Esame di immaturitàA chi serve un diploma che certifica l’ignoranza?

Abolire l’esame o privarlo delle fondamentali prove scritte avrebbe uno sgradevole effetto collaterale: costringere le scuole a rilasciare documenti che attestano il falso. Rilasciarlo senza aver verificato le competenze sarebbe come mentire in un atto pubblico

LaPresse

Che uno studente cerchi di ottenere il massimo voto possibile con il minimo studio possibile, è nell’ordine naturale delle cose. Che l’adulto faccia muro, costringendolo a studiare quanto deve per poi dargli il voto che si merita, dovrebbe essere altrettanto naturale. Questa partita a guardie e ladri tra professori e alunni, che in sé non ha niente di strano o di immorale, non è però ad armi pari.

Se infatti gli alunni danno prova di una costanza quasi eroica nel tentare di procurarsi sconti, i professori hanno invece mille occasioni di distrazione e di cedimento: vuoi per stanchezza, vuoi per compassione, vuoi talvolta per ideologia. Aggiungiamo che per i ragazzini il tentativo è sempre a costo zero: a provarci non ci perdono niente. Per l’insegnante, invece, non accontentarli significa spesso complicarsi la vita.

Un compito difficile gli richiederà più tempo per le correzioni. Un’interrogazione a sorpresa lo obbligherà a gestire in diretta crisi di panico, scoppi di pianto e crolli di autostima: un mestiere che piace a pochi. Un debito gli richiederà del lavoro in più per il recupero. Una bocciatura lo seppellirà sotto le incombenze burocratiche. Senza contare le proteste delle famiglie, gli ecumenici inviti alla moderazione da parte del preside e ogni altro genere di seccature.

Insomma: al ragazzino conviene provarci, all’insegnante conviene cedere.

Basterebbe questa piccola considerazione per spiegarci, senza troppo scandalo, il graduale prosciugamento dell’esame di maturità al quale stiamo assistendo in questi anni. Come in altri casi, le ondate del Covid (o meglio: i lockdown indiscriminati di Giuseppe Conte e Roberto Speranza) non hanno fatto altro che accelerare una tendenza che era già nell’aria.

Quel che stupisce, però, è la velocità con la quale il mondo degli adulti istruiti ha capitolato di fronte alle parole d’ordine e alle pretese di chi vorrebbe abolire l’esame. Dal Ministero ai giornalisti ai comitati scientifici, la resa è stata istantanea: di fatto, mantenere la maturità oggi appare come una forzatura che gli adulti sono persino tenuti a giustificare. 

Eppure, per chi si ferma a ragionarci un attimo, non c’è proprio niente da giustificare. Se non altro perché abolire l’esame, o privarlo delle prove scritte, ha uno sgradevole effetto collaterale: costringe le scuole a rilasciare diplomi che attestano il falso.

Nel surreale dibattito di questi giorni nessuno lo fa notare, ma è un dettaglio non da poco.

L’esame non è stato messo sotto attacco perché antiquato o impreciso rispetto ad altre forme di valutazione. Non è stato messo sotto attacco per il rischio di creare assembramenti e di diffondere il Covid nelle aule. L’esame è stato messo sotto attacco perché è troppo difficile. Viene detto a viso aperto, senza pudore e senza girarci intorno. È troppo difficile e per questo non va fatto.

Dal punto di vista dei ragazzi, il discorso fila: se negli ultimi due anni, con la Didattica a distanza, non ci hanno mai allenati a scrivere, come pretendete che possiamo fare bene un tema? Se negli ultimi due anni, con la Dad, hanno tagliato selvaggiamente sia il numero che la durata delle lezioni, come pretendete che alla seconda prova siamo capaci di affrontare la versione, o il bilancio aziendale, o il tema in lingua straniera, o quello di diritto, o i problemi di fisica?

Se negli ultimi due anni, con la Dad, ci hanno reclusi, traumatizzati, resi fragili e insicuri, come pretendete che sopportiamo la pressione di un esame di fronte a una giuria?

