Bluff estremistaOra che si è candidato, il polemista Zemmour non incanta più la Francia

Secondo un’inchiesta realizzata da Ifop per il settimanale Le Journal du Dimanche, l’ex editorialista di Le Figaro è sceso nei sondaggi, superato da Marine Le Pen. Le sue proposte elettorali sembrano deboli, compresa l’abolizione della patente a punti e la revisione di alcuni limiti di velocità, proposte fatte cercando di strizzare l’occhio ai gilets gialli

LaPresse

Un francese che parla di salvare la Francia accompagnato dalle note di un tedesco. Non è dato sapere se questo particolare sarebbe piaciuto al generale Charles De Gaulle, ma la scelta di Éric Zemmour di porre il secondo movimento della settima sinfonia di Beethoven come sottofondo al discorso di presentazione della sua candidatura presidenziale ha un suo perché. La musica è infatti congruente con le parole del candidato, che finalmente ha deciso di scendere in campo dopo i tanti rumours che lo hanno visto per lungo tempo candidato-non-ancora-candidato. Eppure, l’impressione è che l’occasione sia già stata in parte persa, nonostante manchino ancora più di 5 mesi alle elezioni presidenziali di aprile 2022. 

Una postura che ricorda quella del Generale nell’Appello del 18 giugno 1940, quello che per intenderci sancisce la nascita del movimento di Resistenza francese, un vecchio microfono e una scenografia decisamente novecentesca. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli compreso il giorno, il 30 novembre, che è centrale nella mitologia gollista visto che lo stesso giorno nel 1965 fu lo stesso nel quale il Generale decise di presentarsi alle elezioni dopo il primo settennato alla guida della Quinta Repubblica.

Tutto questo sembra però al momento non bastare: infatti, secondo un’inchiesta realizzata da Ifop per il settimanale Le Journal du Dimanche, l’ex editorialista di Le Figaro sarebbe stimato intorno al 14 per cento dietro a Marine Le Pen, ferma al secondo posto e scelta da circa 1/5 degli elettori, e al presidente Emmanuel Macron, stabile invece al primo posto con una percentuale che oscilla tra il 25 e il 28 per cento.

Sembra ormai un lontano ricordo il boom di qualche settimana fa che lo aveva portato addirittura al secondo posto, sopravanzando persino la leader del Rassemblement National che oggi è più serena. «La trasformazione da polemista a candidato alle presidenziali non è avvenuta», ha dichiarato Le Pen, facendo riferimento soprattutto all’ultima tappa di promozione del libro di Zemmour, avvenuta a Marsiglia lo scorso fine settimana. Nel sud della Francia il giornalista ha infatti mostrato tutto il meglio (o il peggio) di sé, arrivando a rispondere con un dito medio alla donna che lo stava contestando. Una risposta decisamente inappropriata, che fa seguito al tentativo “allegro” di puntare un fucile ai giornalisti dello scorso ottobre, che stavolta ha decisamente oltrepassato il segno, visto che persino Zemmour ha dovuto scusarsi per questo “gesto poco elegante”.

Dopo l’iniziale euforia sembra che anche i più fervidi sostenitori abbiano deciso di lasciarlo. Il banchiere Charles Gave ha deciso di ritirarsi dopo l’iniziale prestito di 300 mila euro e molti tra i suoi assistenti gli rimproverano di non decidere abbastanza. Addirittura, Paul-Marie Coûteaux, primo spin doctor di Zemmour, ha dichiarato a Le Monde che «Éric non ha una naturale maestosità. Il suo corpo non politico è un problema. È privo di distanza, di compunzione, di magnanimità, di quelle vecchie virtù che fanno un principe. Continua a comportarsi come se fosse a CNews». Tutti tratti che sono fondamentali per un presidente francese, che rappresenta una sorta di monarca repubblicano nel sistema della Quinta Repubblica.

Rivoluzionare il sistema
Eppure, nonostante il calo nei sondaggi e gli scivoloni, Zemmour continua a fare paura al sistema politico transalpino e a suscitare l’attenzione dei media. Secondo l’ex ambasciatore francese in Israele Gérard Araud l’unica possibilità per Zemmour di sfondare «è quella di unire i conservatori tradizionali con i gilets gialli ma questa presentazione della candidatura si rivolge soltanto ai primi, di certo non ai secondi». Per l’editorialista di POLITICO Europe Mujtaba Rahman questa candidatura «è una rappresentazione di 10 minuti di De Gaulle dietro una scrivania che legge una dichiarazione di continua resistenza allo straniero, con musica portentosa e lui che guarda a malapena la telecamera. Poi ci sono decine di riferimenti razzisti e clip di film».

Proprio la presenza di spezzoni cinematografici ha posto il problema dei diritti d’immagine: molte televisioni, infatti, non possono trasmettere il video a causa dell’assenza di diritti. Eppure, tutti non fanno che parlare di lui: Éric Ciotti, tra i papabili all’investitura presidenziale tra i Républicains, lo ha difeso pubblicamente denunciando il clima di odio e violenza degli antifa nel dibattito pubblico e arrivando in un programma di Franceinfo a «chiedere lo scioglimento di questo gruppo a cui il governo non ha mai pensato». Di tutt’altro segno il pensiero di Xavier Bertrand, altro candidato tra i papabili dei Républicains, che già tre settimane fa, quando il polemista era secondo nei sondaggi alle spalle del presidente Macron, aveva sentenziato in maniera sicura: «Zemmour non può vincere l’elezione presidenziale». 

I temi e l’identità
Al di là del tema dell’identità e dell’immigrazione, che secondo il candidato va bloccata a ogni livello, i nodi irrisolti restano ancora tanti per un candidato che riprende la postura di De Gaulle per darsi un tono presidenziale ma ha ancora un programma lacunoso. Uno dei temi principali è l’economia, che solitamente tende a decidere l’elezione di un candidato. Lo dimostra il valore del potere d’acquisto, un argomento assolutamente rilevante per il 45 per cento dei francesi come rivela un sondaggio di Odoxa per Europe 1. Le proposte di Zemmour in materia sono però ancora piuttosto deficitarie, visto che ha finora proposto soltanto il taglio delle imposte di produzione per la piccole e medie imprese e l’innalzamento dell’età pensionabile a 64 anni.

Non scaldano particolarmente nemmeno l’abolizione della patente a punti e la revisione di alcuni limiti di velocità, proposte fatte cercando di strizzare l’occhio ai gilets gialli. «Non appoggio più questa candidatura venata di disperazione. Dobbiamo offrire “sogni” ai nostri concittadini e non solo sangue e lacrime», ha dichiarato a L’Express Pierre Meurin, ex membro del comitato che Zemmour aveva messo in piedi per lanciare la sua carriera politica. Le difficoltà e le accuse di non essere abbastanza all’altezza sembrano aver convinto il candidato a cambiare tono e a puntare sull’unire piuttosto che sul dividere. Un passo necessario, se vuole puntare al secondo turno delle elezioni di aprile.