America domaniIn un anno di presidenza Biden ha fatto tanto, ma gli Stati Uniti sono ancora divisi e arrabbiati

Insediatosi con un’economia in difficoltà, una pandemia all’apice e all’indomani di un tentativo di colpo di Stato, il presidente degli Stati Uniti ha fatto approvare due leggi fondamentali per ridurre la disoccupazione e aumentare i salari. Ma non basta. Specie se c’è un Trump che mantiene sotto attacco costante la democrazia e le sue regole

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Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2022 in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.

Che aria tira nell’America del 2022? Pessima, se si fa una ricognizione sui fattori di crisi di questa società, incapace di ristabilire il magico equilibrio di fine Novecento. Partiamo dalla Casa Bianca: il silente Joe Biden è sull’orlo di una crisi di nervi. La sua popolarità è in caduta libera. Badate: spesso essere presidente è fonte di impopolarità. Un presidente di successo sa come cavalcare un’onda sempre instabile. Prima della guerra in Ucraina, Biden era sulla graticola, il tasso di approvazione era in picchiata e il suo partito è in preda al panico – condizione ricorrente per i Democratici, mentre i Repubblicani sono più abili nel tenere duro.

Nella prima parte del 2022 l’indice di Biden era al 40 per cento (ora al 42%), lo stesso dato in cui Donald Trump è rimasto impantanato per tutta la presidenza. Ma Trump era talmente preso dagli scandali che non aveva tempo di preoccuparsene. Quelli del gabinetto Biden appaiono invece frustrati da questo dato punitivo mentre hanno realizzato molto nei primi dieci mesi in cui il presidente – insediatosi con un’economia in difficoltà, una pandemia all’apice e all’indomani di un tentativo di colpo di Stato – è stato in carica. Hanno avviato la più grande campagna di vaccinazione della storia, hanno approvato due leggi titaniche, la prima delle quali, l’American Rescue Plan, rilancia l’economia, riducendo la disoccupazione e aumentando i salari. Con una maggioranza ristretta, sono riusciti a far passare un enorme disegno di legge sulle infrastrutture. Eppure la presidenza è stata descritta per mesi a un passo dal fallimento.

Inizialmente, il calo sembrava imputabile a fattori temporanei come la variante Delta o il maldestro ritiro dall’Afghanistan. Ma quando questi eventi sono stati consumati, i numeri hanno continuato a diminuire e la presidenza di Biden ha cominciato a disintegrarsi senza che lui abbandonasse il centro. Ma perché le valutazioni degli elettori su Biden sono così deludenti? Jamelle Bouie sul New York Times sostiene che «l’opinione pubblica funziona come un termostato: gli elettori regolano la temperatura della politica quando si sposta troppo in entrambe le direzioni». Più un presidente sembra essere ambizioso, più forte è la reazione termostatica contro di lui. Biden ha firmato due progetti di legge per un totale di 3 trilioni di dollari di spesa. Combinandoli con l’inflazione, la pandemia, il disordine sociale e questa reazione pubblica termostatica, appare chiaro perché la sua approvazione stia crollando. Perché essere popolare come presidente di un Paese arrabbiato è difficile, se non impossibile.

A meno di cambiamenti, le prospettive dell’Amministrazione dopo il voto del midterm sono compromesse. Non è una buona notizia per la stabilità della nazione. Una nazione nella quale i principali indicatori di democrazia hanno preso a oscillare pericolosamente. Il futuro americano promette più violenza? La sua democrazia è sotto attacco? Parlano chiaro l’attacco al Campidoglio e il tentativo insurrezionale del 6 gennaio e l’impressionante incremento di sparatorie e attentati armati. Viene da pensare che la profonda alienazione degli americani convinca un numero crescente di persone a scegliere l’uso delle armi come soluzione. In cinque Stati dell’Ovest – Idaho, Montana, Wyoming, Utah e Nevada – i sondaggisti rilevano che il 74 per cento dei cittadini si sente perseguitato dal governo federale e il 54 per cento dal governo locale. Tre su cinque credono che «il governo federale lavori a beneficio di altri, non mio». Repubblicani e Democratici mostrano paura su percentuali identiche: l’85 percento è «molto preoccupato per la salute della democrazia». È una strada pericolosa.

Vista la retorica tambureggiante di Trump e soci, questi numeri non devono stupire. Nonostante le sentenze dei tribunali, tanti ancora credono che le elezioni siano state truccate, come credevano che Obama non fosse nato negli Stati Uniti o che la Comet Ping Pong Pizza di Washington fosse la base del traffico di bambini gestito da Hillary Clinton – una tesi del complotto, quest’ultima, che portò un uomo a prendere a fucilate i frequentatori del locale. Il 20 per cento degli intervistati crede che «la violenza politica sia giustificata in una democrazia quando le cose vanno così male che il governo non agisce nell’interesse dei cittadini».

Dall’inaugurazione di Biden queste cifre sono peggiorate. Quando un americano su cinque sostiene i comportamenti violenti e imbraccia le armi, la nazione è vicina al default, e la sua stabilità è in pericolo. Ma quella che resta comunque la maggioranza degli americani che cosa vuole? Vuole che i leader svolgano il proprio lavoro, che risolvano i problemi che afliggono la nazione, che operino per migliorare la vita degli americani. Vogliono il progresso. Ma probabilmente non vogliono il progressismo. Ad esempio. A Waukesha, Wisconsin, sei persone uccise e sessanta ferite quando Darrell Brooks, alla guida di un suv, travolge una parata di Natale. Brooks avrebbe dovuto essere dietro le sbarre, per un reato appena commesso. Ma era libero, come conseguenza delle cauzioni facili. È uscito pagando 500 dollari.