Ma la dura realtà è che il diploma serve proprio ad attestare che sappiate fare quelle cose. Rilasciarlo senza aver verificato che le sappiate fare significa mentire in un atto pubblico. Significa darvi un diploma che non è un diploma. 

La patente data senza prova pratica non è una patente. L’attestato Cambridge senza prova pratica non è un attestato Cambridge. L’idoneità al soccorso alpino senza prova pratica non è un’idoneità al soccorso alpino, l’abilitazione al massaggio shiatsu senza prova pratica non è un’abilitazione al massaggio shiatsu. Per qualsiasi capacità pratica, come guidare, massaggiare, salvare persone in pericolo o parlare bene l’inglese, chiunque dà per scontato che il diploma senza esame sia carta straccia e non debba essere concesso.

Quale disturbo schizofrenico, allora, convince tanti italiani che proprio sulle capacità pratiche più vitali per il futuro, quelle che appunto si sviluppano a scuola, dalla padronanza della propria lingua a quella del calcolo matematico fino alle specializzazioni d’indirizzo, si possa soprassedere e certificare il falso?

Perché, lo ripeto, chiedere che una prova scritta venga cancellata con la motivazione esplicita che gli studenti sono impreparati significa chiedere alle scuole di mentire, rilasciando un diploma che attesta l’esatto opposto di quello che dovrebbe.

Per chi non lo sapesse, infatti, l’attività delle scuole ormai si regge su un’enorme impalcatura burocratica anti-ricorsi fatta di obiettivi minimi, competenze europee, criteri per il superamento dell’anno, dettagliatissime griglie che regolano la corrispondenza fra il livello degli alunni e il voto attribuito, in modo che le decisioni dei professori siano cristalline e non impugnabili in tribunale.

Il tutto serve a garantire che se un ragazzo non viene promosso è davvero perché non ha sviluppato le capacità più basilari e non ha acquisito le nozioni più elementari in due o più campi, come l’italiano o la matematica.

Ebbene: poiché abbiamo determinato con tanta premura quali siano i prerequisiti per superare l’ultimo anno (e sono prerequisiti da prima media dei tempi dei nostri nonni), nel momento in cui cancelliamo l’esame perché troppo difficile sappiamo benissimo quali capacità stiamo certificando che gli alunni non abbiano.

Possibile che tanti ragazzi stiano smaniando per un pezzo di carta che accerti la loro ignoranza?

Ma certo che sì. Perché la prima legge dello studente resta sempre la stessa: massimo voto col minimo studio. Per lui lo studio è funzionale al voto, non il voto funzionale allo studio. Non c’è niente di male, è la sua tendenza spontanea, il suo ruolo nel gioco a guardie e ladri.

Chi invece ha tradito il proprio ruolo è stato l’adulto. Invece di fare muro, negli ultimi anni gli adulti hanno fatto di tutto per confermare ai ragazzi il pregiudizio infantile dello studio per il voto. Hanno trasmesso in ogni modo il messaggio che imparare non è il motivo prioritario per il quale si va a scuola. Durante la Dad hanno mostrato che le lezioni sono sacrificabili e che le verifiche sono adattabili, poco importa se poi non si impara più niente.

Nella loro retorica clerico-paternalistica hanno attribuito alla scuola un ruolo di mero accudimento e sostegno psicologico, oscurando del tutto quello di formazione.

E lo stesso esame di stato, invece di restare quel bastione incrollabile che spronava gli studenti a dare il massimo per cinque anni, è stato ritoccato in continuazione: commissioni esterne, poi interne, poi miste, via la terza prova, dentro l’invalsi, anzi l’alternanza, anzi no, fuori la tesina, dentro il powerpoint, in un marasma che già prima del Covid aveva dato a grandi e piccini l’idea che la maturità fosse flessibile, rimodellabile e appallottolabile come il pongo.

Il risultato è sotto i nostri occhi. E non promette niente di buono.