C’è un giudice a VarsaviaLe due sentenze pro-diritti Lgbt che stanno cambiando la Polonia

I due pronunciamenti, uno di dicembre e l’altro di gennaio, sono un segno di speranza per il Paese: i magistrati hanno assolto da accuse pretestuose gli attivisti che, esprimendo la loro libertà di dissenso, hanno protestato contro alcuni atti omofobi e discriminatori

AP Photo/Czarek Sokolowski

Due sentenze, una penale e l’altra civile, continuano a far discutere in Polonia e ben al di là dei suoi confini. Si è infatti assestato un duro colpo al sistema delle azioni legali vessatorie, che Ordo Iuris, ong ultraconservatrice e strettamente legata al partito di governo Prawo i Sprawiedliwość (PiS), intenta ripetutamente contro associazioni o rappresentanti dell’attivismo Lgbt. Azioni queste che possono fondatamente ricondursi all’alveo delle famigerate SLAPP (Strategic lawsuits against public participation). Le due sentenze, rispettivamente emesse il 29 dicembre e il 12 gennaio, fanno sperare in una nuova stagione di pronunciamenti giudiziari a favore della minoranza arcobaleno.

A rivestire particolare rilievo è soprattutto la seconda, che, confermando il verdetto di primo grado, ha assolto Elżbieta Podleśna, Anna Prus e Joanna Gzyra-Iskandar dall’accusa di blasfemia. I loro nomi sono intimamente legati all’effigie della Madonna di Częstochowa aureolata coi colori della bandiera Lgbt: sono state le tre attiviste, provenienti da Varsavia, a ideare tale rivisitazione e a riprodurla in manifesti, poster, adesivi affissi, il 27 aprile 2019, all’esterno della chiesa di San Domenico di Płock, il cui parroco, Tadeusz Łebkowski, aveva incentrato i messaggi esplicativi del tradizionale “Sepolcro” del Venerdì Santo su peccati, dipendenze, perversioni. In bella mostra, tra le altre, le scritte Lgbt e gender.

Come raccontato lo scorso anno a Linkiesta da Anna e Johanna, a indignarle era inoltre l’assenza «del tutto ipocrita» di ogni riferimento alla «pedofilia, peccato di cui la Chiesa polacca si è molto macchiata. La nostra Chiesa crea appositamente dei nemici per distrarre dalle proprie colpe». Da qui l’atto simbolico di protesta e vicinanza alla comunità Lgbt. «Abbiamo incollato – così sempre al nostro giornale – adesivi e manifesti con l’immagine della Madonna di Częstochowa, circondata dall’aureola arcobaleno, sulla bacheca degli annunci della chiesa, sulle panchine, i lampioni, i segnali stradali, i muri delle case disabitate nel circondario. Abbiamo scritto sulla pavimentazione: “Dio protegga l’arcobaleno” e God save the queer. Sui bidoni della spazzatura, invece, abbiamo affisso l’elenco dei vescovi che hanno coperto i responsabili di atti di pedofilia».

Ne è seguito per le tre attiviste un calvario giudiziario, segnato, all’alba del 6 maggio 2019, dall’irruzione della polizia nella casa di Elżbieta Podleśna, dal sequestro di tutta la strumentazione elettronica personale e dall’arresto della stessa. Arresto contestato, fra gli altri, da Amnesty International e Human Rights Watch, ma elogiato dall’allora ministro dell’Interno, Joachim Brudziński, quale necessaria misura contro «la profanazione dell’immagine della Madre di Dio, che i polacchi hanno riconosciuto santa da secoli».

E proprio l’aspetto profanatorio od offesa dei «sentimenti religiosi di altre persone insultando pubblicamente un oggetto di culto», punita fino a due anni di reclusione secondo l’articolo 196 del Codice penale, è stata l’imputazione formulata dall’accusa contro le tre donne. Imputazione su cui si sono svolti i processi di primo grado e d’appello, Presenti in entrambe le fasi dibattimentali come persone offese Tadeusz Łebkowski e l’antiabortista di estrema destra Kaja Godek, esponente di punta di quella Fondazione Życie i Rodzina (il corrispettivo polacco del nostro Pro Vita & Famiglia), che s’è fatta ultimamente promotrice della proposta d’iniziativa popolare Stop LGBT.

Ma il 12 gennaio l’imputazione di blasfemia è venuta del tutto a cadere sulla base delle stesse motivazioni già rilevate il 2 marzo 2021 dalla giudice Agnieszka Warchoł. «Lo scopo delle attiviste – così nella prima sentenza di assoluzione – era quello di mostrare il loro sostegno alle persone Lgbt e di lottare per avere uguali diritti». In quella sede la magistrata aveva anche riferito di numerose lettere inviate alla Corte da cattolici praticanti e componenti del clero, per i quali l’aureola arcobaleno non costituiva affatto un’offesa al sentimento religioso o alla figura di Maria.

Non è infatti un caso che la Madonna arcobaleno, presto ribattezzata Matka Boska Równościowa (Nostra Signora dell’Uguaglianza), è stata venerata nella chiesa parrocchiale statunitense di Enid e difesa in termini elogiativi dal gesuita James Martin, consultore per il Dicastero vaticano della Comunicazione. Per non parlare poi della promozione delle relative immagini da parte della Chiesa episcopaliana del Missouri.

