Visto da Mosca Il vicedirettore della Novaya Gazeta chiede all’Occidente di sostenere i media russi indipendenti

Oggi Kyrill Martynov parlerà al Parlamento europeo. «Ci vorrebbe una rivolta dei giornalisti in Europa e nel mondo: vediamo il vostro sostegno, vogliamo che Novaya Gazeta e altri media russi indipendenti continuino a esistere sulle vostre pagine», dice. «C’è una parte relativamente piccola di russi che sostiene attivamente la guerra e agisce in simbiosi con la propaganda di Stato. Ma c’è un numero altrettanto grande di miei connazionali che è attivamente contro la guerra»

(AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Oggi Kyrill Martynov, vicedirettore e opinionista politico di Novaya Gazeta, parlerà al Parlamento europeo. E dopo, non ha intenzione di tornare in Russia, almeno per il momento. Qualche giorno fa il suo giornale è stato costretto a sospendere le pubblicazioni a causa delle pressioni ricevute dall’agenzia federale che vigila sulla comunicazione.

«Non lasciateci soli», ci dice Martynov in un’intervista alla Stampa, rivolgendosi ai Paesi europei. «Ci vorrebbe una rivolta dei giornalisti in Europa e nel mondo: vediamo il vostro sostegno, vogliamo che Novaya Gazeta e altri media russi indipendenti continuino a esistere sulle vostre pagine».

«Fino al 28 marzo, i giornalisti della Novaya Gazeta a Mosca hanno lavorato come al solito, senza giorni di ferie e di riposo», racconta. «Il nostro sito è visitato ogni giorno da oltre 2 milioni di persone, e la nostra è stata una missione chiara fin dall’inizio: “Dobbiamo fornire ai russi informazioni veritiere sulla guerra allo scopo di fermarla”. A causa di una barbara censura militare, non abbiamo potuto scrivere delle effettive operazioni di combattimento, poiché le autorità russe, sotto la minaccia di pene detentive, ci hanno chiesto di fare riferimento solo ai dati ufficiali del ministero della Difesa, che secondo noi sono inaffidabili. Ma abbiamo scritto della catastrofe umanitaria in Ucraina, delle città distrutte, del richiamo forzato alle armi nella repubblica separatista di Lugansk, del crollo dell’economia e della società russa».

Martynov racconta che oggi «essere giornalisti a Mosca è dura. È la capitale del paese aggressore, si vive tra cordoni di polizia e simboli militari ufficiali, ci sono Z dovunque». Ma «davanti alla redazione si sono svolte diverse manifestazioni di “attivisti” statali che ci hanno accusato di “tradimento”. Ognuno di noi sa che potrebbe essere perseguito legalmente per il suo lavoro. Di fatto dopo il 28 marzo è diventato pericoloso pubblicare testi in Russia, per questo abbiamo interrotto la pubblicazione». Però, «allo stesso tempo, so che c’è un movimento clandestino contro la guerra in Russia, molti russi odiano questa guerra e chi l’ha scatenata».

Il punto, spiega, è che «l’opinione pubblica in Russia oscilla. C’è una parte relativamente piccola di russi che sostiene attivamente la guerra e agisce in simbiosi con la propaganda di Stato. L’enorme esercito di funzionari russi sa di essere legato al regime da una specie di patto di sangue, non ha un posto dove ritirarsi e aspetta soltanto di arrivare fino alla fine. Proprio come Putin, del resto. Ma c’è un numero altrettanto grande di miei connazionali che è attivamente contro la guerra: ora rischiano la reclusione ed è solo per questo che non vediamo proteste di massa contro la guerra. Ma le persone continuano a lottare, a convincere i propri cari, a stampare volantini contro la guerra, a cercare di mantenere lucida la mente nella situazione di un’insopportabile catastrofe morale che stiamo attraversando».

Ma «il vero problema, per i russi, è che ammettere la verità sulla guerra significa ammettere la catastrofe, ammettere che il nostro Paese ha commesso un crimine, che siamo “cattive persone”. I russi tendono a rimuovere questa verità, non vogliono credere ai fatti. Affinché la guerra finisca, i russi devono abbandonare la loro “coscienza imperiale”, l’idea della Russia come un Paese capace di “dividere il mondo” sul modello dell’eredità della seconda guerra mondiale, che ci vide fra i vincitori. Questo sarà il test nazionale più difficile, e in effetti l’esistenza della Russia è minacciata, io non sono sicuro che la Russia sarà in grado di sopravvivere alle conseguenze di questa guerra».

E su un cambio di regime, «i russi credono ancora che semplicemente non ci sia alternativa a Putin. Tuttavia, non sono sicuro che il suo potere sia forte. Il Cremlino ha alzato troppo la posta in gioco, una crisi politica interna è possibile e c’è un evidente conflitto all’interno delle élite, come dimostra il ruolo di Abramovich come negoziatore – anche se i contorni della vicenda sono poco chiari – e la scomparsa di militari russi di alto rango dalla sfera pubblica. Ma bisogna capire quanto improbabile sia l’entrata in scena di un leader politico russo più liberale di Putin. Penso che la minaccia più seria sia l’ascesa politica di Ramzan Kadyrov, unica persona pronta a scatenare una violenza diretta e illimitata a Mosca».

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