Il canto del cigno neroLe tre ragioni che porteranno alla sconfitta dei tiranni nel XXI secolo (compreso Putin)

Cuba, Corea del Nord e Russia sono esempi plastici dei luoghi dove si vive peggio al mondo. L’avvento di internet e delle comunicazioni planetarie rende impossibile la gestione della propaganda all’infinito. E la capacità repressiva dei regimi totalitari sarà sempre più ridotta

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Quella a cui stiamo assistendo oggi è la coda della lotta durata quasi duecento anni tra una visione del mondo aperta, democratica, meritocratica con la possibilità per tutti i cittadini di scalare l’ascensore sociale, iniziata con la rivoluzione francese nel 1789 e quella americana del 1776, e il totalitarismo che si è realizzato in Europa e nel mondo come difesa del privilegio di pochi rispetto alle opportunità di molti.

Il totalitarismo prima di fine Ottocento era la regola assoluta, con modeste eccezioni (Atene del IV secolo avanti Cristo, Venezia).  L’imperatore, il re, la nobiltà o il capo guerriero di turno, affermava con la forza, o con il diritto dinastico, il suo potere indiscusso. Un potere a tutto tondo economico, legislativo, militare. Il contratto sociale con la popolazione si basava sul castello e sulla difesa di cui il re e i nobili si facevano paladini con un pesantissimo tributo di risorse umane e di lavoro da parte dei non nobili.

La rivoluzione industriale e la nozione che la difesa non poteva essere più basata sul castello e sulle mura (i cannoni li smantellano facilmente), cosi come il crescere del commercio tra nazioni e gli equilibri economici che ne derivano, hanno posto fine di fatto al modello monarchico, o nel XIX secolo ne hanno molto limitato i privilegi fino ad azzerarli nel XX secolo, e hanno fatto nascere una nuova categoria di privilegiati, cioè i detentori di capitale che emergevano in ogni società sviluppata, non più sulla base della diritto di nascita ma piuttosto sulla capacità di emergere. Soprattutto le rivoluzioni liberali dell’Ottocento hanno diffuso il pensiero della possibilità dei popoli di autodeterminarsi attraverso una forma di democrazia che rifugge dalla scelta a priori dei leader. Non più il re, il capo guerriero o il dittatore, ma il primo ministro. 

Il movimento marxista nato intorno al 1860 e trasformato poi in dottrina di Stato con la rivoluzione sovietica del 1917, non a caso fertile nell’unico Stato residuo dove i privilegi della nobiltà e dello Zar erano ancora ben saldi e quasi invariati rispetto a 150 anni prima, hanno creato il residuo del totalitarismo nel XX secolo, insieme ai movimenti fascisti di Italia e Germania entrambi prosperati sulla base di una diffusa sensazione di ingiustizia per il privilegio economico del capitalismo coloniale anglosassone.

La Seconda guerra mondiale nasce da queste tensioni e in modo del tutto anacronistico, se non per la cartina geografica e le follie razziste di Hitler, vede su fronti contrapposti, i due totalitarismi (tedesco e russo). Inevitabilmente la Germania con dimensioni economiche non paragonabili agli Alleati, e in più con un fronte russo geograficamente immenso, perde rovinosamente la guerra, ma vince in modo altrettanto eclatante la pace diventando la potenza economica dominante in Europa.

Un minuto dopo la fine della guerra appare chiaro che il totalitarismo comunista russo è il vero nemico dell’occidente liberale, Germania inclusa, e per 45 anni fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989, l’Europa dell’est si vede privata di libertà, crescita economica, progresso sotto il tallone del totalitarismo comunista. Budapest nel 1956 e Praga nel 1968 rafforzano le convinzioni da una parte in Russia che l’unica risposta all’avvicinarsi di posizioni liberali sia l’invasione militare e dall’altra in Occidente che il comunismo sia non tanto una visione sociale moderna ma una efferata forma di totalitarismo ammantata e mascherata dal falso mito della filosofia ugualitaria.

Nel XX secolo il crescere dell’importanza della dimensione economica delle società svela anche con una semplice analisi che il comunismo è un totale, incontrovertibile, duraturo fallimento economico e sociale. Polonia, Cechia, paesi baltici dovranno attendere fino al 2030/40 per allinearsi all’occidente a cui appartengono per valori, cultura, istruzione e ogni altro parametro. Un anno di regime comunista ne costa due per riparare ai danni che provoca. Quarantacinque anni di regime ne costano cento per riportare quei territori a uno standard di vita simile alla media europea. Un’enormità e un costo tremendo. 

