Ora, con l’economia che sta recuperando, potrebbe ripartire anche l’inflazione. Al professor Joseph Stiglitz, l’economista vincitore del Premio Nobel che insegna alla Columbia University, è stato chiesto dell’inflazione e se questa colpirà con particolare durezza la classe media e la working class. «Dal mio punto di vista, l’inflazione in questo momento è come il singhiozzo», ha risposto Stiglitz. «Normalmente tu non spegni un’economia per poi provare a farla ripartire. Questo è un momento molto inusuale e le economie non attraversano agevolmente transizioni drammatiche di questo tipo».

Così come accade quando un Paese entra in guerra e poi riesce a uscirne, anche questa è una trasformazione enorme «e il mercato non maneggia bene questo tipo di cose», ha detto. «Non sono sorpreso che ci siano stati dei problemi di approvvigionamento», ha aggiunto. «Ci saranno impennate nei prezzi di alcuni beni. E ci sarà un po’ di inflazione». Però, Stiglitz ha sottolineato come ci fossero in funzione degli strumenti per evitare che l’inflazione erodesse i redditi di «quelli che stanno nel mezzo e di quelli che stanno in fondo», alla scala sociale. I programmi di aiuto dei governi erano indicizzati all’inflazione e i salari tendevano a crescere insieme con l’inflazione. «Dobbiamo assicurarci che ci siano delle protezioni», ha concluso.

Un’altra questione che è stata posta in evidenza dalla pandemia riguarda il sistema sanitario degli Stati Uniti – e cioè una disuguaglianza di accesso all’assistenza e alle assicurazioni sanitarie. E anche questo argomento è stato affrontato al Forum. «La domanda a cui dobbiamo rispondere, come nazione, è: come mai siamo stati così scarsi nel fronteggiare il Covid?», ha detto il dottor Paul Farmer, che è presidente del Dipartimento di salute globale della Harvard Medical School e chief strategist di Partners in Health, una non profit nel campo dell’assistenza sanitaria che si dedica alle regioni e ai Paesi che hanno meno risorse. Visto, «dopo tutto, noi abbiamo più risorse rispetto alla gran parte del mondo».

Il dottor Farmer ha dato una serie di spiegazioni. Ha detto che gli Stati Uniti hanno un sistema di fornitura delle cure sanitarie e un sistema di assicurazioni che sono dei patchwork, come conseguenza di un’«antica tensione» tra i governi locali e quello federale sulle politiche relative alla Sanità. E ci sono anche aspetti culturali come, ad esempio, «un’ostilità di vecchia data verso i tentativi del governo di intervenire nella vita delle persone» o il fatto che il Paese negli ultimi decenni «abbia fallito per quello che concerne gli investimenti nella Sanità pubblica».

Quello che il Covid-19 è riuscito a fare è stato aiutare gli Stati Uniti a essere più vicini ad accettare l’idea che la salute sia un diritto umano. «Il vedere che cosa voglia dire attraversare una pandemia quando non si ha una forte rete di sicurezza è stata per molti una lezione oggettiva», ha detto Farmer. Il risultato è che ci sono buone ragioni per essere speranzosi. «Certe volte ci vuole un evento come la Depressione del 1929 per stimolare alcune riforme», ha detto Farmer.

«Inoltre, negli Stati Uniti stiamo vivendo il momento a lungo atteso in cui si sta affrontando la questione razziale», ha aggiunto. E ha concluso così: «Io rimango ottimista sul fatto che riusciamo a fare avanzare le cose».

©️2021 The New York Times Company and Farah Nayeri. Distributed by The New York Times Licensing Group

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