Trivelle in tribunaleLa Norvegia risponderà alla Corte europea per i diritti umani per aver permesso nuove trivellazioni

Cercare petrolio e gas potrebbe costare caro allo Stato scandinavo, dopo che alcuni gruppi di attivisti hanno citato in giudizio il governo per aver concesso nuove autorizzazioni di estrazioni offshore. Alla base di tutto, però, ci sono le contraddizioni del sistema energetico

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Lo scontro tra il governo norvegese e gli ambientalisti va avanti dallo scorso giugno, quando sei giovani attivisti e due ong (cioè Greenpeace e Young Friends of the Earth), davanti alla decisione di concedere nuove autorizzazioni per delle trivellazioni utili a cercare petrolio e gas nell’Artico, hanno citato in giudizio l’esecutivo. Portare davanti al giudice il proprio governo si può. L’accusa è quella di violare l’articolo numero 112 della Costituzione norvegese, che recita: «Ogni persona ha diritto a un ambiente che favorisca la salute e a un ambiente naturale la cui produttività e diversità siano mantenute».

È un principio costituzionale, quindi è ovvio che sia generico e che si presti facilmente a interpretazioni diverse. Tuttavia, per ora, più tribunali norvegesi hanno respinto l’accusa degli ambientalisti. Caso chiuso? Nemmeno per niente: gli attivisti hanno infatti deciso di citare in giudizio il proprio governo davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), facendo anche leva sul fatto che la seconda parte dell’articolo 112 aggiunge che «Le risorse naturali devono essere gestite sulla base di considerazioni globali a lungo termine che salvaguardino questo diritto anche per le generazioni future». Sembra, effettivamente, una descrizione che calza a pennello col problema del riscaldamento globale, che essendo a lungo termine riguarda soprattutto le vite dei più giovani.

La motivazione con cui i giudici, compresi quelli della Corte suprema norvegese, per il momento, hanno respinto le accuse degli attivisti è che manca un dimostrato rapporto causale tra la decisione del governo di permettere di procedere con nuove trivellazioni e il malessere, o la minaccia all’integrità, di chi denuncia. Serve insomma che le nuove trivellazioni siano «un rischio reale e immediato» per la vita degli attivisti. I tribunali, come succede da secoli, funzionano con formule, cavilli, controargomentazioni e formalità che bisogna saper gestire e sfruttare a proprio vantaggio. Gli ambientalisti, che seppur giovani questo sembrano averlo capito, hanno trovato un modo per ribattere al “dovete poter dimostrare il danno diretto”: la decisione norvegese starebbe portando una di loro alla depressione. Proprio così: Mia Cathryn Haugen Chamberlain sostiene che la decisione del governo la starebbe privando della fiducia nel futuro e portando alla depressione. In alcune sue dichiarazioni riportate dal Guardian l’attivista ventiduenne sostiene che l’accusa portata davanti alla Corte europea è per lei «la manifestazione di azione e speranza di fronte a questa crisi».

Ma le questioni legali e le battaglie a suon di avvocati sono poco più di un sintomo, la malattia è un’altra. E cioè le contraddizioni del sistema energetico, e quindi politico e sociale, norvegese. Perché è vero, il più ricco dei paesi scandinavi è campione di rinnovabili, di trasporto elettrico e di ambientalismo, ma deve la sua fortuna, passata come presente, al commercio del petrolio e di altre fonti fossili. 

Questo paradosso norvegese esiste da tempo, e com’è naturale che sia, questa contraddittorietà, presto o tardi, doveva venire al pettine. Già negli anni scorsi Oslo faceva parlare di sé per gli obiettivi sulla sostenibilità e il rispetto dell’ambiente, considerati più ambiziosi ancora rispetto a quelli dell’Unione Europea. La Norvegia si è impegnata a usare traghetti e navi cargo elettriche (già in funzione e per giunta a guida autonoma), a ridurre le proprie emissioni di CO2 di oltre il 40% nel giro di pochi anni e, soprattutto, a soddisfare il proprio fabbisogno energetico interamente da fonti rinnovabili. Quest’ultimo obiettivo è già da considerarsi raggiunto: oggi il 90% dell’energia impiegata in Norvegia viene dall’idroelettrico, il restante 10% da altre fonti rinnovabili. 

Sulle auto elettriche poi nessun paese al mondo ha fatto tanto: nel 2022 i modelli elettrici saranno almeno l’80% di quelli venduti in tutta la Norvegia. Il che significa che, entro un decennio, verosimilmente nel paese non ci saranno più auto con motore a combustione. Per diventare il primo paese per percentuale di auto elettriche la Norvegia ha reso gratuiti i parcheggi, ha installato migliaia di colonnine per la ricarica (quasi sempre gratuita) su tutto il territorio nazionale, ha previsto incentivi ingenti e cambiato il codice stradale per permettere, a chi guida un’auto elettrica, di utilizzare le corsie dedicate ai mezzi pubblici. Ma c’è un altro motivo se in Norvegia si vendono così facilmente le Tesla: il reddito medio.

Mediamente un cittadino norvegese guadagna ogni mese 5mila euro, o poco più. Chi lavora nell’industria dell’estrazione, però, arriva a oltre 7 mila mensili. Il motivo è che la Norvegia esporta petrolio e gas, di cui è ricchissima. Non è certo un segreto. Il 12% del Pil norvegese dipende proprio da queste due fonti fossili che rappresentano addirittura un terzo di tutte le esportazioni del Paese. È un po’ come dire: noi ci liberiamo delle fonti fossili, ma solo all’interno del nostro territorio, visto che il loro impiego nuoce all’ambiente e ai polmoni dei cittadini norvegesi. Non intendiamo invece rinunciare alla produzione e alle esportazioni. Funziona? Per ora sì, ma ai più giovani il paradosso norvegese, che galleggia tra il cinismo e l’ipocrisia, evidentemente pesa.

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