Tutti a casa alèCome la Great Resignation ci cambierà la vita

L’ondata di dimissioni da lavori considerati infelici è il tema del momento. Per conquistare la fiducia dei più giovani, le aziende dovranno avere più coraggio nel ripensare le proprie legacy e rimettere l’essere umano al centro del sistema-impresa

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In un’intervista rilasciata alcuni mesi fa al sito Fast Company sul tema dell’ondata di dimissioni che si sta riversando su molte aziende americane, e non solo, il principe Harry, che dal marzo scorso ricopre il ruolo di Chief Impact Officer di BetterUp, una azienda con sede a San Francisco che fornisce servizi di coaching e salute mentale ad aziende e individui e che attualmente ha un valore di 4,7 miliardi di dollari, ha affermato che si tratta di una tendenza «da celebrare» perché «molte persone nel mondo sono state bloccate in posti di lavoro che non hanno portato loro gioia, e ora stanno mettendo la salute mentale e la felicità al primo posto».

Che indicare la ricerca della felicità come motivazione principe del fenomeno definito Great Resignation stia nel suo ruolo di manager in una coaching platform il cui modello di business è offrire ai clienti una app che, al costo di 500 dollari al mese, li assiste nel reggere lo stress e a incrementare la loro produttività, è un dato di fatto. Ma è un dato di fatto altrettanto palese che negli Stati Uniti in una manciata di mesi si è licenziato l’8% degli impiegati, cioè almeno 10 milioni di persone (secondo i dati di novembre dell’Us Bureau of Labor Statistics). E molti di questi, parliamo di decine di migliaia, lo hanno fatto in maniera plateale condividendone le prove e le motivazioni con i propri follower tramite le piattaforme social.

L’uso di TikTok o di altri social per raccontare la propria esperienza, compreso l’intero percorso fatto di aspettative disattese, di sogni infranti, di frustrazioni sempre più inaccettabili, via via sino alla decisione di abbandonare il proprio impiego, è certamente un rituale caro alle generazioni più giovani sempre totalmente iperconnesse. Ma che il perimetro del fenomeno sia numericamente ristretto alle fasce più giovani della popolazione lavorativa non vuol dire che la portata dell’evento sia altrettanto limitata, Anzi, al contrario, ha in sé una potenzialità deflagrante, perché il trend, avviato con molta probabilità inconsapevolmente da una diciannovenne impiegata nel magazzino Walmart di Lubbock, in Texas, che diede le sue dimissioni raccontando a tutti i colleghi tramite interfono i soprusi subiti dal supervisore, e che ne postò poi il video su TikTok con tanto di spiegazione, si è oramai consolidato. Tant’è che video condivisi con gli hashtag #IQuitMyJob o #QuitTok hanno raggiunto un pubblico enorme ottenendo alcuni miliardi di visualizzazioni.

In gioco c’è un tema enorme che è quello della reputazione, ed è un tema che tocca tutti. Riguarda l’individuo che nella legittima rivendicazione delle proprie ambizioni di qualità lavorativa, inevitabilmente anche di qualità di vita, espone pubblicamente e per lungo periodo il proprio fianco più sensibile e strumentalmente attaccabile nel percorso lavorativo futuro. E riguarda le aziende che in virtù della loro capacità di soddisfare o meno queste ambizioni vivono costantemente nel rischio di vedere la propria reputazione pubblicamente compromessa.

Secondo la rivista finanziaria Fortune, di questi video-racconti se ne contano oramai moltissime migliaia e, per la loro natura di filmati fatti in casa da persone di cultura e sensibilità diverse ma il cui argomento centrale sono le esperienze lavorative negative, frustranti se non aberranti, hanno un impatto emotivo molto forte e generano una galleria di reazioni che copre l’intero spazio tra gli opposti estremismi. E di certo acuiscono una condizione di stress sociale, già fortemente compromesso dalle molte dinamiche fatte emergere anche dalla pandemia, che tende alla rottura.

E d’altronde, quello di spingere le aziende e non più la politica ad imprimere un impatto sociale positivo, era un trend emerso già da qualche anno e indicato come fondamentale da più di una survey. Per esempio in “2018 Deloitte Millennial Survey: Millennials disappointed in business, unprepared for Industry 4.0”, emerge che per conquistare la fiducia dei più giovani, le aziende dovranno avere più coraggio nel ripensare le proprie legacy, nel rimodellare i propri assetti organizzativi e assolvere a nuove funzioni, nel dotarsi di nuovi modelli di business, nell’investire al proprio interno in cultura, nel rimettere l’essere umano al centro del sistema-impresa.

Ogni dimissione registrata e condivisa sui social non equivale a una recensione negativa fatta online da un cliente o da un utente, ma pesa molto di più perché mina la reputazione dall’interno con un effetto così potente da far crollare anche quella di brand consolidati. Per questo da anni esorto le organizzazioni e le aziende ad organizzarsi in modo che ciò che si è corrisponda necessariamente a ciò che si fa. Poiché di giorno in giorno, a ogni parola proferita in-store oppure online, in linguaggio digitale o analogico, in presenza o nel passaparola, un brand e chiamato a essere in profonda sintonia con le aspettative che suscita, a essere la storia che vende, che racconta, che fa.