L’abito fa il sommelierUna donna non deve portare una gonna per degustare vino

Il caso di Nicole Hesslink, la suffragetta del vino che voleva indossare i pantaloni, ma per “ragioni estetiche” avrebbe dovuto avere le gambe scoperte, altrimenti quella è la porta

Se la gonna lunga di Mahmood verrà ricordata come la vittoria di Sanremo 2022, per più di qualche centimetro di orlo in meno un’aspirante sommelier ha perso la sua battaglia. Nicole Hesslink da ex modella qual è potrebbe sentirsi a proprio agio con qualsiasi indumento, e sì, anche con le ginocchia scoperte, mise che tanto faceva inorridire Coco Chanel. Ma per lei non è stata questione di “mini” o di “midi”. “Possiamo pure mettere i pantaloni?”. Per quanto scontata possa suonare questa domanda, nel qui e ora anno 2022, anche durante una lezione dal tema “Le funzioni del sommelier”, bizzarro è stato il primo di una serie di improbabili e didascalici commenti. “Chiedi direttamente alla sede centrale di Roma”. Questo scambio di opinioni, praticamente unilaterale e troncato sul nascere, risale allo scorso novembre e per avere risposta Nicole ha atteso quasi tre mesi.

Dopo che tale Valentina le ha ribadito via e-mail il dress code femminile eletto dal consiglio di amministrazione e dal presidente dell’organizzazione (che Nicole non vuole esplicitare), chiosando il messaggio con l’augurio di una buona giornata, le “ragioni estetiche” sono state l’apice di una replica da Manuale della bella e brava sommelier. Ma se lei non avesse voluto infilarsi una gonna, “la soluzione è semplice – le hanno suggerito fuor di metafora – per risolvere il problema puoi scegliere di abbandonare la Fondazione”. Così ha fatto. Nicole ha richiesto il nulla osta per continuare la formazione di sommelier altrove, non senza che il suo esempio fosse vano e l’oratoria social avesse fatto il proprio corso, fungendo da cassa di risonanza e mezzo apologetico. Tra i tanti messaggi di solidarietà ricevuti, le confidenze di colleghe che hanno abbandonato il percorso per ragioni analoghe e il sostegno di altre, su tutti quello di Laura Donadoni, alias The Italian Wine Girl, giornalista e wine educator che ha definito questo caso come “un episodio da medioevo”.

Nata negli Stati Uniti da padre americano e madre giapponese, Nicole ha vissuto nel Sol Levante fino a scoprirsi modella e scegliere di sfilare sulle passerelle italiane; la passione per la fotografia l’ha condotta alle Hawaii e poi di nuovo in Italia per studiare alla Libera Accademia di Belle Arti a Firenze. Oggi ha trovato la sua dimensione nella campagna marchigiana dove organizza incoming turistici per stranieri con tappe enogastronomiche e artistiche. «Questo è da sempre un Paese che amo, e mi dispiace dirlo, ma non credo che quello che mi è capitato sarebbe successo negli States».

Poi dall’altra parte del mondo, a Sydney, è accaduto anche l’esatto contrario, ovvero che una sommelier fosse stata redarguita dalla commissione esaminatrice durante la prova di abilitazione perché non vestita in modo professionale: indossava una gonna. «Era l’unico capo di abbigliamento che avevo con una tasca abbastanza grande da contenere un coltellino da vino e un tovagliolo, oggetti del mestiere necessari per l’esame – ha dichiarato Bridget Raffal, membro del movimento sul vino Women and Revolution-. Quindi ho pensato: “Fantastico, indosserò questa gonna da lavoro”. Mi chiesero se stessi andando a una festa».

In un’Italia del Terzo Millennio ma per nulla rampante, le sommelier che vogliono portare i pantaloni nel Bel Paese sono guardate con sospetto. Sembra quasi che l’idea di un capo maschile renda il tentativo di emancipazione più concreto, sottintendendo la funzione apotropaica della stoffa, in grado di allontanare pregiudizi e sessismo. Indossare giacca e pantaloni per Nicole non è certo un atto di ribellione, quanto una naturale manifestazione della sua educazione liberale che non si è piegata all’uniforme.