Contro il tracciamentoLe stringenti norme Ue per regolare le Big Tech

Il Parlamento europeo ha discusso il Digital Market Act, che prevede un limite alle acquisizioni di multinazionali digitali e l’interoperabilità obbligatoria. L’approvazione della Plenaria darà il via ai negoziati con il Consigli. In arrivo anche una stretta su contenuti illegali o dannosi e regole più efficaci sulla pubblicità politica

LaPresse

«È una proposta complessa, ma ha un obiettivo molto semplice: assicurare che il mercato digitale resti equo e aperto, dando la possibilità a tutte le aziende di competere». Così la commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager ha sintetizzato davanti alla Plenaria del Parlamento europeo il Digital Market Act (Dma), la nuova cornice di regole che l’Unione europea imporrà alle piattaforme digitali. 

Partorito un anno fa dalla Commissione, il pacchetto legislativo è ora all’approvazione definitiva dall’Eurocamera, che poi dovrà negoziarne i dettagli definitivi con il Consiglio dell’Ue. Non è la sola contromisura alle pratiche sleali dei «giganti del tech»: a gennaio arriverà in aula anche il Digital Services Act (Dsa), che regola l’apparizione dei contenuti online, la trasparenza degli algoritmi e la pubblicità mirata in rete.

Le regole Digital Market Act
Fra i punti più importanti del Dma, come hanno sottolineato i suoi relatori, ci sono le norme contro le cosiddette «acquisizioni killer». Poche grandi aziende riescono a mantenere il controllo dell’intero settore incorporando start-up e imprese innovative non appena queste ultime cominciano a guadagnare fette di mercato, sopprimendo di fatto la concorrenza. 

Ciò è reso possibile dalle grandi disponibilità economiche di Amazon, Apple, Google, Microsoft e Metaverse (l’ex Facebook), ma anche dal loro status di gatekeeper, cioè di piattaforme che offrono una molteplicità di servizi chiusi dentro il proprio ecosistema: Google ad esempio può collegare le sue mappe ai risultati del motore di ricerca, mentre Facebook, Instagram e Whatsapp accedono alla stessa base di dati degli utenti.

Per questo il Parlamento chiede un regolamento che assegni alla Commissione il potere di «proibire acquisizioni […] per un periodo di tempo limitato, ove ciò sia necessario e proporzionato per evitare ulteriori danni alla contendibilità e all’equità del mercato interno». Un altro emendamento alla proposta iniziale dei commissari suggerisce l’introduzione di «una soglia chiara e legale alle acquisizioni sistematiche»: di fatto un tetto allo shopping dei colossi digitali.  

Un altro aspetto molto rilevante per garantire un’equa competizione è quello dell’interoperabilità, la possibilità cioè di comunicare fra due diverse piattaforme (come i social network o le app di messaggistica), esattamente come avviene oggi tra due schede di telefono cellulari di diversi operatori. La Commissione è chiamata elaborare norme tecniche in merito, per rendere obbligatoria questa dinamica, che sarebbe a tutti gli effetti una rivoluzione: gli utenti sarebbero in grado di scegliere i servizi secondo le proprie preferenze, invece che in base alla loro diffusione. 

Più ferree dovrebbero essere pure le regole sulla condivisione dei dati, con i deputati che chiedono di alzare gli standard di protezione e supportano l’idea della Commissione per cui i gatekeeper non possono rendere l’ottenimento del consenso su altri servizi con cui interagiscono più complicato di quanto fanno con i propri. Il tema è strettamente legato alla concorrenza sleale messa in atto nella visualizzazione delle opzioni d’acquisto su cui la Commissione è intervenuta a più riprese, sanzionando Google e Amazon. Come ha sottolineato Vestager, è il momento di agire in maniera preventiva.

Dopo la votazione in questa sessione Plenaria, la palla passerà ai negoziatori del Parlamento, che tratteranno la posizione espressa sai parlamentari con quelli del Consiglio. Non tutti i 27 Stati europei sono allineati sulla rigidità delle regole da imporre al mercato digitale, ma la coincidenza temporale sembra favorevole: da gennaio comincerà  infattila presidenza di turno francese, che molto probabilmente punterà a chiudere l’accordo entro le elezioni presidenziali. 