Questa è la motivazione profonda della forza del sentimento anti-comunista in quei paesi davvero estremo. Solo chi ha conosciuto il comunismo sa che è un costo sociale tremendo e lo combatte strenuamente, così come fanno oggi gli ucraini. La democrazia e il liberismo lasciano spazio all’iniziativa individuale soffocata dal comunismo e in una specie di darwinismo sociale, a costo anche di generazioni perse, il mito del comunismo finisce con il crollo del muro di Berlino. In Occidente purtroppo per anni è stata propinata solo per fini elettorali la bufala del buon comunismo, dimenticandosi gli evidenti aspetti del fallimento economico e del totalitarismo che ne erano intrinseci.

Ma il dato di fatto più interessante è un legame di continuità del comunismo o del totalitarismo in senso lato rispetto alla nobiltà del Settecento ante Rivoluzione francese. Allo stesso modo, la nomenklatura comunista gode di privilegi incredibili rispetto alle masse, quanto la nobiltà nel Settecento rispetto alla borghesia e alla plebe. Pochissime persone controllano economia, potere, media e sfruttano la promessa del comunismo o del nazionalismo, solo ed esclusivamente per proteggere in modo strenuo i propri privilegi. Gli oligarchi russi di oggi con l’ostentazione della loro ricchezza, i gerarchi fascisti o nazisti di oggi, non sono altro che piccoli uomini violenti e aggressivi, assurti a un potere enorme, a privilegi di vita altrettanto enormi, che non vogliono per nessun motivo rinunciare a questi privilegi, per loro assolutamente irraggiungibili attraverso lavoro o ingegno. 

Una volta acquisiti e “apprezzati” i privilegi, cercano di scovare una motivazione per le masse per evitare la rivolta popolare. Motivazione che alternativamente può essere la mitologia del comunismo, o la difesa della nazione, o i soprusi delle altre nazioni. 

Ogni scusa è buona pur di non mollare i privilegi. Soprattutto la minaccia di una rivoluzione liberale di successo come quella di Maidan del 2014 è terrificante. Se l’Ucraina si fosse occidentalizzata con successo come sembrava accedere, come si poteva fermare la stessa evoluzione in Russia? Da qui l’imperativo dell’invasione, non certo la Nato che, alleanza difensiva, non è una minaccia. Ciò che minacciava, e lo minaccia a maggior ragione oggi dopo la sconfitta de facto dell’esercito russo, è l’impossibilità di invadere l’Ucraina in futuro, perché avrebbe definitivamente sancito la solitudine dell’esperimento totalitario di Putin e quindi in ultima analisi il suo fallimento economico, sociale e infine la rivoluzione. Tra l’altro, geograficamente con l’adesione pregressa alla Nato dei paesi baltici, di Polonia e Romania non esiste più, a parte la piccola Moldavia, un territorio contiguo alla Russia dove fermare l’esperimento democratico.

La mia tesi è che nel mondo del XXI secolo la battaglia di questi tiranni privilegiati è senza speranza ed è l’ultimo colpo di coda nella storia.

Questo per 3 motivi fondamentali

  • L’avvento di internet e delle comunicazioni planetarie rende impossibile la gestione della propaganda all’infinito. Russi e cinesi prima o poi vedranno in innumerevoli video le bombe su Kiev e la catastrofe umanitaria di Mariupol. E la reazione sarà rabbiosa. Un contadino francese nel Settecento aveva molte difficoltà a vedere lo sfarzo inutile di Versailles. Forse lo intuiva, ma di certo non lo vedeva tutti i giorni con infiniti dettagli.
  • Ugualmente il fallimento economico del totalitarismo è sotto gli occhi di tutti. Cuba, la Corea del Nord, la stessa Russia tra pochissimo, sono esempi plastici dei luoghi dove si vive peggio al mondo e tristemente per i loro governanti anche la loro popolazione lo sa perfettamente, non fosse altro perché vede tutti i giorni quanto si vive meglio nel resto del mondo. Vale anche per la Cina i cui governanti hanno però finora molto abilmente coniugato il più feroce totalitarismo politico con un altrettanto incredibile capitalismo economico selvaggio, e soprattutto non sembrano essersi enormemente arricchiti di privilegi anche attraverso una selezione di classe politica di tutto rispetto e capacità media probabilmente superiore all’occidente.
  • La capacità repressiva dei regimi totalitari è fortemente ridotta in epoca internet, sempre per effetto delle comunicazioni tra i repressi, e anche per l’impopolarità della repressione. Alla fine Putin potrebbe essere costretto ad arrestare mezzo milione di persone che protestano e nemmeno lui lo può fare. Quelli che non sono arrestati scappano e le migliori energie del paese se ne vanno determinando una spirale di impoverimento drammatico. Succede alla velocità della luce in un modo dove trasporto di persone cose e idee è enormemente più facile che nel Settecento o nell’Ottocento. Cinque milioni di profughi ucraini in tre settimane e code inenarrabili alla frontiera tra Russia e Finlandia ne sono dimostrazione evidente. 

