Forze alleateCom’è stato il primo anno dello European Peace Facility

A marzo 2021 l’Ue si è dotata di un meccanismo di supporto militare per prevenire i conflitti al di fuori dei suoi confini. Lo strumento avrebbe dovuto migliorare l’immagine degli Stati membri nel mondo, ma per ora il suo impatto è stato minimo

AP/Lapresse

Quasi un anno fa, a marzo 2021, il Consiglio Europeo aveva stabilito la creazione di un nuovo meccanismo di supporto militare poco conosciuto dai cittadini dell’Unione. Si tratta dell’Epf, o European Peace Facility, un sistema di finanziamento militare delle forze governative che operano nei teatri più complessi del mondo. Un progetto che costerà agli Stati membri 5 miliardi di euro in 7 anni, dal 2021 al 2027.

Epf ha sostituito due meccanismi già esistenti: Athena, che finanziava le missioni di pace civili e militari, e African Peace Facility, che collaborava con l’Unione Africana e forniva ogni tipo di aiuto necessario.

Le intenzioni di Bruxelles sono chiare: il vicepresidente della Commissione Europea, Josep Borrell, che è anche l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, sostiene infatti che «Servono armi e militari per aiutare gli amici africani».

Così per la prima volta l’Unione europea potrebbe potenzialmente fornire ai partner – siano essi l’Unione Africana, gli eserciti di altri Paesi, o organizzazioni regionali – armi e munizioni. Anche se in questo primo anno non è ancora accaduto.

L’assistenza in realtà può essere qualsiasi cosa che riguardi le forze armate di un Paese extra-Ue: pagare i salari dei soldati locali, finanziare l’equipaggiamento militare come radio, uniformi, camion, o provvedere all’addestramento dei soldati dei paesi partner.

«Alcuni Stati – spiega Megan Ferrando, ricercatrice del Centre for European Reform – hanno spinto per questo progetto, ma il fatto che i negoziati siano durati dal 2018 al 2021 mostra che c’era una grande divisione su come gestirlo. Paesi come l’Irlanda e i Paesi Bassi erano preoccupati per i potenziali impatti negativi, così hanno spinto per avere delle garanzie».

Le regole sulla fornitura di armi, ad esempio, prevedono che se un Paese beneficiario dell’Epf commette violazioni dei diritti umani, l’assistenza viene interrotta immediatamente.

La preoccupazione di alcuni Paesi è stata condivisa da circa 40 organizzazioni civili di pace, che già in un documento del novembre 2020 – prima che il progetto vedesse la luce – evidenziavano come il rischio maggiore era che Epf andasse a operare in contesti che non conosceva, esacerbando i conflitti, invece di mitigarli.

Un rischio che anche secondo Megan Ferrando esiste ed è concreto: «La mia preoccupazione principale è che l’Unione europea possa dare la priorità agli interessi strategici rispetto alla sicurezza delle persone reali nei conflitti. Finanziare attività militari attraverso l’Epf sembra una buona cosa da fare in termini di reputazione, ma si rischia di non prestare abbastanza attenzione a rendere la situazione più sicura».

Lo European Peace Facility però è nato con un obiettivo ben preciso: rafforzare la reputazione dell’Unione Europea nel mondo, imponendo l’immagine di un unico corpo che opera anche come forza di pace.

Un dettaglio che segna una grande discontinuità con il passato: finora Brucelles ha utilizzato sempre e solo il soft power – la sua abilità diplomatica, la capacità di attrazione, la forza non militare né coercitiva. Ora invece, con questo nuovo meccanismo, può dimostrare di avere anche una forza militare per gestire le crisi in Paesi strategici.

Inoltre, Epf si inserisce in un contesto, soprattutto in alcune zone dell’Africa, in cui l’Unione non vuole lasciare il terreno libero alle nuove forze che si stanno imponendo.

Russia e Turchia stanno finanziando i governi nel Sahel e nel Corno d’Africa, aumentano enormemente la loro sfera d’influenza su governi fragili e corrotti. Il Mali è un esempio molto chiaro: il Paese è devastato dall’avanzata dello Stato Islamico e da divisioni interne che minano il governo centrale, salito al potere con un golpe nel 2021. In quel territorio ha operato, dal 2014, l’Operazione interforze Barkhane, con i contributi di Francia, Regno Unito, Estonia, Danimarca, Svezia, Repubblica Ceca, Canada, Stati Uniti e G5Sahel (Mali, Ciad, Burkina Faso, Mauritania, Niger).

In questi anni Barkhane non ha potuto nulla, se non porre una pezza ai tanti problemi del Sahel, assistendo, quasi inerme, agli attacchi dell’Iswap (acronimo di Islamic State of Western African Province, l’Isis delle province dell’Africa occidentale) e ai numerosi colpi di Stato nella regione.

Di recente il presidente francese Macron ha annunciato il ritiro delle truppe francesi, che sono la quota più grossa.

In questo vuoto di potere la Russia ha trovato terreno fertile per inserirsi, finanziando il governo maliano e proponendosi come vero e proprio partner. Questo ha portato, lo scorso 4 febbraio, all’espulsione dal Mali dell’ambasciatore francese, all’indomani delle sanzioni internazionali inflitte per aver rinviato per ben 4 anni le elezioni.

Epf vuole – e forse deve – contrastare questa nuova avanzata, ma le insidie sono davvero tante.

«Se l’Epf dovesse funzionare – spiega Ferrando – potrebbe migliorare la qualità delle missioni e contribuire a risolvere le crisi. Questo darebbe un grande impulso alla reputazione dell’Unione europea nel mondo, sarebbe vista come una potenza sia civile sia militare in grado di occuparsi dei conflitti in modo indipendente».

Ma c’è sempre un rovescio della medaglia: «Se l’Epf funzionerà male, e per esempio le armi fornite cadranno in mani sbagliate, potrebbe avere un effetto devastante sulle vite umane, e quindi sulla reputazione di Bruxelles», dice Ferrando.

Lo European Peace Facility non opera solo in Africa: oltre a quelle in Mali, Repubblica Centrafricana, Somalia, Corno d’Africa e Mozambico, sta finanziando attività militari in Bosnia Erzegovina e nel Mediterraneo.

In questo senso, stanno arrivando finanziamenti da parte dell’Epf a favore dell’esercito ucraino, fornendo attrezzature mediche, militari e logistiche, oltre a un supporto informatico.

In definitiva, questo nuovo strumento è un progetto ambizioso che ha molte zone d’ombra. L’idea di rilanciare l’immagine dell’Unione europea nel mondo è ambiziosa, ma le insidie sono dietro l’angolo.

«Il primo anno – conclude la ricercatrice – è stato principalmente caratterizzato da un’assistenza finanziaria su piccola scala e meno rischiosa. Adesso l’Unione potrebbe decidere di terminare questo periodo di prova e iniziare a fornire anche armi, ma probabilmente accadrà solo in circostanze molto specifiche, quando non ci sarà alcun rischio per la sicurezza o la reputazione».

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