Potere vuotoIl presidente e il senso (perduto) dello stato di diritto

Chiunque diventerà Capo dello Stato sarà costretto ad assistere inerte alle continue violazioni della Costituzione compiute di volta in volta in nome del realismo o di una qualsiasi emergenza. Questo perché l’osservanza costituzionale è stata scambiata per una semplice moral suasion

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A un ruolo non sarà officiato il prossimo presidente della Repubblica, chiunque sarà eletto: e cioè al ruolo di difesa della Costituzione a norma della quale è prescelto e che giura di osservare. Da qualche gestione in qua, presiedere la Repubblica non significa ancora aver licenza di violare la Costituzione, questo no: ma salire sul palco da cui lungimirarne la violazione senza far nulla, senz’altro sì.

La punteggiatura costituzionale è saltata troppe volte, in favore di mille svarioni di volta in volta ispirati a realismo, a emergenza, a opportunità momentanea, a cospirazione vera e propria, senza che dal Quirinale sia mai venuta la necessaria correzione. E questo è successo perché l’osservanza costituzionale cui il presidente della Repubblica sarebbe tenuto è stata scambiata per il potere di sorvegliare in sede conventicolare, e con le cifrature del messaggio intimidatorio (si dice moral suasion, in politicamente ammissibile), il movimento degli ingranaggi istituzionali.

Ma i pugni di sabbia che via via vi gettava dentro il ministro disinvolto, l’iniziativa parlamentare illegittima, il magistrato sedizioso, finivano per rompere il lavorìo ordinato di quella macchina e ne facevano un veicolo pirata, che aveva facoltà dei procedere solo al di fuori di qualsiasi controllo: e a dirigerne il moto illegale e impazzito stava l’inerzia di chi avrebbe dovuto arrestare quella corsa ed elevare le multe necessarie, cioè appunto il presidente della Repubblica.

Da questo punto di vista, e quando pure si sia trattato di presidenti che non per iniziativa e con atto proprio hanno dato luogo a illegalità, quella carica ha assunto la funzione del fantoccio nei sistemi dispotici governati da fuori: “galantuomini” che se anche non erano gli artefici di quelle violazioni, le lasciavano correre. Che fossero cerimoniosamente istigati a farlo da una classe politica committente e da una pubblicistica curtense non meno responsabile, cioè a dire dalle categorie che si avvantaggiavano di quell’andazzo, non destituisce di gravità l’atteggiamento di quei presunti garanti. Un atteggiamento con cui essi pretendevano di rimediare alle lesioni dello Stato di diritto trasformandole in una specie di normalità, come ci si abitua ai tratti sfigurati di un volto che si conosceva diverso.

Non sarà un caso se, tra i tanti requisiti di cui si è discusso in questi giorni, manca quello: il senso dello Stato di diritto. Sarebbe bello se fosse perché si dà per scontato. Invece è perché non conta.