Nouveau sovranisme Macron ha stravinto il dibattito, ma Le Pen ha mostrato il nuovo volto del populismo

Il presidente uscente si è mostrato più competente nel duello televisivo e questo lo aiuterà al ballottaggio. Mentre la leader del Rassemblement National è apparsa più saggia e pacata. Un atteggiamento che potrà avvantaggiare il suo movimento alle prossime elezioni legislative ed europee

LaPresse

Sarebbe veramente bello poter assistere in Italia a dibattiti politici come quello andato in onda mercoledì sera tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Quasi tre ore di lanci tesi di palla, occhi negli occhi ferocia agonistica tesa, che hanno dato la possibilità ai francesi di misurare ben più delle diverse proposte programmatiche.

Lo spessore umano, il carattere, il linguaggio del corpo, la pacatezza e l’aggressività, il sorriso è il dileggio, la competenza e l’ironia, in poche parole la capacità a tutto tondo di essere in grado di esercitare i pieni poteri di un presidente francese: questo è stato il vero fuoco del duello. E ha vinto Macron, senza ombra di dubbio, per la sua statura politica, ma anche perché è partito avvantaggiato da cinque intensi anni di esercizio del potere, di decisioni prese su dossier complessi che ha dimostrato di governare con la competenza di chi sembra nato enarca, Gran Commis de l’État.

Ha perso Le Pen perché non ha mai amministrato nulla, non ha mai esercitato potere di governo, non ha mai scelto, ha solo fatto opposizione, non ha mai aperto un dossier. E per di più ha in tasca i finanziamenti di una banca controllata da Putin.

Ma Marine si è comunque presa la rivincita del perdente con onore e ha spiazzato Macron perché è riuscita a vanificare la narrazione feroce del Front Républicain, della chiamata alle armi di tutto il popolo francese a votare per Macron per sconfiggere una destra eversiva, aggressiva, pericolosa. Le Pen, questa nuova Marine, è riuscita a dare l’impressione di non essere pericolosa, razzista, xenofoba, populista.

Al contrario, è sembrata matronale, pacata, sorridente, non ha dato il minimo appiglio a Macron per demonizzarla, se non il pesantissimo passato da creditrice di Putin. Le Pen avanza proposte di buon senso, condivisibili, che Macron contrasta solo sul piano tecnico. Tranne una proposta. Obbligata a motivare a votarlo i seguaci di Èric Zemmour abbandona il buon senso e propone il divieto del velo islamico negli spazi pubblici. «Volete la guerra civile», ha buon gioco a provocarla Macron, ma lei recupera in parte dichiarando il suo rispetto pieno, totale per l’Islam e indirizza i suoi strali sull’islamismo eversivo obbligando Macron a concordare.

Resta sicuramente deluso chi si aspettava uno scontro epocale tra due visioni del mondo, ma i colpi duri menati dai due contendenti hanno comunque permesso agli elettori di misurare l’arroganza tecnocratica dell’uno – l’uomo è inguaribilmente saputello e non riesce a nascondere di essere un alto borghese intriso di tecnocrazia – e la scarsa competenza di governo, compensata dalla saggezza moderata di chi parla tutti i giorni col popolino, dell’altra.

Dunque, un Macron vincente, con un balzo in avanti nei sondaggi del giorno dopo, ma anche una Le Pen che cambia radicalmente la scena del populismo europeo, del quale è il solido baricentro. Un populismo che al momento non urla più, che non rompe, che non chiama la plebe alla rivolta, che non vuole affatto uscire dall’Europa ma intende riformarla a piccoli passi, un populismo neanche lontanamente sospettabile di razzismo o xenofobia. Un populismo del buon senso, moderato, schierato con la resistenza ucraina e con una discreta proposta programmatica concreta a favore dei ceti popolari travolti dall’inflazione e dal costo della vita. 

Una svolta maturata già nella campagna elettorale e che punta lontano. Tra due anni si voterà per le europee e non è probabile che il blocco Ppe-Ps riesca a mantenere il suo dominio (nel 2019 vinse col minimo scarto di 9 voti) quindi porte aperte a una nuova maggioranza di centro destra in Europa e poi tra cinque anni si rivoterá per le presidenziali e Macron non potrà ripresentarsi. E non avrà un erede, perché il suo partito La République En Marche è poco più di un comitato elettorale iperpersonalista, da lui governato col pugno di ferro.

E Le Pen, ancora più saggia, matura e matronale potrà ancora tentare la sfida e magari vincerla sulle rovine dei gollisti e dei socialisti che si sono sbriciolati da soli.

Dunque, una Marine maratoneta che punta a una progressione di lungo periodo dei consensi a partire dalle prossime elezioni per l’Assemblea Nazionale di giugno che Macron probabilmente perderà e quindi sarà obbligato a costruire una maggioranza parlamentare con alleanze incerte.

Inevitabili i riflessi di questo nuovo scenario francese anche sulla scena politica italiana col divertente spiazzamento di Matteo Salvini che non riesce proprio a seguire Le Pen nella svolta moderata e ad abbandonare lo sgangherato stile Papeete e anche di Giorgia la Meloni, che in realtà è molto in sintonia col nouveau modératisme della Le Pen, ma che non ha feeling personale con lei e, quale presidente dei Conservatori e Riformisti europei, verifica nel Parlamento europeo che gli europarlamentari della Le Pen non hanno affatto compreso la svolta moderata della loro leader.