Doppio falloDjokovic, il perfetto cattivo del tennis in bilico tra Joker e il Marchese del Grillo

Nonostante non si sia ancora vaccinato, il numero uno al mondo ha ottenuto un permesso speciale per partecipare all’Australian Open perché soffrirebbe di «una condizione medica acuta che abbia portato a un ricovero o a un intervento importante». È chiaro che si tratta di una scusa. Forse dovremmo smetterla di pretendere che gli atleti miliardari si comportino come alfieri di virtù civile e sociale

LaPresse

Alla fine l’Elefante nella Stanza ha starnutito, e ha fatto un macello – prima o poi, doveva succedere. L’Elefante non è un singolo essere umano, sia pur illustre come Novak Djokovic. Non è il mondo del tennis, non è il governo australiano né quello dello stato di Victoria, dove i contagi da Omicron sono in salita nonostante la stagione estiva. Non è nemmeno il chiassoso movimento no-vax. L’Elefante è un insieme di tutte queste cose, è la somma di una perfida furbizia individuale, della cecità tipicamente indotta da ogni evento imprevisto su scala mondiale (come una pandemia), dell’ottusità che si nasconde in fondo all’anima di ogni organizzazione complessa e della stupidità delle piccole e grandi burocrazie che ci avvelenano le giornate, costringendosi per esempio a lunghe code – elefantiache, appunto – in farmacia. Oltre che un fisico bestiale, come cantava Luca Carboni, servirebbe un barile di buona volontà per resistere agli urti della vita. Ma prima o poi l’Elefante avrebbe fatto il danno: era solo questione di tempo.

È quasi una liberazione che a premere il grilletto sia stato Novak Djokovic, l’atleta che in questi due anni più di altri si è assunto la responsabilità di indossare i panni del Joker. L’immensità dell’atleta non è in discussione, contrariamente a tutto il resto. Chi lo detestava umanamente vedrà fortificata la propria opinione negativa; chi invece ne ha fatto una bandiera della resistenza alla dittatura sanitaria sarà ancora più in brodo di giuggiole. E sbaglierà, perché confonderà la libertà individuale di non vaccinarsi, accettando di subire le conseguenze del caso, con la scappatoia che è consentita solo ai ricchi e ai super-eroi del suo rango: azionare la leva del privilegio per ottenere sia la botte piena che la moglie ubriaca.

In altre parole: Djokovic ha imboccato la scorciatoia. «Exemption permission», recita il suo messaggio su Instagram, un permesso che l’Australian Open concede essenzialmente in presenza di «una condizione medica acuta che abbia portato a un ricovero o a un intervento importante», e non sembra proprio il caso del numero 1 al mondo. D’altra parte, non aspettiamoci ulteriori chiarimenti né da parte degli organi politici australiani né da parte dell’ATP né dal giocatore stesso, che ha sempre difeso tenacemente la propria privacy in materia di vaccini. È anche questo il frutto bacato del privilegio: sfuggire alla regoletta aurea di Spiderman («grandi poteri, grandi responsabilità») senza dover rendere conto a nessuno, quando la cosa non ci va a genio.

Djokovic avrebbe tutto per poter essere un modello luminoso di come si convive con il virus, di come si va avanti, di come la vita quotidiana non venga minimamente intaccata da una dose di vaccino ogni cinque-sei mesi (ci sono milioni di esempi in questo senso). Sfortunatamente per noi, la cosa non gli interessa. Dovremmo anche smetterla una buona volta di pretendere dagli atleti miliardari che si comportino come alfieri di virtù civile e sociale: a quello dovrebbero eventualmente dedicarsi governanti, presidenti, insegnanti, quando non proprio noi stessi. Dovremmo smetterla di pensare che giovani uomini e donne provenienti dalle più varie regioni del mondo siano tutti sintonizzati sulle frequenze di noi occidentali perché esistiamo solo noi. Esiste invece anche la Russia di Daniil Medvedev, numero 2 al mondo, che non ha mai espresso nemmeno lui un’opinione chiara sull’argomento: «A gennaio scoprirete se sono vaccinato o no», rifiutando la semplice ipotesi di una presa di posizione. Esistono anche le perplessità del greco Stefanos Tsitsipas, del russo Andrej Rublëv e dell’argentino Diego Sebastián Schwartzman, della bielorussa Aryna Sabalenka e dell’ucraina Elina Svitolina, tutta gente evidentemente vaccinata visto che sarà ai nastri di partenza dell’Australian Open senza che sul loro conto siano circolate notizie di esenzioni.

«Il tennista è uno spirito libero, è un imprenditore di sé stesso, non gli piace essere incasellato», filosofeggiava qualche tempo fa Boris Becker, e certamente non ha torto: difatti il lato più interessante di questa storia ancora troppo incompleta, incastrata nelle cautele della privacy, è come reagiranno i colleghi di Djokovic. In molti stanno già consigliando o auspicando: gli avversari del serbo non si presentino in campo. Possibile? E il pubblico, allora? Come reagirà la popolazione di Melbourne, uscita lo scorso ottobre da uno spossante lockdown di 262 giorni senza esenzioni, non appena il campione uscente entrerà in scena in quello che ha sempre definito il suo Slam preferito? Tutto il mondo lo aspetta al varco delle conferenze stampa, appuntamento sempre meno amato dai tennisti, specialmente quelli che hanno la pretesa di voler controllare tutto. E quand’anche la folla fischiasse, insultasse, manifestasse tutto il proprio sdegno e dissenso, siamo sicuri che il D-Joker ne sarebbe turbato o addirittura afflitto, lui che ha una personalità debordante che non si farà certo scalfire da una shit-storm planetaria come quella sul vaccino? Tra gli aneddoti che il numero 1 del mondo racconta con più gusto c’è quello sulla finale di Wimbledon 2019, con tutto il Centrale schierato per Federer, e lui che si caricava trasformando mentalmente i cori «Roger, Roger!» in «Nole, Nole!».

In attesa di ulteriori chiarimenti (che non arriveranno), la figuraccia sembra tutta dell’Australia, sia essa rappresentazione di uno Stato o più modestamente di un torneo di tennis; ma Djokovic non ha fatto bene. Avrebbe fatto bene a vaccinarsi, naturalmente, ma questa è solo la nostra opinione. Avrebbe fatto meglio se, coerente con i suoi dubbi sul vaccino, avesse rinunciato al torneo senza esenzioni. Invece ha scelto di comportarsi da Marchese del Grillo: le modalità dell’annuncio al mondo, un post su Instagram pubblicato poco prima di imbarcarsi sull’aereo per l’Australia, incoraggiano la critica. Forse è proprio ciò che cerca lui. Quanto a tutti coloro che gioiscono per il suo atto di sfida al sistema, continueranno a non capire che, più che una battaglia anti-vax, sembra un comune atto di protervia personale. E che loro, non potendo mai nemmeno sognare la visibilità di uno dei più grandi sportivi di tutti i tempi, dovranno banalmente rassegnarsi a proseguire la lunga marcia verso il tampone quotidiano.