Cosa rimarrà di noiDopo la fine del capitalismo c’è la possibilità di costruirne uno nuovo

Le crisi più recenti, scrive Tim Jackson nel suo ultimo libro (Il Mulino), hanno messo in crisi il meccanismo della crescita. Serve un ripensamento alla base del sistema economico per garantire anche in futuro il miglioramento degli standard di vita globali e l’aumento della prosperità

di Parrish Freeman, da Unsplash

Nel 2016, a Newcastle, durante la corsa al referendum sulla Brexit, un accademico britannico stava cercando di convincere il pubblico dei pericoli che attendevano il paese se fosse uscito dall’Unione europea. L’impatto sul PIL, spiegò l’esperto alla folla, avrebbe cancellato tutti quegli sconti che il Regno Unito avrebbe potuto ottenere versando i propri contributi al bilancio comunitario. «Questo dannato PIL è roba vostra!», urlò di punto in bianco una donna tra il pubblico. «Non nostra!».

Dietro questa esclamazione rabbiosa si nascondevano molte scomode verità. Che la crescita economica, quasi un decennio dopo la crisi finanziaria, non era ancora riuscita a tornare ai livelli pre-crisi. Che i successivi anni di austerità avevano reso più dura la vita dei più poveri. Che nel frattempo la fiducia nella competenza degli economisti e dei politici si era gravemente erosa. Che le statistiche erano diventate un’arma di cui servirsi nell’interesse di élite minoritarie. Che, in un’epoca «post-verità», nemmeno le cifre avrebbero più spadroneggiato alla stregua di immutabili dati di fatto.

Più di ogni altra cosa, tuttavia, la rabbia della donna tradiva un innegabile senso di perdita: una perdita di fiducia nel mito della crescita. Da tempo immemorabile la continua espansione dell’economia – la crescita del PIL – era sinonimo di progresso sociale. Ma questa comoda equazione non rifletteva più la realtà della vita quotidiana sperimentata dalla gente comune in una delle economie più avanzate del mondo. Al di là della furia della folla c’era il rimbombo percettibile di un mito culturale che cominciava a crollare.

Stranamente questa perdita di fiducia non serpeggiava solo tra le frange trascurate dal sistema economico. Ha finito per materializzarsi nei luoghi più improbabili. A volte nel cuore stesso dell’establishment. La fugace apparizione della società post-crescita a Davos non è stata l’unica dimostrazione che le cose stavano cambiando. Una delle più grandi banche del mondo ha infatti scelto proprio il Forum economico mondiale del 2020 come sede per una settimana di discussioni dal titolo «La crescita è un’illusione?».

La crescita è un’illusione?

Il 2019 era stato un brutto anno (anzi, il decennio intero era stato difficile) per Deutsche Bank4. Scossa dalle controversie sui suoi rapporti finanziari con l’impero trumpiano e ancora alle prese con la risoluzione di contenziosi che risalivano a prima della crisi globale del 2008, aveva subito ingenti perdite per i due trimestri consecutivi precedenti all’incontro di Davos. Nel 2020 i suoi attivi, pari a 1.400 miliardi di dollari, la rendevano ancora la diciassettesima banca più grande al mondo. Ma quei cespiti avevano registrato un drastico calo rispetto a un picco pre-crisi di 3.600 miliardi di dollari. La crescita era – quasi letteralmente – un’illusione per il gigante malato.

La crescita ha rappresentato un bersaglio sempre più sfuggente per le economie avanzate nel loro complesso. I tassi di crescita del 5% che caratterizzavano l’economia statunitense nel 1968 sono ormai lontani. All’inizio del 2020, quindi prima della pandemia, il tasso medio di crescita delle nazioni dell’OCSE era appena del 2%. Se misuriamo il tasso medio di crescita per persona in questi periodi – un indicatore più preciso per quanto riguarda i cosiddetti «standard di vita» – il declino è ancora più evidente. E se misuriamo la «produttività del lavoro» – la produzione media di un sistema economico per ogni ora lavorata – la situazione sembra addirittura peggiorare.