E la riforma della cauzione e la sua riduzione per una serie di reati, sono cause portate avanti dalla sinistra democratica. Un disastro. Che fa digrignare i denti all’America silenziosa. Se permetti i crimini minori, ne nasceranno di più grandi. Se non si perseguono i cattivi comportamenti, si prepara la catastrofe. Oppure: la democratica California nel 2014 ha classificato “reati minori” il possesso di droghe pesanti e il furto di beni fino a 950 dollari. Nella Bay Area, i risultati parlano chiaro: i decessi per overdose di San Francisco sono saliti da 19 a 81 ogni 100mila persone tra il 2014 e il 2020. Il taccheggio è endemico e culmina in saccheggi organizzati che hanno terrorizzato i negozianti. Intanto proliferano gli accampamenti per homeless e tossicodipendenti – un fallimento raccontato in modo impressionante da Michael Shellenberger in “San Fransicko: Why Progressives Ruin Cities” (sottotitolo: “ll crollo della civiltà sulla costa occidentale americana”).

E Chicago, Los Angeles, Seattle, Filadelfia o New York: sono migliorate negli ultimi anni sotto la guida progressista? Le cifre degli homeless sono in aumento, come i decessi per overdose, le disfunzioni esplodono proprio laddove dovrebbero essere avviate a soluzione da una volontà progressista. Forse bisogna mettere in discussione la concezione di progressismo sociale nella sua declinazione americana?

A margine, la stagnazione della questione razziale è impressionante. Nessuna soluzione, coazione a ripetere di meccanismi usurati, intolleranza e stanchezza in crescita, contaminazione dell’impegno politico con comportamenti criminali. Sempre più spesso le proteste a sfondo razziale dello scorso anno si sono trasformate in teppismo, come le «proteste infuocate ma per lo più pacifiche» di Kenosha, davanti alle quali i progressisti e i media hanno chiuso gli occhi. Bisogna sperare che figure urbane emergenti come il sindaco Eric Adams di New York invertano la tendenza, ma per farlo servirà un polso di ferro: finiranno anche loro nel mirino? E chi beneficia di tutto questo? Trump. Il Paese non sarà al sicuro da lui finché il Partito Democratico non saprà disinnescare queste esche per un nuovo “esperimento” post-politico sul genere del 2016. E, dopo il crollo nell’elezione del governatore della Virginia, gli strateghi del partito scoprono che le cose stanno peggio del previsto.

A meno di un anno dal voto di midterm ci si aspetta di perdere la Camera, forse anche il Senato. Eppure i vaccini ci sono, le scuole hanno riaperto, la spesa sociale si rafforza. Ma niente di tutto ciò sembra aiutare Biden o i Democratici. Il malessere serpeggia nel Paese. L’inquietudine deflagra. Gallup spiega che il favore popolare per un controllo più rigoroso delle armi è diminuito di 15 punti negli ultimi cinque anni. Il divario non è mai stato così ampio: il 91 per cento dei Democratici e solo il 24 per cento dei Repubblicani sostiene leggi più severe. I risultati in Virginia e in New Jersey mostrano l’emorragia dei voti Democratici tra gli elettori della classe operaia e gli esperti ne attribuiscono parte della colpa alla spinta del partito per il controllo delle armi.

Una spia sta nelle reazioni al verdetto per Kyle Rittenhouse, il teenager che col suo fucile ha ucciso due dimostranti a Kenosha, dopo essere stato da loro aggredito. La governatrice dem di New York, Kathy Hochul, ha twi!ato: «Se c’erano dubbi sul perché abbiamo bisogno di leggi forti sulle armi, la risposta sta in questa sentenza. Tut to ciò non sarebbe mai dovuto accadere ». Biden ha etiche!ato Ri!enhouse come “suprematista bianco”, ma si è rimesso al giudizio della corte. Nello stesso momento i Repubblicani hanno pubblicizzato la vicenda come esemplare dei vantaggi delle armi per l’autodifesa. La persona ferita da Rittenhouse ha ammesso di avergli puntato una pistola contro. Alla fine è arrivata l’assoluzione e non è stata una sorpresa. Paul Butler, docente di legge a Georgetown, ha de”nito il processo una dimostrazione del “privilegio muscolare bianco”. Ma la maggioranza degli americani crede che le vittime di Rittenhouse se la siano cercata, rivoltosi coinvolti in atti violenti. L’unica, ridotta possibilità è rendere il possesso di un’arma più costoso.

C’è questo stress che mina l’equilibrio sociale americano ed è figlio della stessa antipolitica che ha generato i movimenti estremisti di destra e il complottismo. È il desiderio d’interpretare questa società come il laboratorio che non è più da decenni e che forse non è mai stata. Una tendenza elitaria, sospinta dai media progressisti e da vaghe teorie propugnate dai centri studi delle grandi università e da una vasta gamma di organizzazioni non profit, fonanziate da milionari dell’ultim’ora. Metteteci pure, sul medio termine, l’onda moralizzatrice della cancel culture. Fattori di destabilizzazione etica e culturale, destinati a non ottenere consensi in un terreno che cerca stabilità e non smette di anteporre la difesa dei diritti acquisiti – anche quelli non equi – alla ricerca di novità. Sotto questo cielo, dunque, previsioni di tempesta.

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