The social flopLe ragioni economiche del momento nero di Facebook

Le nuove regole sulla privacy impediscono all’azienda di Zuckerberg di vendere pubblicità personalizzata agli utenti. Il calo degli iscritti e la mancata crescita del metaverso hanno fatto perdere 10 miliardi di dollari nei primi mesi del 2022. Perdite che potrebbero raddoppiare nel 2023

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Avete presente le rimpatriate del liceo? Quelle cene tra adulti che non hanno più niente da dirsi, dove quasi tutti vanno ma ne farebbero volentieri a meno? Ecco, Facebook è diventato questo: un luogo che custodisce i nostri ricordi, frequentato dagli amici di vecchia data, ma che in fondo ci ha stancato. Quelle che un tempo si chiamavano bacheche vengono aggiornate solo di rado, le nostre foto hanno trovato vetrine più sexy e soprattutto le interazioni si sono ridotte. Certo, nessuno di noi negherà di scrollare il news feed di Facebook di tanto in tanto. Un’abitudine e poco altro ormai. E i sismografi delle borse mondiali l’hanno captato. 

Il 2 febbraio prima dell’avvio delle contrattazioni a Wall Street, Meta Platforms – la nuova casa madre di Facebook, Instagram e Whatsapp – valeva 900 miliardi di dollari. Ventiquattro ore dopo la società ha segnato un calo vertiginoso del 26%, bruciando 250 miliardi di dollari di capitalizzazione in una sola seduta. Il giorno più buio nel lungo regno di Mark Zuckerberg e il tonfo peggiore nella storia di Wall Street e dei mercati globali. A pagarne le spese è lo stesso patron di Facebook, che secondo il Bloomberg Billionaires Index resterà fuori dalla lista dei dieci paperoni più ricchi al mondo per la prima volta dal 2015, con un crollo del suo patrimonio personale di 30 miliardi di dollari. 

A innescare la fuga degli investitori è stata la notizia che, per la prima volta dalla nascita del social network, gli utenti sono in calo. Un calo contenuto, di appena un milione di iscritti. Ma un segnale inequivocabile che qualcosa si è rotto. Spinto dall’effetto rete, in diciotto anni Facebook ha raccolto un bacino di quasi due miliardi di utenti, circa un quarto della popolazione mondiale. Il problema è che l’effetto rete funziona anche al contrario: più persone abbandonano la piattaforma, meno ragioni hanno le altre per restare. Specialmente se nel frattempo altri social media sono cresciuti in popolarità. 

Anche Zuckerberg ha ammesso che la sua creatura sta subendo una spietata concorrenza, in particolare da TikTok. L’app della società cinese Bytedance «è già un enorme rivale e continua a crescere piuttosto velocemente», ha detto la settimana scorsa. In effetti, TikTok ha impiegato poco più di cinque anni per tagliare il traguardo del miliardo di utenti e macina adesioni in particolare fra i giovanissimi. Una bella grana specialmente per Instagram, che il fondatore di Facebook aveva comprato proprio per soddisfare una platea più giovane. E che tenta di rispondere ai video di TikTok a colpi di Reels, per il momento senza particolare successo (come ha riconosciuto lo stesso Zuckerberg, invocando la pazienza degli investitori). 

Al timore che il mercato degli user sia saturo si accompagnano risultati finanziari sotto le aspettative. Meta ha chiuso gli ultimi tre mesi dell’anno scorso con ricavi per 33,67 miliardi di dollari, in aumento del 20% rispetto al 2020, ma i profitti si sono ridotti dell’8%. Numeri deludenti, accoppiati a stime altrettanto fosche di un rallentamento nei primi mesi del 2022: per il trimestre in corso Meta prevede la crescita dei ricavi più debole della sua storia. 

Evidentemente un ingranaggio si è inceppato nella macchina da soldi di Menlo Park. E la concorrenza degli altri social non basta da sola a giustificare il trend. Tra le voci di disturbo pesano certamente l’inflazione e le interruzioni alle catene di fornitura, che influiscono sui margini delle società clienti di Meta, costrette a fare economia sulla pubblicità almeno per adesso.

