Che ci faccio qui?Confessioni di una dipendente da imbecilli su Instagram

Prima o poi arriverà il momento in cui non guarderò le storie di quindici secondi, ma nonostante lo Xanax mi sa che non smetterò

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Sono la peggior paziente che possiate immaginare: sempre convinta di saperne più del medico, sempre zelante nel prescrivermi da sola medicinali, sempre scettica delle diagnosi, sempre convinta che morirò nella notte.

Sono la peggior casalinga che possiate immaginare: sono capace di rimandare anni il cambio d’una lampadina fulminata, la messa in posa di mensole indispensabili a non vivere come una sfollata, l’apertura di scatoloni post-trasloco (ne ho certi, intonsi, d’un trasloco del 2007: sono certa che da lì uscirà il grande romanzo italiano, quando li aprirò – a questo punto, per il loro ventennale).

Sono la peggior insonne che possiate immaginare: convinta d’aver bisogno di nove ore di sonno e incapace di raggiungerle anche sotto morfina, sempre dedita a cercare di riaddormentarmi senza riuscirci, sempre incapace di addormentarmi se la mattina ho qualche impegno inderogabile e la paranoia di non sentire la sveglia, sempre in affettuosa compagnia della paranoia di morire d’infarto nel sonno – questo braccio indolenzito varrà un’ambulanza o continuo a cercare d’addormentarmi?

Dunque quattro giorni fa ho preso, come fosse un fatto storico, una decisione che mi rende uguale a praticamente tutte le cinquantenni che conosco (ma pure a tutte le quarantenni): avrei preso uno Xanax tutte le sere. Niente più infarti immaginari nel dormiveglia, niente più giornate passate a rimuginare che però non avevo dormito abbastanza. Mi sarei addormentata relativamente presto, e mi sarei svegliata riposata. Era un piano perfetto.

Le prime due sere ha quasi funzionato. Mi addormentavo, ma svegliandomi come sempre all’alba. Passavo le prime ore del mattino un po’ confusa ma non recedevo dal mio proposito. Certo poi tra le undici e mezzogiorno mi addormentavo come un messicano postprandiale ovunque mi trovassi, e mi svegliavo alle tre. Il che portava il totale delle ore dormite alle nove da me sempre ambite – ma non consecutive, quindi non valevano. Per non parlare della gente che m’aspettava a pranzo, e alla quale avevo dovuto impapocchiare scuse di lunghe riunioni a telefono spento, neanche avessi un lavoro vero.

La terza sera, però, lo Xanax ha fatto quello che sempre fa lo Xanax quando ne prendo più di uno a semestre e scema l’effetto novità: non mi è venuto sonno. Non volevo fare niente d’impegnativo, quindi mi sono messa a giocare ai pallini. Ma ho finito presto le vite (quel che non t’addormenta, ti rende pippa a giocare ai pallini). Sono passata a Instagram. Ho fatto quel che faccio la sera tardi: mi sono messa a guardare Instagram, nella versione «ma tu guarda questo imbecille». È la versione di Instagram che frequentiamo tutti (anche quelli che non lo ammettono, specialmente quelli che non lo ammettono): gli account di gente che disprezziamo, da guardare per sentirci migliori, per sentirci incompresi (perché questo cretino fattura più di me?), per sentirci grandi intellettuali (questa non sa coniugare i verbi e sarebbe una scrittrice, tzè).

Solo che il tizio che deve venire a sistemarmi le luci latita come Daniele Silvestri nella canzone. Il 23 agosto mi ha scritto «domani sono da lei», e ancora aspetto. Quindi sono rimasta, in camera da letto, con la stessa lampadina appesa con cui mi hanno consegnato la casa poco meno d’un anno fa. E naturalmente nel frattempo si è fulminata. E lui ha continuato a non venire a mettere le prese comandate, e le mie preziose luci di chissà che costosissimo designer restano negli scatoloni.

Per evitare di dover arrivare ogni sera a tentoni al letto, ho messo lì vicino una Eclisse sottratta a un’altra stanza. L’Eclisse fa l’effetto faro degli interrogatori, quindi la tengo un po’ girata. Quella sera, la terza sera dello Xanax nel giallo psicologico che non vedevate l’ora di farvi raccontare, era girata verso lo schermo dell’iPad, sul quale rimiravo la favolosa vita d’un qualsivoglia cretino. L’iPad si stava scaricando, e a un certo punto s’è spento. E lì, illuminata dall’Eclisse nello schermo spento dell’iPad, c’era la mia faccia.

La faccia di una che dice: che ci faccio qui? La faccia di una che dice: ma possibile che io non legga Musil e conosca le vite quotidiane di gente che fa marchette a servizi di sottobicchieri alternandole a frasi tantintènze di Pablo Neruda? La faccia di una che dice: con tutto quello che hanno speso per farmi studiare.

Ho finalmente capito quelli che si fanno montare uno specchio sopra al letto: non è una perversione erotica, è una consulenza per la coscienza. Se ti guardi perdere tempo in stronzate, poi un po’ ti vergogni, e pian piano magari la vergogna cresce e alla fine smetti.

Se io sapessi scrivere cose che ispirano a migliorarsi (ah, quanti soldi farei); se io sapessi trovare chiavi motivazionali alle mie disavventure (la Marie Kondo delle perdite di tempo, tipo); se io fossi abbastanza illusa da pensare che a un «ma cosa minchia sto facendo» seguissero conseguenze e azioni e cambi di paradigma, allora vi direi che alla terza sera di Xanax mi sono disintossicata da Instagram, consapevole che tanto due libri dalla scemenza delle dinamiche social li ho già ricavati e una trilogia non mi pare plausibile, e insomma va bene intrattenersi con le scemenze ma solo se le scemenze ti fanno fatturare.

Ma sono – oltre che la peggior paziente, la peggior insonne, e la peggior casalinga che conosciate – anche il peggior guru per le vostre vite minimaliste e concentrate, produttive e scevre di malumori, e quindi è inutile che ci raccontiamo stronzate: mentre leggete queste righe sarò già di nuovo lì che spollicio il touchscreen borbottando «ma guarda che imbecille». Però ogni tanto mi tornerà in mente quella mia faccia deturpata dal disgusto e dalla forza di gravità e dalle benzodiazepine, e prima o poi smetterò d’andare a cercare le storie di quindici secondi di chi nemmeno dentro al cesso possiede un suo momento. Ho i miei tempi, ma tra uno o due secoli smetto.