Fine dello stato d’emergenzaL’addio di Franco Locatelli al Comitato tecnico scientifico

Il coordinatore del Cts, dopo oltre due anni, termina la sua attività. «Si è sviluppato un rapporto di dialogo e collaborazione tra scienza e politica mai esistito prima in forma così strutturata. Penso debba restare un patrimonio del Paese», spiega. Tuttavia «la circolazione virale è ancora rilevante ed è questa la ragione per cui tutti noi continuiamo a raccomandare prudenza e attenzione nei comportamenti individuali»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Dall’1 aprile, l’Italia non è più in stato d’emergenza a causa della pandemia da Covid-19. Dopo oltre due anni, si allentano le misure restrittive e il green pass verrà richiesto solo per andare al cinema, allo stadio, su treni e aerei, all’università e al lavoro.

E anche Franco Locatelli finisce anche la sua avventura come coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, rilasciando un’intervista al Corriere della sera in cui traccia un bilancio.

«Comincio da una gioia: quella che ho provato rendendomi conto della grande solidarietà che ha unito la nazione nella primavera del 2020. Peccato poi che se ne sia perso in parte lo spirito dal 27 dicembre dello stesso anno con l’avvio delle vaccinazioni, malgrado l’evidenza inconfutabile maturata negli ultimi mesi delle tante morti risparmiate», racconta.

Di momenti duri ce ne sono stati «tanti», dice. Tre in particolare: «Le immagini dei camion militari che lasciano il cimitero di Bergamo, la mia città, per trasportare bare di defunti che non potevano trovare sepoltura. Il Santo Padre da solo in piazza San Pietro che prega il 27 marzo 2020 sotto la pioggia, circondato da un vuoto irreale e quasi spettrale. Terza immagine: il presidente della Repubblica che sale la scalinata dell’Altare della Patria da solo per celebrare il 25 aprile del 2020».

La cosa più lacerante è stato «l’aver dovuto indicare di sospendere le cerimonie funebri in presenza. Con quella scelta abbiamo senz’altro risparmiato vite, ma abbiamo tolto affettivamente molto al momento supremo dell’ultimo saluto ai propri cari», ammette. E poi aggiunge: «Prendere sonno certe volte non è stata una cosa semplice». Soprattutto «all’inizio della pandemia quando sembrava di essere finiti in un tunnel senza uscita».

Ma sono stati anche due anni di studio: «Ho studiato molto e mi sono concentrato al massimo, sottraendo tempo alla mia vita privata. Ci metta in più qualche alzataccia, qualche nottata passata a lavorare, e capirà come ho fatto a costruire competenza».

Eppure, «per tutti i miei colleghi del Cts, in particolare per chi ha avuto il privilegio di coordinarne le attività, il peso delle responsabilità non è stato semplice da sopportare, non lo nascondo».

Ora, «la fine dello stato d’emergenza va vissuta come una notizia positiva. La nostra attività era legata a questa situazione. In questi due anni i colleghi che si sono alternati nei due differenti comitati hanno offerto il meglio delle loro capacità. Si è sviluppato un rapporto di dialogo e collaborazione tra scienza e politica mai esistito prima in forma così strutturata. Penso debba restare un patrimonio del Paese».

Dal suo punto di vista, «da questo confronto continuo con colleghi di valore ho tratto insegnamenti personali e l’evidenza, mai più da dimenticare, che dedicare risorse alla salute vuol dire investire nel futuro di un Paese. Per il futuro noi come classe medica non dovremo mai restare in silenzio se si dovessero ripresentare situazioni di riduzione delle risorse dedicate a quel patrimonio inestimabile che è il servizio sanitario pubblico».

Quale errore non andrà ripetuto? «È necessario per il futuro che l’Italia si attrezzi al meglio per quella che possiamo definire la preparedness imprescindibile per affrontare compiutamente eventuali situazioni come questa, purtroppo da non escludere, legate a altre malattie trasmissibili», risponde.

Ma la lotta al Covid-19 non è finita: «La circolazione virale è ancora rilevante ed è questa la ragione per cui tutti noi continuiamo a raccomandare prudenza e attenzione nei comportamenti individuali. Tuttavia l’elevato numero dei soggetti contagiati non trova riscontro fortunatamente nel corrispettivo dei ricoveri, soprattutto nei reparti di terapia intensiva, e nei decessi. È merito dei vaccini che abbiamo a disposizione».