Quindi Putin ha già perso, semplicemente perché non può vincere. Non ha le motivazioni popolari, la struttura economica, la possibilità di controllo sociale per vincere. Crollerà tra 1, 2 o 5 anni ma crollerà travolto in modo violento dal suo stesso popolo e dai suoi oligarchi o dai suoi militari stanco di essere vessato, di vivere malissimo, di dovere emigrare. E chi dice che nella Russia profonda Putin è ancora popolare sottovaluta che le rivoluzioni si fanno sempre nelle città, Parigi o Bostonieri, San Pietroburgo o Berlino oggi, mai in campagna.

È altrettanto interessante il parallelismo di questa analisi con le vicende politiche occidentali dove abbiamo assistito alla creazione d un ceto politico fortemente autoreferenziale, con privilegi meno enormi ma certamente marcati rispetto alla massa della popolazione, e con qualità per lo più modeste. È molto vero in Italia, ma anche in svariati paesi occidentali, dove il politico di professione è diventato fortemente impopolare proprio per i privilegi di casta, l’impermeabilità al cambiamento e la sostanziale evidente inversione tra i presunti fini (il bene del popolo) e i mezzi praticati (l’autoconservazione del proprio potere e privilegi).

La dimensione personale dei privilegi dei politici di professione è sottovalutata. Costoro vivono in un universo parallelo, con una serie di agevolazioni e privilegi personali, pagati dai contribuenti a cui, una volta provati, non sono più disposti a rinunciare per nessun motivo. L’immagine di Luigi Di Maio al telefono con autista nell’Audi A8 che mai e poi mai potrebbe nemmeno sognare con il suo lavoro è plastica.

Così abbiamo assistito negli ultimi dieci anni a fenomeni di populismo democratico altrettanto pericolosi rispetto al totalitarismo. Chi si presenta alle elezioni dicendo «sono nuovo e diverso dai vecchi corrotti autoreferenziali» vince. Il claim elettorale è una bufala ovviamente, ma permette un giro di giostra al potere. Donald Trump, i Cinquestelle, Marine le Pen, Matteo Salvini e Boris Johnson (in una certa misura mitigato dalla centenaria tradizione democratica inglese) sono facce della stessa medaglia e cioè la proclamata vicinanza alle masse e alle istanze più becere delle masse, seguita da una gestione dissennata e pericolosa del governo del paese. 

L’aspetto sorprendente ma non troppo, considerata la natura umana, è la facilità con cui costoro conquistano le masse. Bastano promesse e slogan ridicoli nella loro pochezza («abbiamo sconfitto la povertà» o «uno vale uno» o «make America great again») per vincere le elezioni spesso con un utilizzo spregiudicato della comunicazione digitale. Le masse vogliono credere alla soluzione magica e soprattutto diffidano delle élite politiche autoreferenziali in cui hanno visto corruzione diffusa, attaccamento pervicace alla poltrona e anche discreta incompetenza.

Ma il gioco per fortuna dura poco. I Cinquestelle spariranno tra meno di un anno dal panorama politico italiano, così come Salvini. Trump proverà a ripresentarsi ma a mio avviso (e su questo sono in minoranza) ha pochissime speranze di vincere e forse nemmeno di essere il candidato repubblicano, nonostante la pochezza culturale del Midwest e delle classi non educate degli Stati Uniti. Per fortuna, in democrazia i populisti spariscono, spesso con rabbiosa reazione, quando le masse si rendono conto che le promesse sono vuote.

Il costo però è molto elevato; ad esempio, in Italia il costo dei Cinquestelle sarà alla fine di cento o duecento miliardi a causa delle scelte scellerate (dai banchi a rotelle, al reddito di cittadinanza, alla guerra al TAP e ai rigassificatori e molto altro), un prezzo enorme per un paese molto indebitato e in crisi demografica. Forse proprio pensando al Midwest americano bisognerebbe riflettere attentamente su un paese (l’Italia) che dedica risorse al welfare pari a cinque volte quelle che dedica all’istruzione, dove peraltro le risorse sono spese per difendere l’assoluto opposto della meritocrazia per chi insegna e l’inutilità per chi impara. L’istruzione e lo spirito critico sono essenziali per la democrazia e noi stiamo facendo pochissimo per difenderla.

Restano però vive e vegete, soprattutto in Italia, le élite politiche che hanno esse stesse fortemente favorito la reazione populista. In Italia la sinistra ha governato per quindici degli ultimi venti anni pur avendo quasi sempre perso le elezioni, ha un personale politico uguale a sé stesso che di professione ha sempre e solo fatto politica, che non ha alcuna prospettiva di lavoro reale fuori dal Parlamento e dai ministeri e prospera adesso solo con lo slogan “mai con Salvini” riuscendo anche a digerire l’impresentabile Giuseppe Conte e i Cinquestelle nella speranza di restare al potere anche dopo le prossime elezioni.