Quello della sovranità digitale, del resto, è un tema molto caro a Parigi, come si evince dalle recenti iniziative del governo di Emmanuel Macron. «Se continueremo con questo spirito, saremo in grado di soddisfare le aspettative dei nostri cittadini, e anche di esportare il concetto di equa competizione dall’Europa nel resto del mondo», ha annunciato con ottimismo alla Plenaria Andreas Schwab, l’eurodeputato popolare tedesco relatore sul Dma.

Le sue parole rafforzano l’impressione generale che le istituzioni dell’Ue siano molto attive nella regolamentazione del mondo digitale e nella limitazione delle sue creature dominanti. 

Lunedì 13 dicembre è stata approvata dalla commissione Mercato interno e protezione dei consumatori (Imco) del Parlamento la versione modificata del Digital Services Act, considerato il «gemello» del Dma. In questo caso, la legislazione è al passaggio precedente e arriverà alla discussione in Plenaria a gennaio. Fra le richieste dei parlamentari ci sono quelle sulle misure per contrastare la diffusione di contenuti illegali, con un’attenzione particolare alle cosiddette «Vlop», Very large online platforms: dato il loro audience, le grandi piattaforme dovrebbero essere soggette a obblighi specifici. Il tema è molto delicato, vista la necessità di trovare un equilibrio tra libertà d’espressione e necessità di combattere immagini violente, hate speech o contenuti pornografici: la soluzione proposta dal’Eurocamera è un meccanismo Notice & Action, in cui la piattaforma sospende un contenuto notificando la decisione all’autore, che avrebbe poi una sorta di «diritto d’appello» prima della decisione definitiva

Secondo la risoluzione, dovrebbe essere vietato l’utilizzo dei dark pattern, cioè, quelle tecniche di visualizzazione che influenzano il comportamento dell’utente: pur senza obbligarlo a prendere una terminata scelta, gliela presentano in modo più attraente: una strategia utilizzata ad esempio dai siti di molte compagnie aeree per indurre il cliente ad acquistare un determinato posto a sedere o un bagaglio più grande. 

Una parte importante del Dsa è dedicata alla trasparenza degli algoritmi: le piattaforme dovrebbero offrire una possibilità di visualizzazione casuale dei contenuti, cioè non basata sugli interessi dell’utente, che inoltre andrebbe informato sui motivi per cui gli appaiono determinati elementi sponsorizzati e non altri. 

Proprio sul tema della pubblicità online c’è un’altra proposta della Commissione, fresca di presentazione, che riguarda esclusivamente i contenuti di matrice politica: potranno essere proposti agli utenti dei social network soltanto in presenza di un consenso esplicito. 

«Questo non basterà assolutamente a impedire che le grandi piattaforme profilino gli utenti», dice a Linkiesta l’eurodeputata tedesca dei Verdi Alexandra Geese, che si occupa di questi temi nella commissione Imco. «Se per l’utente è più rapido fornire il proprio consenso cliccando su un’icona grande, piuttosto che leggere in piccolo le altre opzioni, il targeting continuerà indisturbato». 

Per questo, spiega la parlamentare, è necessario regolare l’ecosistema digitale in modo congiunto: Dma, Dsa e la proposta sulla pubblicità politica sono tutte frecce dello stesso arco. Il bersaglio è chiaro e lo ha lasciato trasparire davanti agli eurodeputati anche il commissario al Mercato Interno Thierry Breton, pur assicurando che la «legislazione europea non è da intendersi contro nessuna azienda o contro nessun Paese in particolare». Salvo ricordare, nello stesso intervento, che l’approccio europeo desta «un certo numero di critiche» al di là dell’Atlantico. Probabilmente l’attrito con l’amministrazione degli Stati Uniti sul tema è il prezzo da pagare per rincorrere quella leadership nella regolamentazione dello spazio digitale che è il vero obiettivo dell’Ue.

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