Our Country FriendsLa fiction e i dubbi sul fingere che la pandemia non ci sia

Alcune serie tv e film hanno provato a ignorare che il virus fosse il protagonista di questi anni. In altri casi, lo hanno messo al centro del racconto o vi hanno solo alluso o lo hanno già collocato nel passato. Quando pensavamo che fosse davvero finita, è arrivato il nuovo libro di Gary Shteyngart a riportarci lì. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

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Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.
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Cosa ricorderemo del 2021 tra vent’anni? La pandemia o altro? Ed è importante saperlo se il tuo lavoro è intrattenerci al presente? Forse sì: raccontare storie per chi ha voglia di ascoltarle qui e ora spesso convive con l’ambizione d’essere letti, visti, ascoltati tra due anni o due secoli. Non è detto che la pandemia abbia in futuro il peso che sembra impossibile non darle al presente: da Tangentopoli al MeToo, le nostre trame al presente sono spesso imperniate su temi che sembrano imprescindibili per un po’, e poi – come tutto – passano.

Una cosa hanno in comune tutte le storie raccontate in questo anno e mezzo: gli autori si sono posti il problema. Mascherine o non mascherine, riferimenti o non riferimenti, fingere che non sia successo niente o azzerare la sospensione dell’incredulità e pensare che il pubblico voglia uno specchio, non una via di fuga.

“Grey’s Anatomy” ha fatto così, l’anno scorso. È stata tra le prime serie a tornare a girare nuove puntate appena finite le clausure più rigide, ed è stata la più didascalica. Perché è una serie ad ambientazione medica, e puoi far finta che la più clamorosa emergenza medica del secolo non stia avvenendo? Colei che comanda gli autori ha detto che lei per la verità aveva pensato di far finta di niente, ma poi i consulenti medici le hanno detto che era un’occasione unica di raccontare le vere sfide che stavano davvero avvenendo nel mondo della medicina, e si è fatta convincere. Il risultato è stata una stagione sfinente, per noialtri del pubblico.

Tutti i personaggi con le mascherine tutto il tempo (se non sei un granché come attore, non è uno svantaggio, ma da guardare è un po’ noioso). Medici che piangevano perché i pazienti morivano soli. Medici che piangevano perché ordinavano mascherine e arrivavano guanti. Tutti i problemi che avevamo letto per mesi sui giornali, riprodotti in un prodotto di svago che, fino al 2020, aveva trattato soprattutto di flirt tra dottori che guarivano malattie impossibili pur pensando solo alle loro vite sentimentali. L’autrice dev’essersi pentita, perché la nuova stagione di “Grey’s Anatomy” si è aperta con un cartello che fa così: «Questa stagione di “Grey’s Anatomy” ritrae un mondo immaginario postpandemico che rappresenta le nostre speranze per il futuro. Nella vita vera, la pandemia sta ancora devastando la comunità medica».

Era settembre. Per un’ora a settimana, avevamo il permesso di tornare a svagarci. Le altre ore: dipende. “Scene da un matrimonio” (il remake Sky del Bergman degli anni Settanta) esiste in un universo non pandemico, ma fa una scelta così assurda che non sono ancora riuscita a capire se sia scema o geniale. Le puntate iniziano nella realtà, con gli attori che arrivano sul set, la troupe che sistema le luci, porta il caffè, controlla copioni: tutti con la mascherina. Prima di lasciarti andare in una storia di fantasia, ti ricordiamo che la realtà è ancora fatta d’amuchina.

Mi piace pensare che “Scene da un matrimonio” abbia copiato da Giovanni Veronesi, nel cui film sui “Moschettieri del re”, lo scorso Natale, avevo visto le prime mascherine cinematografiche: anche lì in apertura di storia, quando il bambino si trovava a scuola nella realtà, e non ancora trasportato nel fantamondo di D’Artagnan Favino. (Nel Vanzina dello scorso autunno, “Lockdown all’italiana”, c’era ancora il problema delle mascherine che non si trovavano, come in “Grey’s Anatomy”).

Come molte serie, “The Morning Show” (Apple+) ha ritardato la nuova stagione. E, poiché la prima terminava con un colpo di scena a fine 2019, e da lì toccava riprendere, la seconda doveva affrontare la pandemia. E, trattandosi d’una serie ambientata in una redazione televisiva newyorkese, doveva dirci come se ne parlava lì a inizio 2020. Hanno risolto con un giornalista che insiste per andare in Cina a raccontare questa notizia pazzesca ma locale (la producer da New York gli dice che lì l’emergenza medica cinese non interessa a nessuno, la gente continua ad affollarsi, non c’è nessun virus); e con un personaggio che, guarda un po’, si trova in Italia, posto perfetto perché meno vittima di quanto lo sia l’America in campo MeToo (il tema principale della serie) ma più precoce in campo Covid (il personaggio si ritrova in quarantena).

