Fiducia verticaleLa democrazia sa adattarsi, per questo ha la storia dalla sua parte

I governi autocratici hanno rapidità decisionale, ma quando il popolo non può più sopportare la dittatura, quest’ultima si rivela sprovvista della capacità di modificarsi e di mantenersi al potere. Per questo il modello occidentale basato sul pluralismo ha un grande futuro davanti a sé. A patto che lo aiutiamo a vincere le sfide che deve affrontare. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

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Quella di quest’anno è stata la nona edizione del Democracy Forum nella capitale greca e, con il passare degli anni, si sono moltiplicati gli allarmi riguardo all’accresciuta potenza dei governi autoritari, agli effetti del cambiamento climatico, all’allargarsi delle disparità economiche, all’impatto di una tecnologia invasiva e alle migrazioni di grandi masse di persone. E negli ultimi anni le preoccupazioni destate dalle condizioni della democrazia americana e dalla pandemia globale hanno reso le tenebre ancora più oscure.

Una delle cose più terrificanti, ha detto Stacey Abrams, un’attivista politica della Georgia che ha partecipato al Democracy Forum, si verifica «quando la democrazia diventa la rampa di lancio per la sua stessa rovina».

L’esperienza di Stacey Abrams si basa sugli Stati Uniti, dove l’ex presidente Donald J. Trump e i suoi seguaci stanno cercando di cambiare a loro favore le leggi elettorali di alcuni Stati. Ma la stessa considerazione può essere applicata allo stesso modo anche ai populisti di altri Paesi – come la Russia, l’Ungheria, la Turchia o le Filippine – che hanno cercato di sovvertire i meccanismi democratici attraverso il controllo dell’informazione, l’alterazione delle regole e dei sistemi di salvaguardia delle istituzioni democratiche o il confezionamento di spaventose storie di “agenti stranieri”, “terroristi”, trafficanti di droga o “socialisti radicali” che sarebbero appostati dietro le opposizioni.

Molti dei dibattiti del Democracy Forum, un evento della durata di tre giorni che viene organizzato in collaborazione con il New York Times, si sono dedicati al potere di internet e dei social media. Toomas Hendrik Ilves, che nel ruolo di presidente dell’Estonia ha condotto la sua piccola nazione a diventare uno dei Paesi del mondo con il più alto tasso di digitalizzazione, ha affermato che la sua più grande paura è ora determinata dal diffondersi dei deep fake, e cioè della capacità dei malintenzionati di creare video falsi che sono indistinguibili da delle immagini vere – e che potrebbero mostrare, ad esempio, un politico che riceve una tangente.

«Questa cosa colpisce le basi empiristiche della democrazia», ha detto Ilves. «Non puoi più credere ai tuoi sensi. Non puoi più credere in niente».

Per il filosofo anglo-ghanese Kwame Anthony Appiah, proprio questo è l’obiettivo delle menzogne diffuse dai populisti. «La disinformazione russa, come è stato spesso osservato, funziona non perché le diamo credito ma perché ingenera una generalizzata sfiducia tale per cui tutte le notizie possono essere derubricate a fake news, perfino quelle vere», ha detto Appiah. Secondo Yuval Noah Harari, lo storico israeliano che insegna all’Università ebraica di Gerusalemme, uno strumento dittatoriale ancora più pericoloso risiede nell’intelligenza artificiale, che promette agli autocrati la possibilità di soddisfare la loro avidità di conoscere, e controllare, ogni cosa che riguardi i loro sudditi.

Il valore degli appuntamenti come questo di Atene, tuttavia, non risiede soltanto nell’individuazione delle crisi: queste gridano costantemente la loro esistenza da schermi grandi e piccoli. Il valore di questi forum risiede nella scoperta di persone – come Wai Wai Nu, la trentaquattrenne fondatrice del Women’s Peace Network in Birmania che ha ricevuto quest’anno l’Athens Democracy Award, o Svetlana Tikhanovskaya, la leader dell’opposizione bielorussa che è andata volontariamente in esilio, o Ai Weiwei, l’artista e attivista cinese – che capiscono che la democrazia ha bisogno di incessante attenzione e sacrificio. Loro sono stati il volto delle parole d’ordine del Forum di quest’anno: “Resilienza e Rinnovamento”.

Molti dei partecipanti si sono trovati d’accordo sul fatto che il campo di battaglia su cui si combatte è quello della fiducia. Il ruolo della fiducia in politica non è auto-evidente, ha affermato Appiah, che scrive la column “The Ethicist” sul New York Times Magazine. Fondamentalmente, i padri fondatori, grazie alla creazione di un sistema di checks and balances nelle istituzioni, hanno disegnato la democrazia americana in modo che non faccia affidamento esclusivamente sulla fiducia. Appiah ha citato Thomas Jefferson: «Nelle questioni che riguardano il potere, quindi, che non si senta più parlare di fiducia nell’uomo, ma che lo si vincoli fermamente, affinché non possa nuocere, attraverso le catene della Costituzione».