Nel Regno Unito, la più antica delle economie sviluppate, il quadro è particolarmente impressionante. Se nel 1968 la crescita tendenziale della produttività del lavoro registrava un picco del 4% circa, nel 2008, prima della crisi finanziaria, era scesa a meno dell’1%. La fase discendente è proseguita anche nel periodo successivo. Negli anni che hanno preceduto l’emergenza coronavirus la crescita della produttività del lavoro è stata praticamente pari a zero, e a volte si è addirittura assistito – specie dopo lo scoppio della pandemia – a una sua decrescita. La diminuzione in termini assoluti della produttività del lavoro ha toccato tutti i comparti dell’economia.

Queste statistiche hanno la loro importanza. Spremere la crescita del PIL da un’economia con una produttività del lavoro stazionaria o in declino è possibile solo aumentando le ore di lavoro. O lavora un maggior numero di persone o ognuna di queste deve lavorare per un numero di ore maggiore. Nessuna di queste due condizioni è in linea con quanto ci ha promesso il capitalismo. Una volta che la produttività del lavoro inizia a decrescere, infatti, stiamo già vivendo a tutti gli effetti in un mondo post-crescita. Capire come si può sopravvivere – per non dire prosperare – in queste circostanze non è più una questione banale.

Ma salvo rari casi gli economisti non ci provano nemmeno. O negano queste statistiche o danno per scontato che possiamo in qualche modo invertire la rotta e tornare ai bei vecchi tempi. Questa tendenza a negare la realtà tradisce un senso di ansia. E quest’ansia, a Davos, la si respirava nell’aria. «Nuove profonde fratture stanno lacerando il tessuto delle nostre società», ammonì l’economista dello sviluppo Paul Collier, perché «si è offuscata la credenziale del capitalismo: un costante aumento del tenore di vita per tutti». Il giorno dopo fu il turno del miliardario Marc Benioff, presidente e co-amministratore delegato di Salesforce, che lamentò: «Il capitalismo, per come l’abbiamo conosciuto, è morto».

Il disappunto era palpabile. Non molto tempo fa le cose andavano così bene! Il tenore di vita stava migliorando; la democrazia stava prosperando; la libertà – parola d’ordine del liberalismo occidentale – abbondava. E con la caduta della «cortina di ferro» l’opposizione politica al modello economico dominante sembrava essere svanita. Il capitalismo poteva fornire tutto il progresso di cui avevamo bisogno. Il politologo Francis Fukuyama [1989; 1992] arrivò persino a dichiarare che avevamo raggiunto la «fine della storia»: il culmine dell’evoluzione ideologica dell’umanità.

Uno stato rappresentativo; un’economia di mercato; una società dei consumi: era questa la ricetta del progresso sociale. I governi di tutto il mondo si accontentavano di attenersi alle prescrizioni. Eppure la formula aveva evidentemente fallito. Quindi, che cos’è successo esattamente? Perché è andato tutto a rotoli? Chi ha ucciso il capitalismo?

Indagine sulla scena del crimine

La risposta più ovvia a questa domanda è: nessuno. Il capitalismo è vivo e vegeto, signore e signori, e fa la bella vita a New York, Dubai e Londra. Anche a Pechino se la spassa. E a Davos, certo. Nonostante il generale clima di ansia, nessuno al Forum economico mondiale voleva seriamente rinunciare al capitalismo. L’introspezione era una posa, un artificio da avanspettacolo. Non a caso il principale frutto della sorprendente autoflagellazione di Davos è stato un ritornello fin troppo familiare: il capitalismo è morto; viva il capitalismo!

da “Post Crescita. La vita oltre il capitalismo”, di Tim Jackson, Il Mulino, 2022, pagine 296, euro 20