La Francia tra Macron e Le PenL’estrema destra all’Eliseo porterebbe alla fine dell’Europa, dice Enrico Letta

«Nel passato si è concesso troppo a chi vuol sfasciare l’Europa, senza capire che non essere in grado di costruire un’Unione efficace perché bloccata dai veti finisce per favorire proprio coloro che puntano a indebolirla», spiega il segretario del Pd. «Serve al più presto una riforma dei Trattati affinché le decisioni vengano prese non più all’unanimità ma a maggioranza, altrimenti gli Orban di turno l’avranno sempre vinta»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

«Il primo turno francese è incoraggiante, dimostra che nello scontro tra sovranisti ed europeisti a partire in vantaggio è chi crede in un’Europa più unita e forte, non chi punta a sfasciarla». Il segretario del Partito democratico Enrico Letta, chiamato un anno fa da Parigi per salvare il Pd in agonia, in un’intervista a Repubblica dice che «è molto positivo che Melenchon abbia subito chiamato al voto contro Le Pen. Un passo in avanti rispetto all’altra volta, quando non disse nulla e parte del suo elettorato si spostò a destra».

Secondo Letta, dopo il primo turno si notano due cose. La prima è «l’inquietante analogia con l’Italia: anche in Francia i partiti che in passato hanno espresso grande sintonia con Putin rappresentano metà dell’elettorato complessivo. Da noi Salvini, Meloni e Berlusconi; di là Le Pen, Melenchon e Zemmour». La seconda è «la radicalizzazione. Sia a destra che a sinistra perdono le forze tradizionali e i voti si spostano sulle estreme. I gollisti, che nel 2017 presero il 20%, stavolta escono umiliati. Come i socialisti, surclassati dalla sinistra-sinistra».

Mentre Salvini ha esultato per il risultato di Le Pen, Letta dice: «È la prova che noi siamo alternativi alla Lega e che la collaborazione con loro è eccezionale e limitata a questo governo. Il fatto che la destra italiana parteggi per una come Le Pen, che ha come obiettivo sfasciare l’Europa, trovo sia un atteggiamento contrario ai nostri interessi nazionali. Vuol dire tifare per mandare gambe all’aria chi ci dà i 200 miliardi del Recovery e ci sta proteggendo». Anche il governo gialloverde del 2018, però, aveva le stesse «pulsioni antisistema, ma sulle grandi scelte è riuscito a non passare mai la linea rossa», dice il segretario.

Ora, «se accadesse in Francia sarebbe la prima volta di un governo antieuropeo, populista e anti-integrazione nel cuore dell’Europa: sarebbe la sua fine».

Il problema, secondo Letta, è che le forze liberali e progressiste europee hanno sottovalutato il rischio populismo. «E si continua a sottovalutarlo perché si è pensato che fosse sufficiente la sconfitta di Trump o l’evidente follia della guerra di Putin per fiaccare i partiti di destra che li hanno sempre sostenuti», spiega. «Si è creduto, sbagliando, che il conflitto tra nazionalismo e integrazione europea si potesse risolvere a favore di quest’ultima. Purtroppo s’è visto che così non è».

La conferma del serbo Vucic e dell’ungherese Orban lo dimostrano: «L’esistenza oggi in Europa di un forte populismo è figlia di tante cose. Innanzitutto di una oggettiva situazione di disagio sociale, provocato dall’impatto della pandemia alla quale ora si è aggiunta l’impennata del caro-vita. Fattori che hanno creato una fase di grave incertezza, di orizzonti brevi calati sulla vita delle persone. A vantaggio di chi soffia sulle paure per lucrare consenso».

Le elezioni francesi insegnano ora, secondo Letta, che «bisogna presidiare le inquietudini dell’elettorato per evitare che l’ansia per il futuro, il lavoro, la precarietà, il ridotto potere d’acquisto delle famiglie accentui la radicalizzazione. Per questo l’Europa deve accelerare per dare risposte forti e unitarie. Se non arrivassero, si farebbe il gioco dei vari Le Pen e Orban».

Ma bisogna muoversi subito: «Nel passato si è concesso troppo a chi vuol sfasciare l’Europa, senza capire che non essere in grado di costruire un’Unione efficace perché bloccata dai veti finisce per favorire proprio coloro che puntano a indebolirla. Penso alle politiche migratorie o alla Difesa comune. Perciò serve al più presto una riforma dei Trattati affinché le decisioni vengano prese non più all’unanimità ma a maggioranza, altrimenti gli Orban di turno l’avranno sempre vinta».

Letta dice che bisogna evitare la terza recessione in dieci anni «a ogni costo. Bisogna sterilizzare il caro bollette con l’intervento di Bruxelles e sostenere i consumi interni attraverso una forte politica salariale che il Pd chiede al governo di attuare subito, detassando tutti i prossimi aumenti dei rinnovi contrattuali».

Sul fronte della politica estera, invece, mentre la guerra russa in Ucraina «ha ridato fiato» alla Nato, secondo Letta è «necessario che i Paesi europei e Bruxelles aggiustino la propria bussola strategica, avendo in mente che ci sono tre nazioni con cui occorre aprire un dialogo forte e intenso: Cina, India e Turchia. In questi anni è stato un errore clamoroso rinchiudersi nell’ottica occidentale senza capire che tutto quello che stava fuori si sarebbe unito contro di noi. Abbiamo alimentato una contrapposizione Occidente contro resto del mondo, che occorre correggere».

E con gli Stati Uniti di Joe Biden c’è «una convergenza ma non un’identità di posizioni. Per questo è importante lavorare per una Difesa comune europea».

Poi Letta torna a chiedere al governo di sganciarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia. «Il vero scandalo è il miliardo al giorno che noi versiamo a Putin dall’inizio del conflitto», dice. «So che è difficile ma non vedo alternative. Se non si vuole una guerra mondiale con la Russia non dobbiamo cedere sulle sanzioni, ma costruire una strategia di breve e lungo termine che ci renda indipendenti da Mosca». Come? «A livello nazionale vanno cercati approvvigionamenti alternativi, come stanno già facendo Draghi e Di Maio, e spingere sulle rinnovabili. A livello europeo bisogna mettere un price-cap per arginare il prezzo del gas ma soprattutto prevedere compensazioni economiche per i Paesi che dipendono di più dalla Russia».