A più d’un anno e mezzo dall’inizio del nuovo mondo, dovremmo aver finito di raccontarlo, ma pare non sia così. Stranamente non s’è ancora visto un film che rievochi la fatica di trovare un supermercato che consegnasse la spesa quand’eravamo chiusi in casa, principale problema di chi è stato così privilegiato da non avere problemi veri, durante la pandemia.

Il secondo problema di noi privilegiati era che non c’era niente da vedere. I set sono stati chiusi per mesi, e quindi poi per altri mesi non c’era niente da mandare in onda. Sembrava quella vecchia canzone di Springsteen, “57 Channels (And Nothin’ On)”: centomila piattaforme, e niente di nuovo da guardare.

A un certo punto c’erano addirittura trasmissioni da casa. Stephen Colbert, il più importante intrattenitore della tarda serata statunitense, è andato in onda da casa per mesi; quando in estate è tornato finalmente in studio, s’è portato sul palco la moglie che ha pregato il pubblico in studio d’incoraggiarlo: ne aveva tanto bisogno. Nei programmi di tutto il mondo, i collegamenti erano quasi tutti da casa, e ci permettevano di scoprire arredamenti orrendi e altre magagne: ricordate il caso dell’intellettuale inglese processato sui social perché, nella libreria alle sue spalle durante un collegamento, si vedeva un libro nazista? In Italia più che le biblioteche erano scandalosi gli infissi, i pavimenti, le tende: cosa sei popstar a fare se casa tua sembra quella di mia zia, santa pace.

Per fortuna è finita, per fortuna tutto pare tornato normale, si producono di nuovo più serie di quante s’abbia tempo di guardarne, e le tracce della stranezza che continuiamo a vivere sono sempre più labili. O quasi. “Curb your enthusiasm” parla della pandemia al passato, ma poi la fa rientrare come scandalo postumo: in casa d’un personaggio vengono trovati armadi pieni di amuchina e cartigienica (vi ricordate di quando all’inizio la si accumulava pensando che fosse un bene non infinito?). Il tizio viene rinnegato da tutti gli amici per la colpa più grave: quella d’essere stato un accumulatore pandemico che aveva sottratto merci parasanitarie a chi ne aveva più bisogno.

Anche “You” (Netflix) è postpandemico, e addirittura retrospettivamente ironico: a una cena in giardino, si commenta che l’anno prima la padrona di casa dava comunque feste perché, prima che esistesse un vaccino per tutti, lei era già immunizzata con un vaccino inventato in segreto per la regina Elisabetta. Non credo ai complotti tranne quando riguardano i ricchi, dice un personaggio pregno di lotta di classe e spirito del tempo.

“Billions” (Sky) ha usato la pandemia per risolvere un problema produttivo. A uno degli attori, inglese, è morta la moglie. Non voleva lasciare soli i figli per andare in America a girare, quindi hanno fatto contagiare il personaggio: tutte le sue conversazioni nella finzione scenica potevano avvenire via Zoom, proprio come molte delle nostre nella vita vera. (Nell’indotto postpandemico c’è anche una rigorosa pigrizia: perché mai dovrei fare tre ore di treno per venire a fare una riunione che abbiamo dimostrato per mesi di poter fare su Zoom?).

Il pubblico non ne può più, ma neanche gli autori. Il prossimo film di Paolo Virzì, “Siccità”, tiene il – che il dio delle parole mi perdoni – sentimento pandemico ma non i fatti. C’è una nuova emergenza, un nuovo mistero, una nuova incurabilità, ma solo il dettaglio d’una giornalista che sbuffa qualcosa come «professore, mica dovremo tornare alle mascherine?» esplicita l’allegoria. Il soggetto è di Paolo Giordano, che sulla pandemia ha scritto alcune delle assai poche cose intelligenti che si siano lette in quest’anno e mezzo (sul Corriere e in “Nel contagio”, Einaudi).

Speravo fosse il segno della fine, ormai usiamo tracce della pandemia come sempre facciamo con quel che è stato, i vecchi amori, i vecchi accessori, ma non è più una trama primaria. E invece in America è appena uscito il nuovo romanzo di Gary Shteyngart. S’intitola “Our Country Friends” (qui lo pubblicherà Guanda in primavera). L’autore dice che certo che parla del virus, di che altro dovrebbero parlare i romanzieri se non del mondo in cui vivono? “Our Country Friends” è la storia d’un gruppo d’amici che trascorre la pandemia in una villa di campagna, sperando di mettersene al riparo. Ovviamente non ci riuscirà. Che è un po’ il destino che tocca ai lettori e agli spettatori di questa (provvisoria?) stagione di tv e di romanzi e di film e di vita.

©️2021 The New York Times Company and Guia Soncini. Distributed by The New York Times Licensing Group

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