Molte riforme per nullaControstoria economica della Seconda Repubblica

Negli ultimi 30 anni, l’azione riformatrice dei governi italiani è stata incompleta e intermittente. Ma la responsabilità di questa stagnazione economica pluridecennale non è solo colpa della politica. Il saggio di Saravalle e Stagnaro

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La risposta comunemente fornita a chi si interroga sulle ragioni della nostra stagnazione trentennale è assai semplice: perché non abbiamo mai fatto le riforme. Ma è proprio vero? […]  

Sembrerebbe [piuttosto] che abbiamo fatto molte leggi e poche riforme. E c’è indubbiamente un grano di verità in questa interpretazione. Però, a onor del vero, dobbiamo riconoscere che queste leggi hanno nel loro complesso trasformato, almeno in parte, il paese, e in molti casi hanno prodotto importanti effetti benefici, che permangono tuttora. Per fare solo qualche esempio, si pensi alle semplificazioni e alle modifiche nel rapporto Stato-cittadino, alle privatizzazioni e liberalizzazioni, alla flessibilità introdotta nel mercato del lavoro e alla lunga marcia verso un sistema pensionistico sostenibile (nonostante le retromarce, specie negli ultimi anni).

Insomma, è vero che ci sono state tante riforme che hanno contribuito a modernizzare il paese, ma è altrettanto evidente che l’azione riformatrice è stata incompleta, intermittente e inconclusiva. Tant’è che, a dispetto delle continue promesse di rilancio, l’Italia è ancora ferma al palo. È il solo paese dell’Ue che, tra il 2000 e il 2019, ha perso reddito su base pro capite: alla vigilia della pandemia eravamo, infatti, 0,8 punti percentuali al di sotto del livello di vent’anni prima. Torniamo alle riforme, allora, e alla promessa di crescita e di riscatto che si portavano appresso. In alcuni casi il percorso era stato quasi completato – o comunque, se n’era fatto un bel tratto – ma poi c’è stata una repentina retromarcia. […] 

Un secondo luogo comune è che l’eccessiva instabilità politica e la breve durata media dei governi abbiano reso vano, di fatto, ogni intento riformatore. Anche qui c’è del vero. In altri contesti una lunga permanenza al potere di un partito o di una maggioranza ha reso possibile una stagione di riforme che ha lasciato un segno indelebile nella società. […] In Italia destra e sinistra, pur avvicendandosi spesso al governo, hanno dimostrato una continuità maggiore di quanto comunemente si ritenga. […] In generale non è stata un’opposizione politica e di principio a guidare gli strappi controriformisti: sono stati più prosaici (e anche comprensibili) calcoli elettorali, alimentati dalla speranza di lucrare una sorta di rendita dall’opposizione. […] Se ripercorriamo le manovre di governo delle varie coalizioni che si sono succedute, ci rendiamo subito conto che, al contrario, la sinistra ha spesso promosso delle riforme che all’apparenza sarebbero di destra (privatizzazioni, liberalizzazioni), e la destra ha fatto delle politiche che a priori non esiteremmo a targare come di sinistra (ha, per esempio, aumentato gli ammortizzatori sociali durante la crisi finanziaria). […]

Infine, il terzo luogo comune che spesso viene ripetuto quando si parla della nostra incapacità di portare a compimento le riforme è che l’azione dei governi sia stata bloccata da potenti lobby che si sono messe di traverso e dall’apparato degli alti funzionari pubblici. Anche questo risponde in qualche misura al vero, ma non è certo stato il fattore determinante.

Quanto alle lobby, è vero che numerose corporazioni (avvocati, notai, tassisti, concessionari pubblici, enti locali, e anche i dipendenti o i dirigenti pubblici) hanno condotto battaglie di retroguardia per difendere i propri interessi, bloccando i tentativi di liberalizzare il mercato o ridurre i sussidi. […] Ugualmente superficiale è la tesi secondo cui la colpa sarebbe della burocrazia e degli alti dirigenti ministeriali che non vogliono perdere i propri privilegi (concedere sussidi, dare autorizzazioni ecc.). Ancora una volta qualcosa di vero c’è, soprattutto per quanto riguarda le lungaggini nell’adozione della normativa secondaria, ma pare davvero esagerato sostenere che sia questo lo scoglio su cui si sono infrante le riforme in questi trent’anni.

Non si può, però, circoscrivere la responsabilità di una stagnazione economica pluridecennale attribuendola solo alla politica o all’amministrazione: l’incapacità di disegnare, difendere e attuare riforme davvero incisive è dell’intera classe dirigente, economica e intellettuale, che spesso si è schierata contro i provvedimenti di modernizzazione, nel nome di un (percepito o reale) interesse particulare.

Infatti non di rado le riforme sono state perseguite contro l’opinione pubblica, e le controriforme sono state invece adottate tra fragorosi applausi. È ben vero che, per parafrasare Margaret Thatcher, nessuno ha mai fatto la rivoluzione nel nome del consenso ma, semmai, ha costruito il consenso attorno alla rivoluzione. Tuttavia la debolezza della classe politica – tra l’altro decapitata o azzoppata dai procedimenti giudiziari – non scusa in alcun modo i timidi tentativi, le ritrosie, i silenzi e, in ultima analisi, la pigrizia intellettuale delle élite che avevano gli strumenti per comprendere come l’interesse di lungo termine (la crescita economica) fosse incompatibile con quello di breve (la difesa delle rendite).

Da “Molte riforme per nulla. Una controstoria economica della seconda repubblica”, di Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro, (Marsilio), 256 pagine,