Draghismo riformatoreIl futuro di SuperMario e la sua eredità politica da non disperdere

Il presidente del Consiglio ha escluso la possibilità di diventare il federatore del Centro per non cadere nella trappola del teatrino politico, ma la sua esperienza di governo non può e non deve smarrirsi alla fine della legislatura

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Mi chiamo Mario Draghi, non Mario Monti. Non l’ha detta così ma mai come ieri il presidente del Consiglio è stato chiaro, pure troppo, persino tradendo del fastidio, pronunciando in conferenza stampa per due volte la formula magica – «lo escludo» – a due domande diverse ma analoghe sul suo impegno in politica. La prima volta escludendo di poter diventare il federatore del Centro; la seconda addirittura quasi a negare di essere il famoso «nonno delle istituzioni» come si autodefinì nella conferenza stampa del 22 dicembre. 

Cosa c’è dietro questa insolitamente dura presa di posizione del presidente del Consiglio? Non c’è dubbio che Draghi – ma questo lo aveva detto varie volte in forme più gentili – non intende essere tirato nella politique politicienne, nelle alchimie elettorali dei partiti, nella strumentalizzazione del suo prestigio da parte di chicchessia ed è immaginabile che quando si trovi a leggere di un per ora fantomatico centro che vorrebbe coagularsi interno al suo nome si inalberi.

Anche se va detto che finora nessuno ha mai chiesto a Draghi di scendere in politica alla Monti né tantomeno di federare le piccole forze di centro, è probabile che il presidente del Consiglio abbia voluto giocare d’anticipo su possibili tentativi in quel senso e che più in generale sia molto seccato da tutti coloro («li ringrazio») che lo candidano a tutto: «Se per caso decidessi di lavorare dopo questa esperienza, un lavoro me lo trovo anche da solo», è stata la sua battuta destinata a restare nella storia politica di questi strani anni. 

Non farà mai un partito, non sarà il federatore di forze politiche, non assocerà il suo nome a operazioni politiciste o peggio elettoralistiche. Ma questo vuol dire, come ha riassunto qualcuno, che non farà più politica una volta terminata l’esperienza di questo governo? Il confine tra i vari concetti è labile. Ieri ha dato questa impressione: quando ho finito qui, arrivederci.

È certo che Draghi faccia bene a voler restare fuori dal confuso e infelice dibattito che sconfina irrimediabilmente nella più prosaica lotta politica interna ai partiti (il caso Movimento 5 stelle) o agli schieramenti (centrodestra) oppure si mantiene sempre su un livello di inafferrabilità come quello sulla costruzione del fantomatico centro. 

Ecco, magari ha colpito il tono polemico, se non addirittura ritorsivo, del presidente del Consiglio, e in questo senso nessuno può escludere che c’entri il risentimento per lo stop sul Quirinale come se quel «lo escludo» rappresentasse una vendetta; ma di certo Draghi ha tutte le ragioni per non cadere nelle trappole dei partiti e nel teatrino politico. Adesso c’è tutto il suo impegno per governare nel miglior modo possibile il Paese e basta, lo dimostra da ultimo la diretta conduzione della partita sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura approvata ieri dal governo. 

La questione semmai è un’altra, e non riguarda la sua persona ma la forza della sua esperienza: quello che si definisce il draghismo riformatore che non può e non deve smarrirsi con la conclusione del governo dell’ex presidente della Banca centrale europea, un esempio di buona politica – non solo di buon governo – che dovrebbe informare di sé i partiti riformisti e antipopulisti. Come ha notato Stefano Ceccanti, «tutti si dovrebbero draghizzare ma senza eliminare differenze ragionevoli e doverose. Il Partito democratico, e tutto il centrosinistra, si deve immaginare in continuità dinamica con Draghi, non perpetuare grandi coalizioni che bloccano il sistema attraverso partiti di centro». 

È una strada, ammesso e non concesso che si dia vita a un polo draghiano: più facile sembra draghizzare il Pd e altri soggetti che volessero richiamarsi al presidente del Consiglio. Quanto a Draghi, resta il punto interrogativo sul suo futuro politico, perché l’idea affacciata da Giorgio Gori che egli possa guidare il governo anche dopo le elezioni è tutt’altro che campata per aria e non solo nel caso che dalle urne non esca alcun vincitore. Certo, lui, il presidente del Consiglio non è uno che ha da chiedere qualcosa alla politica, semmai è la politica che deve chiedere, e molto, a lui. E non è detto, com’è stato nel caso di Sergio Mattarella, che dopo le elezioni i partiti vadano in ginocchio a chiedere al nonno delle istituzioni di fare un altro giro.