La cavalcata dell’atomoA che punto è il nucleare nel mondo

Gli Usa sono ancora il primo Paese per energia atomica prodotta, ma la Cina non sta a guardare. E in Europa la crisi energetica potrebbe cambiare presto lo scenario attuale

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150 nuovi reattori nucleari in 15 anni. È questo il piano messo in piedi dalla Cina per avvicinare l’obiettivo di zero emissioni entro il 2050. La nuova tranche di reattori si andrà ad aggiungere ai 50 già attivi, che già da soli permettono al Dragone di classificarsi come il secondo maggiore produttore al mondo di energia nucleare. Un obiettivo ambizioso di chi ai dubbi riguardo la sicurezza di questa fonte energetica risponde con decisione, investendo oltre 440 miliardi di dollari. Un costo «relativamente basso», come l’ha definito Bloomberg commentando la manovra, che consentirà alla Cina di raggiungere la quota più alta al mondo di energia nucleare prodotta.

Ad oggi, però, sono ancora gli Stati Uniti la prima nazione per energia nucleare prodotta, con una quota del 30 per cento sul totale di quella generata a livello globale. Nel proprio mix energetico, gli Usa attingono ai loro 96 reattori nucleari – il numero attualmente più alto al mondo per singola nazione – per coprire poco meno del 20 per cento del totale dell’energia elettrica utilizzata. Se invece si guarda all’energia pulita attualmente utilizzata oltremare, il nucleare rappresenta una quota pari circa al 52%. 

Ma non tutti sono concordi nel definire il nucleare una fonte di energia rinnovabile utile alla transizione ecologica. In questo senso, l’Europa ne ha approvato l’utilizzo soltanto qualche mese fa, dopo una dura diatriba interna, aggiungendo l’energia ottenuta dal nucleare all’interno della tassonomia verde. Assieme al gas è stata infatti inserita nella lista delle fonti energetiche che l’Unione considera verdi, cioè sostenibili nell’ottica della transizione ecologica. In questo contesto, è bene ricordare che si sta parlando di un territorio, quello dei 27, in cui convivono Paesi assolutamente convinti della vantaggiosità dell’energia dell’atomo, come la Francia e altri assolutamente contrari, come la Germania o l’Italia.

La Francia possiede 58 reattori nucleari che le permettono di partecipare per il 13 per cento alla quota energetica nucleare generata nell’intero pianeta. Questo la rende la terza potenza energetica nucleare a livello globale e rappresenta il primo Paese al mondo a fare il più largo utilizzo di nucleare nel proprio mix energetico: ben il 70 per cento della sua energia elettrica proviene infatti dai suoi 58 reattori. Reattori che verranno implementati di altri sei, grazie a un investimento da 50 miliardi attraverso i quali saranno installati piccoli reattori modulari e altri innovativi, capaci di garantire un minore impatto in termini di rifiuti. Il nuovo piano di Parigi, annunciato a febbraio dal presidente Macron, prevede inoltre lo studio di altri 8 reattori nucleari e l’estensione a oltre 50 anni di vita di quelli già attivi. Macron ha infatti parlato di «rinascita dell’industria nucleare», una scommessa che la Francia vuole vincere per tagliare il traguardo delle zero emissioni di gas entro il 2050 e risolvere il problema della crisi energetica che sta facendo barcollare l’Europa. 

Ed è proprio la Germania, assieme all’Italia, a essere uno dei Paesi che sta soffrendo maggiormente l’attuale crisi energetica, resa ancora più acuta dallo scontro tra Russia e Ucraina. Scontro che non solo ha fatto schizzare i prezzi del gas a svantaggio degli acquirenti ma che ha inoltre ulteriormente rallentato l’attivazione del gasdotto Nord Stream 2, un tubo di oltre 1200 chilometri che trasporterebbe gas russo in Europa attraverso il Mar Baltico.

Proprio per questo, qualche mese fa, Berlino aveva spinto per inserire nella tassonomia verde europea proprio il gas, appoggiata dal gruppo di Visegrad. Nonostante la Germania avesse precedentemente investito nel nucleare, installando sul suo territorio 6 centrali, si trova ora nella penultima fase di un lungo processo di denuclearizzazione totale. A seguito del disastro di Fukushima avvenuto nel 2008, la cancelleria ha optato per invertire il processo di potenziamento del nucleare, puntando a eliminarlo completamente entro dicembre 2022. Nel 2038, invece, verrà chiusa anche l’ultima centrale a carbone, come stabilito dal piano avviato nel 2019. Parallelamente, la Germania ha investito tanto sulle rinnovabili, prime tra tutte l’eolico e il solare. Una manovra che sta subendo un’ulteriore accelerazione a fronte dell’attuale crisi del gas. Berlino dovrebbe arrivare alla neutralità carbonica entro il 2035. 

A produrre un’elevata quota dell’energia nucleare utilizzata a livello globale contribuisce la Russia per quasi l’8 per cento. Ma di ciò che esce dai suoi 39 impianti, l’Orso utilizza soltanto un 20% (circa 40 mila GWh) all’interno del suo mix energetico. 

Dopo la Francia, sono Slovacchia, Ucraina e Ungheria a fare affidamento sul nucleare, utilizzandolo per una quota pari a circa la metà del totale dei consumi elettrici. Ma tra queste nazioni, la più autonoma è l’Ucraina, settimo Paese al mondo per energia nucleare prodotta grazie ai suoi 15 reattori. Un numero che sta facendo tremare l’Europa a causa dell’incessante pioggia di bombardamenti che hanno già sfiorato diverse centrali ucraine, destando profonda preoccupazione. 

È interessante notare come l’inasprimento dei costi energetici degli ultimi tempi stia convincendo alcuni Stati a rivalutare l’energia nucleare dopo che questa ha subito nel corso degli anni, soprattutto a causa dei disastrosi incidenti di Chernobyl (1986) e Fukushima (2011), graduali eliminazioni. È di questi giorni, infatti, la notizia arrivata da Bruxelles, dove anche i partiti ecologisti belgi stanno valutando di rimandare il piano di uscita del nucleare, promulgato tramite legge nel 2003. Il Belgio avrebbe infatti dovuto chiudere le sue sette centrali entro il 2025 ma a seguito dei rincari conseguenti alla crisi ucraina il governo potrebbe votare per il mantenimento del nucleare fino al 2035. 

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