Scontro tra Pd e ConfindustriaIl ministro Orlando dice che Bonomi sottovaluta il rischio sociale su salari e inflazione

Gli industriali parlano di «ricatto» davanti alla proposta di legare gli aiuti per le imprese ai rinnovi contrattuali e propongono il taglio del cuneo fiscale. «È ridicolo», spiega l’esponente Dem alla guida del ministero del Lavoro. «Ho proposto un accordo che presuppone appunto l’accordo tra le parti sociali»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

All’Agorà sul lavoro, il Partito democratico ha presentato un programma in cinque punti per comprimere l’erosione dei salari dovuta all’inflazione. Tra i punti centrali, la proposta di legare gli aiuti alle imprese con il rinnovo dei contratti, in primis quelli scaduti, aumentando i salari. Ma Confindustria ha detto subito no e ha parlato di «ricatto», chiedendo invece il taglio del cuneo fiscale per far crescere le buste paga.

«È ridicolo», dice il ministro del Lavoro Andrea Orlando in un’intervista al Manifesto. «Ho proposto un accordo che presuppone appunto l’accordo tra le parti sociali, come si può parlare di ricatto! Quella di Confindustria è una reazione spropositata che sottovaluta il rischio sociale che può venirsi a creare nei prossimi mesi a causa della guerra in Ucraina e delle sue conseguenze economiche. Quanto alla richiesta di taglio di cuneo fiscale, una cosa non esclude l’altra. Vedo che Confindustria insiste sulla produttività, ma l’unico modo di legarla agli aumenti salariali è riattivare la contrattazione tramite un nuovo accordo quadro con i sindacati. Non tutti i settori sono in difficoltà e i contratti non rinnovati spesso sono proprio in questi settori». E poi, aggiunge, «dire soltanto “cuneo” significa non affrontare compiutamente il tema».

La priorità ora, per il ministro, «è la difesa dei salari». Anche se, ammette, le risorse stanziate nel Def non saranno sufficienti. «Da questa consapevolezza nasce la proposta di “avviso comune” che ho lanciato», spiega. «Anche sul cuneo fiscale comunque qualcosa andrà fatto prima della legge di bilancio, come andranno usati tutti gli strumenti possibili per tutelare il potere di acquisto dei salari».

Il titolo in prima pagina del Sole 24 Ore, quotidiano edito da Confindustria, del 27 aprile era inequivocabile: «Le imprese: no al ricatto del ministro». Il primo a commentarlo ieri è stato il segretario del Pd Enrico Letta, dicendo: «Ho trovato il titolo del Sole 24 Ore inaccettabile. Il ministro del lavoro del Pd non ricatta nessuno, c’è la volontà di porre una questione a tutto campo di lavoratori e imprese. Noi chiediamo di fare di più per salari e per proteggere il potere di acquisto, per dare vita a qualcosa di più strutturale in prospettiva».

Poi è seguito un botta e risposta a distanza tra Orlando e il presidente degli industriali Carlo Bonomi. «Caro ministro Orlando», ha detto Bonomi da Bologna, «non è quella la strada. Dire aiuti alle imprese con aumento salari è un ricatto. Che modo è di porsi da parte di un ministro della Repubblica? È questo il patto che ci proponete? Noi crediamo che sia un’altra strada. Proposte del genere mostrano, per l’ennesima volta, il sentimento anti industriali che pervade l’Italia. Il vero taglio che dobbiamo fare è quello del cuneo fiscale: questa è equità sociale».

Orlando ha risposto dall’Agorà tenutasi a Roma. «Ricatto? Mi sorprende questa reazione», ha detto. «Tra uno che non rinnova il contratto e uno che lo rinnova il trattamento deve essere lo stesso dal punto di vista fiscale, degli aiuti e delle gare? si è chiesto nuovamente il ministro del Lavoro. Riconoscere una condizione di vantaggio a chi ha rinnovato il contratto credo che possa essere uno stimolo a livello di condizionalità che si possono introdurre. Può essere un impulso che va nella direzione giusta».

E ha aggiunto: «Io ho detto una cosa semplice, non ho fatto nessun ricatto e non ho capito cosa si vuol mettere in questo patto, se significa chiedere qualcosa non è patto, ma patto è se ognuno mette a disposizione qualcosa. La mia non mi sembrava una proposta eversiva. Questa reazione mi dà l’idea di una inconsapevolezza di quello che si può produrre nel Paese nei prossimi tempi. Noi rischiamo la crisi sociale e una caduta della domanda interna. Di questo le imprese si dovrebbero preoccupare».

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