I vertici del gruppo ritengono tuttavia che la causa principale della brusca frenata siano le nuove regole sulla privacy introdotte lo scorso aprile da Apple, che ha aggiornato il software dei suoi dispositivi per chiedere agli utenti se vogliono essere tracciati mentre utilizzano le applicazioni. Nel caso di Facebook gran parte degli utenti risponde no, impedendo a Meta la vendita di pubblicità personalizzata che finora aveva fatto la fortuna della società. Lo scudo di Apple ha spinto le aziende a dirottare gli investimenti pubblicitari altrove: il costo per Meta è stato di dieci miliardi di ricavi negli ultimi sei mesi del 2021 ed è attesa un’emorragia di pari entità nel 2022. 

Come se non bastasse, a impensierire i mercati sono anche le incertezze sul futuro del metaverso, lo spazio virtuale dove sarà possibile lavorare, giocare e interagire con altre persone, su cui Zuckerberg sta incardinando il rilancio della società, al punto da usare il suo nome per il rebranding. «Sebbene la nostra direzione sia chiara» ha dichiarato agli investitori pochi giorni fa, «sembra che il nostro percorso non sia perfettamente definito». E l’incertezza sulle borse pesa come un macigno. 

Da molti giudicata eccessivamente artificiosa e utopica, la presentazione della nuova società Meta lo scorso ottobre è apparsa più che altro come un gigantesco diversivo: da settimane Zuckerberg era sotto attacco per la pubblicazione dei cosiddetti Facebook Papers, carte fornite dalla ex dirigente Frances Haugen che documentavano come e perché Facebook negli anni avesse posto il profitto davanti alla sicurezza degli utenti, alla loro privacy e al loro benessere. Proponendosi come pivot per il metaverso, Zuckerberg ha sì schivato (in parte) l’uragano di critiche, ma ha anche bruciato un buon numero di tappe, suscitando lo scetticismo degli investitori sui tempi di realizzazione. Sia chiaro: il metaverso è già da qualche anno oggetto di un complesso dibattito sull’evoluzione del web e tiene occupate le menti migliori della Silicon Valley. Al metaverso prima o poi arriveremo, ma di certo non domani. 

Nel frattempo però il sogno di Meta ha succhiato oltre dieci miliardi di risorse a Facebook Reality Labs, la divisione dedicata allo sviluppo del nuovo mondo virtuale. Perdite che secondo alcuni osservatori potrebbero raddoppiare entro il 2023. Per imprimere un’accelerata sarebbe utile un’acquisizione; già in passato Facebook è scampata al burrone comprando prima Instagram e poi Whatsapp. Ma la strada appare sbarrata dalle autorità antitrust globali, indispettite per l’ingordigia delle Big Tech. A Meta non resta allora che tornare a una nuova fase di startup. Peccato che questo non sia il periodo più favorevole per progetti a lungo termine e poco redditizi, con l’imminente stretta monetaria della Federal Reserve che spinge gli investitori a puntare su aziende consolidate che pagano ghiotti dividendi. 

Insomma, Facebook-Meta guarda al metaverso per non pensare al presente. Se la china che ha imboccato sia troppo ripida è presto per dirlo. Del resto anche a luglio 2018 la società aveva lasciato sul terreno quasi 120 miliardi di valore in poche ore (il 20%), per poi recuperarli e tornare a crescere. La rimonta sarebbe però più faticosa se Meta decidesse davvero di chiudere i battenti in Europa, come minaccia da mesi, a causa dei limiti imposti dalle leggi europee al trasferimento dei dati degli utenti ai server degli Stati Uniti: un’eventualità tornata in auge nelle ultime ore, che priverebbe però la società di un mercato da oltre 300 milioni di utenti giornalieri. 

Dopo diciotto anni Facebook è diventato un social network che frequentiamo più per inerzia che per interesse, dove i giovani si guardano bene dal metterci piede. E in un mercato globale dove le tecnologie invecchiano alla velocità della luce, l’età rischia di diventare un fardello. 

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