La guerra scompagina però le carte in modo sensibile. I distinguo della sinistra identitaria italiana e dei Cinquestelle saranno indigeribili per un Pd riformista, atlantista ed europeista e quindi il sogno di Goffredo Bettini e Massimo D’Alema (quando non è distratto dalla vendita di armi ai colombiani) del campo largo viene spazzato via dalle bombe dei russi. Le stesse dichiarazioni sulla “pace che non si fa con le armi” stridono con il buonsenso e con la realtà. Andiamolo a dire agli ucraini sotto il fuoco nemico che la pace si fa con il dialogo.

Emmanuel Macron realisticamente vincerà ancora le elezioni francesi specie se al secondo turno andasse Marine Le Pen, Boris Johnson a breve sarà spazzato via dai suoi stessi conservatori, e Olaf Scholz in Germania sta riaffermando la migliore politica europea anche dopo Angela Merkel con un sano pragmatismo calvinista attento alle ragioni del benessere germanico, ma anche lontano dagli estremismi e dal populismo (il gas russo per noi purtroppo è fondamentale e ci vorrà tempo per smarcarsi). Quindi, in sintesi, in Europa (ma anche negli Stati Uniti se la mia previsione sulla fine di Trump è corretta) la stagione del bipopulismo (di destra Le Pen/Salvini/AFD o di sinistra Cinquestelle/Linke) è sostanzialmente terminata, e avremo governi stabilmente di centro con uno spin di destra o di sinistra in funzione delle situazioni locali. Avremo, si spera, anche governi di competenti. Mario Draghi è il meglio che oggi l’Europa propone, un atout incredibilmente potente per l’Italia specie se non sarà condizionato dalla pattuglia di Cinquestelle e Lega che nel prossimo Parlamento sarà irrilevante.

L’esito delle elezioni italiane del 2023 invece è meno evidente e sarà uno spartiacque decisivo, visto che il peso dei bipopulisti (Lega e Cinquestelle) era il più alto in Europa, mentre manca un ancoraggio solido al centro che è maggioranza nel paese, ma allo stato attuale minoranza in Parlamento.

Sarebbe importante offrire alle democrazie occidentali e all’Italia in particolare, un meccanismo efficace per evitare i populismi nel tempo, e forse il modo migliore può essere garantire la capacità a un ceto politico non autoreferenziale di salire al potere. In questo senso la limitazione nel tempo degli incarichi pubblici (la stessa proclamata con enfasi sugli altri ma poi negata su se stessi dai Cinquestelle) a me pare l’antidoto più grande.

Nessuno potrebbe concepire di fare il politico a vita e questo cambierebbe drasticamente la possibilità di invertire fini e mezzi attraverso la politica. Così come la coscienza dei valori dell’occidente di libertà, auto determinazione e espressione individuale che questa guerra provocherà di certo, forse avvicinerà alla politica persone migliori, con maggiore esperienza di gestione amministrativa e senza l’attaccamento al ruolo tipico di chi non ha alcuna prospettiva fuori dalla politica (Di Luigi Di Maio e tutti i Cinquestelle, Salvini e molti nella Lega, ma anche molti nel Pd). Ci sono segnali importanti in tal senso come Giorgio Gori, Beppe Sala, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Carlo Calenda, Stefano Bonaccini, Giovanni Toti, e in generale una classe di amministratori locali che per vincere deve amministrare e non solo fare promesse ai delegati del partito. Le elezioni del 2023 sono uno spartiacque importante in questo senso.

Di certo l’epilogo dei privilegi del re, del nobile, del gerarca, del politburo comunista, è molto vicino.

Si tratta di non cadere poi nel privilegio del politico di professione che vessa certamente molto meno del dittatore, ma non ha le capacità e le competenze prima di tutto morali, ma anche tecniche e professionali per gestire la complessità dello Stato. 

La transizione è in corso e, anche nel mezzo della notte più buia per della democrazia, c’è motivo di essere fiduciosi, perché da sempre la natura umana vuole migliorare la propria condizione per lasciare un mondo migliore ai propri figli. Lo ha fatto con successo per migliaia di anni e non sarà un Putin qualsiasi a cambiare il corso della storia, anzi semmai catalizzerà alcuni processi che avrebbero richiesto più tempo per realizzarsi con successo.

Aspettiamo la sua fine con fiducia e combattiamo al meglio per difendere i nostri valori e per evitare che nuovi piccoli e grandi dittatori autoreferenziali arrivino ancora a propinarci le loro menzogne ammantate di ideali affascinanti e totalmente fasulli, irrealizzabili e costosi. Li abbiamo visti all’opera e basta così.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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