La raccomandazione all’ItaliaSecondo il Fmi, i sussidi contro la crisi energetica devono essere ben studiati e temporanei

Il direttore per l’Europa del Fondo monetario internazionale, Alfred Kammer, spiega che l’aumento dei tassi e l’indebolimento della crescita aumentano il rischio sulla sostenibilità del debito pubblico per l’Italia. Bisogna «bilanciare il contenimento dell’inflazione con la necessità di limitare le perdite di produzione e facilitare la riallocazione di lavoratori e capitali in risposta ai nuovi shock», oltre a «impegnarsi con le parti sociali per prevenire spirali salari-prezzi»

Olivier DOULIERY / AFP

«L’aumento dei tassi e l’indebolimento della crescita possono impedire al debito pubblico italiano di scendere, perciò è necessario indirizzare bene le risorse fiscali destinate alla crisi energetica». Alfred Kammer, direttore dell’European Department al Fondo monetario internazionale, lo spiega in un’intervista ai giornali del gruppo Lena, tra cui Repubblica.

«Prevediamo che diverse grandi economie, come Francia, Germania, Italia e Regno Unito, si espanderanno a malapena, o addirittura si contrarranno per due trimestri consecutivi quest’anno». Cosa dovrebbero fare i governanti? «Bilanciare il contenimento dell’inflazione con la necessità di limitare le perdite di produzione e facilitare la riallocazione di lavoratori e capitali in risposta ai nuovi shock. Dovrebbero impegnarsi con le parti sociali per prevenire spirali salari-prezzi».

E sul debito pubblico italiano dice: «Chiaramente il rialzo dei tassi e l’indebolimento della crescita possono impedire al debito pubblico di scendere. Per limitare le preoccupazioni di sostenibilità, le risorse fiscali per l’attuale crisi energetica devono essere ben indirizzate. Anche se c’è spazio fiscale, l’effetto sui prezzi deve essere trasferito, in modo da avere una risposta sulla domanda nel settore dell’energia. Ma la parte più vulnerabile della popolazione dovrebbe essere protetta, così come le imprese indebolite».

Quanto al possibile ritorno della “crisi degli spread”, Kammer spiega che «il consolidamento della spesa dovrebbe cominciare nel 2023 come pianificato, e il suo aumento andrebbe tenuto sotto la crescita nominale del pil, per ottenere un surplus primario del 2% entro il 2030. Queste misure per limitare l’aumento del deficit fiscale a causa della guerra abbassano anche il rischio dell’incremento degli spread e quello della frammentazione».

La questione energetica resterà centrale. Ed è quella che crea maggiore incertezza e preoccupazione. «Abbiamo studiato scenari relativi al blocco delle forniture all’Europa, in particolare del gas», spiega Kammer. «Nei primi sei mesi potrebbe essere gestito con fonti alternative, ma se durasse fino all’inverno non basterebbe. Avremmo un ammanco del 20%. Lo scenario peggiore include uno shock globale, con una riduzione del Pil in Europa del 3%. Cosa devono fare i governati? Cercare fonti alternative tipo il gas liquido, aumentare l’impiego dei gasdotti, reindirizzare le risorse dall’Algeria, sviluppare le rinnovabili. Servono anche piani contingenti, perché la crisi avrebbe un effetto sull’industria, la produzione e la catena di approvvigionamento, come durante la pandemia. Bisogna agire ora. Servono accordi di solidarietà fra Paesi, perché in Europa saranno colpiti in maniera differente. Alcuni hanno già fatto i piani per ridurre i consumi e aumentare l’efficienza».

Servirà quindi un nuovo Recovery di guerra? «Le stime riguardo all’impatto del blocco del gas sul pil variano dallo 0,5% al 6,5%. Se ci fosse una forte flessione servirebbero risorse addizionali, per proteggere la parte vulnerabile della popolazione e le imprese, evitando una cascata di bancarotte. Bisognerebbe pensare a una risposta simile a quella data alla pandemia», risponde Kammer. Certo, «bisogna proteggere la parte più vulnerabile della popolazione, ma gli interventi devono essere temporanei. Gli aumenti dei prezzi devono raggiungere i consumatori, perché ciò riduce la domanda e aiuta la gestione dei rischi».

Intanto si lavora anche alla ricostruzione dell’Ucraina. Secondo Kiev cui serviranno almeno 565 miliardi di dollari. «Abbiamo parlato col premier Shmyhal, che ha già un piano per far ripartire l’economia nelle zone dove le operazioni militari hanno rallentato, e la ricostruzione delle infrastrutture per i trasporti», spiega Kammer. «Il Fmi ha messo a disposizione 1,4 miliardi di dollari per l’emergenza, e ha aperto un conto dove i donatori posso versare fondi per la ricostruzione: il Canada si è già impegnato a dare un miliardo di dollari. La stima iniziale delle infrastrutture distrutte è di circa 80 miliardi, ma è destinata a salire. Il governo però non vuole ricostruire la vecchia Ucraina, ma una nuova più moderna, verde e competitiva, con l’obiettivo di far tornare tutti i rifugiati».