Eppure, ha detto Appiah, la “fiducia verticale” – la fiducia dei cittadini nelle istituzioni – è essenziale se i cittadini devono affidare ad altri il loro governo. Ed è questa fiducia che si sta erodendo, in parte a causa di «insensate narrazioni paranoiche » diffuse attraverso i nuovi media digitali. La risposta potrebbe essere abbastanza semplice, ha detto Appiah: «Le élite devono impegnarsi maggiormente per riconquistare la fiducia popolare, dicendo più spesso la verità, anche quando essa è scomoda e complessa».

Ma che cosa avviene se queste stesse élite sono impegnate a distruggere la fiducia? Trump è stato accusato di fare proprio questo, squalificando come fake news ogni report che non fosse funzionale ai suoi interessi o attribuendo ai suoi avversari politici nomignoli che ne danneggiavano la credibilità, come “Sleepy Joe” o “Lyin’ Hillary”. La “falsa democrazia” promulgata dai militari che governano la Birmania, ha detto Wai Wai Nu, che appartiene alla minoranza rohingya che è stata sistematicamente perseguitata dai generali, consiste nel «dichiarare guerra al proprio stesso popolo».

In questi contesti in cui ci sono degli uomini forti, la fiducia diventa l’arma dei deboli ha affermato Svetlana Tikhanovskaya, che ha raccolto la bandiera dell’opposizione al dittatore della Bielorussia, Aljaksandr Lukašenka, dopo che questi aveva incarcerato suo marito. Il potere dell’autocrate risiede nella paura, ha detto, ma quando alla fine le persone scendono in piazza apprendono quale sia il potere della fiducia reciproca. «E hanno più forza le persone che hanno fiducia le une nelle altre o le persone che lavorano per paura?», ha chiesto la Tikhanovskaya.

La risposta può non essere sempre evidente, ma la storia, ha sostenuto Harari, è dalla parte della democrazia. Il governo autocratico presenta diversi vantaggi per quanto riguarda la rapidità decisionale e la concentrazione delle risorse, ma quando il demos, il popolo, non può più sopportare la dittatura, quest’ultima si rivela sprovvista della resilienza per adattarsi e cambiare. Michail Gorbačëv, l’ultimo leader dell’Unione sovietica, per esempio, è stato abbastanza intelligente da capire che il sistema sovietico doveva cambiare, ma non si è reso conto che un governo basato sulla paura non può più esistere una volta che la paura è stata accantonata.

Di contro, Harari ha osservato come le rivolte del 1968, che al tempo sembrava potessero lanciare una sfida mortale alle democrazie occidentali, si siano invece dimostrate uno sfogo per il malcontento e abbiano aiutato le democrazie a riemergere più solide e migliori. «Quando la società cambia, la democrazia cambia», ha sottolineato Hong Zhou della Chinese Academy of Social Sciences.

È impossibile prevedere come le società e le democrazie emergeranno dalla crisi in cui si trovano. Quello che è sicuro è che cambieranno. Le sollevazioni popolari in Medio Oriente sono lungi dall’essere terminate. Governanti autoritari hanno ancora il controllo di Paesi del Sud America e dell’Asia. I ghiacci si sciolgono per il riscaldamento del pianeta. E la storia insegna che ogni pandemia ha conseguenze di lunga durata.

Ma, come hanno convenuto molti dei partecipanti al Forum, il fatto che leader politici come Stacey Abrams, Svetlana Tikhanovskaya e Wai Wai Nu continuino a voler lottare per la democrazia a fianco dei giovani è un segno che dà speranza. E molti sono i giovani che sono andati ad Atene per discutere su come costruire un mondo migliore e per parlare delle associazioni di cittadini, alcune delle quali erano anche rappresentate al Forum, che stanno cercando soluzioni democratiche.

La democrazia, come hanno sostenuto queste tre attiviste e altri partecipanti al Forum, rimane la più plausibile forma di organizzazione della società perché ha la resilienza per poter raccogliere le sempre nuove sfide portate dalla debolezza umana, dai progressi tecnologici e da un ambiente naturale danneggiato – e cioè dalla “madre di tutte le crisi”, per usare l’espressione di uno dei relatori.

Ma la democrazia non funzionerà se non riceverà aiuto. Harari – uno studioso del futuro che ha scritto “Homo Deus. Breve storia del futuro” e altri bestseller – ha detto che fronteggiare le sfide di oggi e di domani, tra le quali c’è lo sviluppo dell’intelligenza artificiale con tutte le sue implicazioni etiche e morali, richiederebbe risposte non soltanto dagli ingegneri ma anche dai filosofi, dai poeti e dagli artisti.

«Un artista che non è un attivista è un cattivo artista», ha affermato Ai Weiwei, le cui creazioni sono un audace commento alle questioni politiche e sociali cinesi. E avrebbe potuto allargare la sua affermazione fino a includere tutti i cittadini che apprezzano la democrazia.

©️2021 The New York Times Company and Serge Schmemann

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