SoluzioniIl cambiamento climatico in Medio Oriente può essere contrastato dal nucleare?

Per la maggior parte dei Paesi mediorientali i combustibili fossili svolgono un ruolo dominante ed è fondamentale sostituirli con fonti più pulite. La ricetta più efficace potrebbe venire dall’atomo

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La comunità internazionale ha un rapporto ambivalente con il nucleare già dai primi stadi del suo sviluppo: dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 fino alla guerra fredda, il nucleare ha giocato un ruolo chiave nell’influenzare la politica mondiale.

Incidenti come Chernobyl in Ucraina e Fukushima in Giappone non hanno fatto altro che rinforzare la convinzione secondo la quale i benefici di tale fonte di energia non fossero sufficienti per giustificare il rischio. 

Tuttavia, complici la crisi climatica che già spinge i paesi a dipendere meno dai combustibili fossili e l’invasione russa dell’Ucraina, ha preso ora piede un altro motivo per cui i governi accelerano la ricerca di fonti energetiche alternative.  Diversi Paesi europei, tra cui la Francia e, soprattutto, la Germania – la quale ha deciso di mantenere gli impianti nucleari sul suo territorio allo scopo di diversificare il proprio fabbisogno energetico dal gas russo – stanno infatti intensificando le loro ambizioni energetiche. 

Nel frattempo, in occasione della prima edizione della Mena Climate Week, i funzionari dei Paesi appartenenti al gruppo geografico Mena (Medio Oriente e Nord Africa) si sono incontrati dal 28 al 31 marzo a Dubai per discutere le modalità con cui affrontare le crescenti minacce causate dai cambiamenti climatici nella regione: per la maggior parte dei paesi del Medio Oriente, i combustibili fossili svolgono infatti un ruolo dominante ed è fondamentale sostituirli con fonti più pulite.

I dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) mostrano che i Paesi del Golfo hanno un mix energetico composto per il 90% da idrocarburi, i quali rilasciano enormi quantità di anidride carbonica e metano nell’atmosfera. Al contrario, l’energia nucleare è una fornitura di energia a emissioni zero prodotta attraverso la fissione, il processo di scissione di atomi di uranio che generano calore per produrre vapore, che viene poi utilizzato da una turbina per la produzione di elettricità. Se si vogliono quindi raggiungere gli obiettivi del Net-Zero – ridurre le emissioni di gas serra il più vicino possibile allo zero – almeno una parte del mix energetico globale dovrà provenire dal nucleare.

Sebbene lo sviluppo dell’energia nucleare in Medio Oriente sia ancora agli inizi, vi sono attualmente sei paesi con tali ambizioni: Turchia, Egitto, Giordania, Iran, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Arabia Saudita. 

In particolare, questi ultimi tre sono in cima alla lista globale delle emissioni di gas serra e il loro interesse per l’energia nucleare potrebbe essere giustificato data la loro urgente necessità di decarbonizzazione, oltre al fatto che l’introduzione di un nuovo settore nell’economia creerebbe nuovi posti di lavoro per manodopera altamente qualificata. 

Tuttavia, allo stato attuale, ci sono solo due impianti nucleari attivi nella regione: le centrali di Bushehr in Iran e di Barakah negli Emirati Arabi Uniti. Mentre le aspirazioni nucleari del primo sono subordinate allo sviluppo di armi, questi ultimi sono stati tra i primi in Medio Oriente ad adottare un programma pacifico per la produzione dell’energia nucleare.

L’Iran è già provvisto di 915 MW di energia nucleare operativa, con un ulteriore reattore in costruzione insieme alle attività di estrazione dell’uranio. Quest’ultimo aspetto è stato oggetto di preoccupazione internazionale e la base del “Piano d’azione congiunto globale” nel 2015, comunemente noto come “Accordo sul nucleare iraniano”, poi sciolto dall’amministrazione Trump. 

Per quanto riguarda il sito di Barakah, che ha collegato il suo primo reattore nel 2020, l’amministratore delegato della Emirates Nuclear Energy Corporation (ENEC) Mohamed Al Hammadi dichiara ad Arab News che, quando tutti e quattro i reattori entreranno in funzione – i restanti tre sono in fase di completamento – l’impianto genererà, entro il 2025, l’85% dell’elettricità presente nella capitale Abu Dhabi, mentre il World Nuclear Industry Status Report 2020 prevede che provvederà al 25% del fabbisogno energetico del Paese.

Spostandoci in Arabia Saudita, nel Regno è stata istituita, nel 2010, l’entità di ricerca King Abdullah City for Atomic and Renewable Energy per supervisionare un programma che prevede due grandi centrali nucleari come parte della più ampia strategia del Regno per le energie rinnovabili. Ciò è stato rafforzato dalla strategia di diversificazione Vision 2030, che ha posto le rinnovabili al centro delle politiche nazionali, ricevendo un ulteriore stimolo lo scorso anno, quando è stata lanciata la Saudi Green Initiative.

Il pensiero del Regno sull’energia nucleare si è cristallizzato proprio mentre molti esperti di energia sono stati conquistati dal suo potenziale per soddisfare i futuri bisogni energetici.

Il rischio di un incidente nucleare non deve essere, però, sottovalutato: dato che la maggior parte dei paesi della regione finanzia le proprie economie quasi esclusivamente attraverso le entrate del petrolio e del gas, qualsiasi interruzione di queste attività commerciali a causa di un incidente nucleare comporterebbe perdite finanziarie disastrose.

Inoltre, circa la metà della capacità mondiale di desalinizzazione – un processo che rimuove il sale dall’acqua di mare – si trova in Medio Oriente. Gli studi mostrano che i paesi del Golfo, tra cui gli Emirati Arabi Uniti (Uae), il Qatar e il Kuwait, ottengono oltre il 90% della loro acqua potabile proprio da questo processo.

Quindi, un incidente nucleare in quell’ambiente distruggerebbe gli impianti di desalinizzazione del Golfo.

Inoltre, i dati rilasciati di recente dal secolo scorso mostrano che le temperature dei Paesi MENA sono aumentate di 1,5 gradi Celsius, il doppio della media globale. 

Ciò significa che la regione subirà gli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici come siccità, inondazioni e ondate di calore in misura maggiore rispetto al resto del mondo. Vi è quindi un rischio concreto che il clima estremo possa danneggiare gli impianti nucleari e provocare impronte di radiazioni che impiegherebbero migliaia di anni a essere eliminate. Le ondate di caldo europee che hanno spento o rallentato i reattori nucleari in Francia e Germania nel 2003 e nel 2019 ne sono la prova.