Scelte duratureNon sempre il rinnovamento premia le aziende, a volte serve stabilità

La smania del cambiamenti colpisce ogni ambito. Nel settore lavorativo però le società che hanno alla guida gli stessi amministratori per lunghi periodi ottengono ottimi risultati. I dati lo dimostrano e questa situazione vale anche per l’Italia

Che le tendenze degli ultimi anni puntino a un rinnovamento costante, quasi come fosse un must, è una condizione oramai diffusa in più ambiti. Il cambiamento e l’approccio rivoluzionario, spesso, portano frutti insperati rispetto al mantenimento dello status quo. È così nel mondo del lavoro, il job hopping fra tutti, nelle strategie di mercato, nella politica fino ad arrivare alle aziende. L’inversione di rotta non calmierata, però, non è sempre sinonimo di visione d’insieme, prospettive a lungo termine e performance profittevoli.

Non è un caso che negli Stati Uniti all’interno dell’indice S&P 500 per le migliori aziende del Paese vengano annoverati alcuni amministratori delegati alla guida per lunghi periodi e con eccellenti risultati. Da studi dell’Harvard Business Review emerge come il periodo di permanenza ideale per guidare un’azienda con conseguenti performance sia tra 10 e 15 anni, a supporto della tesi secondo cui il turnover è un metodo vincente se tarato sul contesto.

Jamie Dimon, J.P. Morgan, 16 anni, Stephen Schwarzman, Blackstone, 36 anni, passando per Jensen Huang, Nvidia, 28 anni fino alla leggenda Warren Buffet, più di cinque decadi alla guida della Berkshire Hathway. Si tratta per l’appunto di amministratori delegati di alcune delle società più importanti al mondo che senza apportare cambiamenti sostanziali all’apice della governance aziendale hanno portato a risultati soddisfacenti nell’arco del loro percorso, convincendo CdA, investitori e stakeholders.

La possibilità per un’azienda di seguire una guida che possa riflettere su diversi piani industriali, così come su nuove M&A, avendo lo storico del Gruppo, si rivela essere un vantaggio. L’elenco, soprattutto negli Stati Uniti, potrebbe allungarsi spaziando in vari settori: finanziario, sanitario, farmaceutico e così via. In Italia e in Europa, la tendenza secondo cui la stabilità della governance aziendale possa rivelarsi vincente è più di un’eccezione.

Tra gli esempi virtuosi Alessandro Foti, alla guida di FinecoBank dal dicembre del 2000, ha mantenuto soddisfatti gli investitori e saldo il posizionamento nei piani alti delle classifiche. Nel settore energetico troviamo Valerio Battista, numero uno di Prysmian Group, nel CdA del Gruppo dal 2005. Nell’ambito, Claudio Descalzi, in Eni da sempre e nominato Ad nel 2014 è già al suo terzo mandato.

Nelle società partecipate c’è anche Giuseppe Bono, con quasi vent’anni alla guida di Fincantieri. Il toto nomine, a prescindere dalle prestazioni, spesso ha la meglio ma il modello durevole americano con riflessi sul resto del mondo è una valida alternativa, numeri alla mano.