Giustizia, non vendettaPerché l’antifascista Enzo Paroli decise di salvare Telesio Interlandi, la voce del regime

Un avvocato che aiuta un giornalista. Un nemico di Mussolini che sceglie, per amore verso la legge e senso del dovere, di prendere le difese di uno dei più sfegatati cantori del ventennio. È la storia che racconta Virman Cusenza nel suo “Giocatori d’azzardo” (Mondadori)

©Publifoto/Archivio Lapresse

Interlandi non riusciva a capacitarsi di come i più tra coloro che avevano beneficiato nel Ventennio dei suoi buoni uffici a quel punto lo avessero addirittura dimenticato negandosi davanti a innocui bigliettini con richiesta d’aiuto.

A maggior ragione, che cosa poteva convincere un brillante avvocato come Paroli dell’opportunità o di una qualche convenienza nell’accettare come cliente, correndo grandissimi rischi, un simbolo del fascismo peggiore, il direttore dell’intransigente «Il Tevere» e della «Difesa della razza»? Si trattava solo del puro piacere di garantire una difesa a chi probabilmente in quel momento godeva di fatto di un minor diritto a essere difeso?

Eppure, era proprio questo a stimolare Paroli, a dettargli un comportamento giudicato folle e avventato da chiunque avesse una chiara coscienza di quanto fossero imprevedibili e pericolosi quei giorni. Ma un po’ per l’inguaribile spirito di contraddizione, a cominciare dai rapporti con il padre, un po’ per la sua indole di bastian contrario, tutte le volte che riteneva di trovarsi davanti a un’ingiustizia, alla fine in un carattere come il suo c’era sempre un pizzico di rivincita di fronte a quella mentalità borghese e benpensante che, per esempio, gli avrebbe consigliato di essere monogamo e non quel rubacuori di cui tutta Brescia parlava anche in giorni difficili, e con ben altre priorità, come quelli.

Paroli amava stupire, soprattutto quando era convinto di infrangere l’ipocrisia generale. Gli piacevano di più i clienti apparentemente destinati a sicura condanna rispetto a certe passeggiate in tribunale con cui incassare una ricca parcella con poco sforzo. Anche il fatto di avere un’amante come la Sorlini, addirittura sorella del più famoso e sanguinario squadrista di Brescia, gli dava quella sferzata di adrenalina che gli consentiva di attraversare con più energia – quasi rapacemente – le giornate in studio.

Quando nell’androne del carcere di Canton Mombello si trova davanti la figura sgualcita e stralunata di quell’uomo, che aveva incarnato la voce più puntuta del regime e poi di quell’insensata rivista razzista, all’inizio ha un moto di stizza. Più per l’atteggiamento diffidente di Interlandi, che gli sta di fronte con le gambe ben piantate sul pavimento lurido, troneggiando come nelle proverbiali riunioni di redazione in cui apostrofava i più riottosi. Ma gli occhi dell’ex direttore dicono molto di più della postura: dietro le opache lenti da miope c’è il terrore del vedersi rinchiuso in quel carcere ribollente chissà per quanto tempo ancora.

La signora Interlandi, del resto, era stata molto chiara nella sua perorazione: «Non si lasci ingannare dall’apparente scorza dura di mio marito. Lo faccia uscire al più presto perché sta impazzendo e per di più temo che, se interrogato dal magistrato di turno, possa lasciarsi andare ad una delle sue sprezzanti intemerate in cui rivendica tutto ciò che ha fatto e che lo ha reso così centrale e prezioso per il regime in questi anni».

Paroli quindi va dritto al punto. Facendogli due semplici, chiare domande. Primo: ha mai firmato un provvedimento in cui esortasse ad applicare con rigore le leggi razziali? Secondo: ha mai partecipato a una qualche riunione in cui si siano decise le sorti di cittadini a cui andavano applicate le norme del 1938?

Perché è a questo che l’avvocato punta: dimostrare che di fatto nulla di specifico, e quindi nessun reato, possa essere attribuito o contestato eventualmente al suo scomodissimo assistito. Sa perfettamente che non dovrà indulgere ad arringhe con cui commuovere una corte e una giuria: no, niente di tutto questo stavolta servirebbe. La sua difesa dovrà essere quanto mai tecnica e dritta al punto.

Il colloquio è breve, una mezzoretta. Ogni muscolo del viso di Paroli denuncia lo sforzo di non far trapelare il travaglio che segretamente lo agita. Dentro di sé l’avvocato cerca di affrontare la scelta di accettare o meno quell’incarico come se si trattasse di una causa di routine, per quanto importante. Ma con se stesso certo non può mentire. Conosce perfettamente i rischi di quello che ai più appare un azzardo. Sa che il giorno in cui lo fermassero per strada, Interlandi non sfuggirebbe a una più che probabile sventagliata di mitra di qualche zelante partigiano. Ma questa visione, questa scena da giustizia sommaria, gli toglie il sonno.

Non sopporta l’idea che, vigendo i codici, per quanto figli del regime come quello di Rocco, se ne possa calpestare l’applicazione. Non vuole rassegnarsi al rischio di un abuso di potere che possa trasformare un intruppato fascista di ieri in un improvvisato delatore di oggi, pericoloso quanto più bisognoso di riscattare il suo passato. La giustizia per lui non è un concetto astratto, ma l’evitare che un imputato sieda laddove non avrebbe dovuto, o garantire tutti gli strumenti di difesa a un indiziato che pur tutti ritenessero colpevole.

Proprio questo gli aveva fatto rifiutare l’offerta, piovutagli addosso forse anche per le benemerenze paterne, di diventare pubblico ministero nella prima Corte d’assise straordinaria di Brescia «per i reati di collaborazione con i tedeschi» costituita subito dopo la cattura e la fucilazione di Mussolini. Una nomina mirata a pescare anche tra «avvocati di illibata condotta morale, di ineccepibili precedenti politici e di provata capacità». L’arruolamento non dura che pochi giorni e senza nemmeno il tempo di affidargli un mezzo fascicolo, per il rifiuto immediato che Paroli inoltra subito dopo aver avuto notizia dell’incarico. Due le possibili spiegazioni di una così rapida rinuncia: che sia stato nominato senza essere consultato prima o che egli conoscesse già il profilo degli imputati che di lì a poco sarebbero sfilati davanti alla corte (il primo fu il corrispondente di guerra Luigi Romersa, autore dello scoop sull’arma segreta di Hitler e più tardi compagno di detenzione di Interlandi).

Non accetta per nulla al mondo la possibilità di cambiare toga, lasciando nell’armadio quella da difensore per indossare disinvoltamente l’altra da pubblico ministero, magari prendendosi le soddisfazioni che mai da avvocato avrebbe potuto. La sua idea di giustizia è quella del difensore assoluto, perché pensa che in realtà tutte le figure del processo alla fine rispondano a un solo comun denominatore – tutelare l’imputato o la legge, a seconda della barricata di appartenenza –, e che soprattutto difendere la legge, nel suo spirito più autentico, non possa che costituire la miglior difesa dell’imputato.

da “Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che salvò il giornalista di Mussolini”, di Virman Cusenza, Mondadori, 2022, pagine 216, euro 22

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