Allo stesso modo il giudice Jan Swaczyna, confermando la sentenza di assoluzione al terzo tentativo di udienza, ha osservato che Elżbieta, Anna e Joanna non hanno mai inteso offendere gli altrui sentimenti religiosi e che nessuna finalità blasfema è da ravvisarsi nella rivisitazione rainbow della Madonna di Częstochowa. Quanto piuttosto un atto di ferma protesta contro omofobia, intolleranza, esclusione che, dilaganti in Polonia, sono d’altra parte tutt’altro che sentimenti religiosi. Il giudice ha inoltre addebitato le spese processuali a Godek e Łebkowski.

È stato proprio il parroco di San Domenico a mostrare tutta la fallacia delle argomentazioni sottese al ricorso col definire quella di Częstochowa «un’immagine nazionale, davanti alla quale si inginocchiano re e presidenti». Per poi dare il peggio di sé col dire: «L’immagine della regina di Polonia, che è sugli stendardi e sulle insegne nazionali, è stata deturpata con sei colori che simboleggiano disturbi, deviazioni e perversioni». Mirabile l’intervento di Elżbieta Podleśna, che ha dichiarato: «Questo dipinto non è di proprietà dei cattolici. Ecco perché abbiamo usato una tale immagine: non siamo state guidate dall’odio. Non vogliamo che pregiudizi e fobie diventino d’obbligo nel discorso pubblico». Per poi aggiungere: «Oggi in Polonia non è perseguito il consenso alla violenza e al disprezzo (come ha fatto il sacerdote con il “Sepolcro” a Płock), mentre lo è, quale espressione di odio, il ricordare che tutte le persone umane meritano amore».

Secondo Yuri Guaiana, componente della segreteria di +Europa, segretario dell’Associazione radicale Certi Diritti e di Lgbti Liberals of Europe, «la conferma, in appello, dell’assoluzione delle tre attiviste Lgbt polacche è certamente una buona notizia: finalmente si ha la sanzione giuridica che l’arcobaleno non offende il sentimento religioso». Tuttavia, come rileva lo stesso attivista di fama internazionale a Linkiesta, «quasi tre anni di calvario giudiziario che le attiviste hanno dovuto subire dimostra non solo l’ormai nota omofobia di Stato imperante in Polonia ma soprattutto la pericolosità del reato di blasfemia. Un reato (in Italia è illecito amministrativo), che può essere facilmente abusato arbitrariamente contro il diritto di tutte e tutti alla libertà d’espressione. I cittadini polacchi ed europei si meritano di vivere in una moderna società aperta, dove chiunque sia libero di esercitare il proprio diritto di critica e di esprimere il proprio dissenso».

Non di meno significativa la sentenza del 29 dicembre, con cui Grazyna Szymanska-Pasek, giudice civile del tribunale distrettuale di Ostrołęka, ha respinto la domanda di risarcimento per diffamazione avanzata dal distretto di Przasnysz contro gli attivisti Jakub Gawron, Paulina Pająk e Paweł Preneta, ideatori dell’Atlante dell’odio (Atlas Nienawiści). A difendere l’ente locale, che nel 2019 si è autoproclamato zona libera da Lgbt (Strefa wolna od Lgbt) e ha adottato La Carta dei diritti della famiglia su proposta di Ordo Iuris, l’avvocato Jerzy Kwaśniewski della medesima ong.

Proprio per i due atti, compiuti due anni fa e giudicati discriminatori, il distretto di Przasnysz risulta nella mappa dell’Atlante dell’odio. Da qui la domanda di risarcimento respinta dalla giudice in una con altre richieste: dichiarazione di scuse, con relativa traduzione giurata in inglese, da inviare via mail a tutti gli europarlamentari e organizzazione a spese degli imputati di due conferenze stampa, una a Varsavia e l’altra al Palazzo del Parlamento europeo a Bruxelles, con lettura di detta dichiarazione.

Per il professore Jakub Urbanik, docente di Diritto romano presso l’Università di Varsavia, «le due recenti sentenze nelle cause “arcobaleno” infondono coraggio e speranza. La Madonna arcobaleno e l’Atlante dell’odio restano segnali di forte reazione agli atti omofobi e discriminatori che viviamo quotidianamente in Polonia. Tali mirabili manifestazioni di protesta sono state invece ritenute offensive alla religione e al buon nome del Paese. Fortunatamente senza risultato, anche se la sentenza civile del 29 dicembre non è ancora definitiva e sono pendenti ben altre sei cause intentate da enti locali elencati nell’atlante».

Come spiega l’accademico a Linkiesta, «su un piano più superficiale le due sentenze dimostrano che ci si può legalmente difendere dall’omofobia e che non è legittimo utilizzare simboli e nozioni comuni (come l’immagine religiosa di Maria o l’idea di famiglia) per fini discriminatori. Come ha detto il giudice d’appello nella causa della Madonna Arcobaleno le imputate si battevano per la tolleranza verso le persone Lgbt, o almeno per la loro non discriminazione». Ma per Urbanik «ancora più fondamentali sono gli obiter dicta dei giudici: il riconoscimento aperto della cattiva situazione delle persone Lgbt in Polonia e il rilievo che la nozione di famiglia non si limita a quella eteronormativa. I nostri diritti non sono ancora protetti al pari di quelli della maggioranza. Ma almeno la nostra dignità è stata in qualche modo tutelata con la messa in evidenza di una realtà discriminatoria. L’eco sociale di ciò non è da sottavalutare».

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