Elezioni presidenziali da brivido in Francia: non è escluso che al secondo turno, ahimè, vinca Marine Le Pen. Questo almeno dicono i sondaggi, per quel che valgono, ma soprattutto, a confermare il pathos dell’attesa, questo teme Emmanuel Macron che nel suo primo e unico comizio domenica scorsa, tutto finalizzato al secondo turno, ha detto: «Non credo a chi dice che ho già vinto, ma neanche alle Cassandre». Più chiari i suoi più stretti collaboratori che non nascondono ai media francesi confidenzialmente la loro forte, fortissima preoccupazione per una possibile sconfitta, timore rafforzato in crescendo negli ultimi giorni di campagna elettorale.
Dunque, pare che non ci sarà da stupirsi se la sera del 24 aprile, al secondo turno con Macron, la Francia avrà non soltanto un presidente donna, ma una sovranista all’Eliseo. Se questo accadesse, l’intero assetto politico dell’Unione Europea sarebbe rivoluzionato, con fortissimo impatto anche in Italia.
Veniamo dunque ai sondaggi che nelle ultime settimane hanno registrato un preoccupante calo, lento ma continuo, delle quotazioni di Macron al primo turno (mentre sino a metà febbraio la sua elezione pareva assolutamente certa) e una crescita, altrettanto lenta ma continua, della Le Pen. Il punto dolente è ovviamente il decisivo secondo turno che vede una distanza statistica minima tra i due, con Macron al 51,5% e la Le Pen al 48,5%, il che, dicono i tecnici, con un margine d’errore del 3% significa che i due sono appaiati con un leggero vantaggio del primo.
Certo, i sondaggi possono sbagliare, come si è visto infinite volte, ma l’elettorato francese ci ha abituato alle grandi sorprese, come quando nel 2005 ha bocciato col 54,67% il percorso per la Costituzione Europea, nonostante che a suo favore si fossero schierati sia i neo gollisti di Jacques Chirac, presidente della Repubblica, sia i socialisti di François Hollande, futuro presidente della Repubblica, quindi un potenziale di voti favorevoli ben oltre il 60% che si è in larga parte ribaltato in un voto contrario. Il tutto, per di più, a causa di un “no” all’Europa espresso largamente dagli strati più popolari e svantaggiati dal punto di vista economico e sociale.
Oggi, nell’attesa del voto reale, vanno registrate le ragioni politiche di questa progressione dei favori per la Le Pen, premettendo che le dinamiche elettorali francesi sono ben poco assimilabili a quelle dell’Italia.
Innanzitutto gioca a suo favore la fine della dinamica del Front Républicain, il fronte compatto di tutte le forze politiche contro il pericolo eversivo della vittoria di un candidato dell’estrema destra che aveva assegnato una vittoria plebiscitaria a Chirac nel 2002 contro Jean Marie Le Pen e che nel 2017 ha premiato Macron con un sonoro 66,10% è penalizzato al 33,90% la Le Pen.
La ragione di questa notevole novità è duplice e la prima è molto interessante: la comparsa sulla scena presidenziale di Èric Zemmour, accreditato di poco più del 10% al primo turno, ha tolto zavorra destrorsa alla Le Pen e ha attirato solo sull’outsider di estrema destra i timori su una svolta eversiva per l’ordine repubblicano da parte dell’elettorato centrista e di sinistra. La prova è che i sondaggi dicono che non voterà per Macron per paura di una vittoria della Le Pen una buona metà dell’elettorato di Jean Luc Mélenchon, di estrema sinistra, filo Putin e anti NATO, accreditato al terzo posto con un solido 15% e più. Nel 2017 invece tutta la sinistra aveva votato compattamente per Macron che aveva fagocitato soprattutto l’elettorato socialista e gollista, ma anche quello dell’estrema sinistra.
Ma in realtà quello che più conta a vantaggio della Le Pen è la sua decisa virata al centro, con espliciti accenti gollisti. Oltre alla straordinaria abilità con la quale è riuscita a far passare in ultimissimo piano i suoi personali e più che scabrosi rapporti con Vladimir Putin e i più che olenti e massicci finanziamenti del Cremlino al suo Rassemblement National. Un piccolo capolavoro di dissimulazione del marcio in casa.
Una virata al centro maturata negli ultimi anni, abbandonando via via i temi identitari forti della destra francese ereditati da suo padre Jean Marie, lasciati tutti alla campagna di Zemmour: dal rechangement (la sostituzione dei francesi da parte dei musulmani immigrati), al panico per l’immigrazione selvaggia, all’Islam, ora da lei appena definito ecumenicamente «una religione come le altre» dopo aver fatto un selfie sorridente e abbracciata a una immigrata musulmana.
Ma, soprattutto, la Le Pen ha intercettato consensi perché ha saputo mettersi in sintonia con la maggiore preoccupazione dell’elettorato, solida e banale: il costo della vita balzato in alto sia per l’aumento dei costi energetici ben prima della invasione dell’Ucraina, sia per i riflessi negativi delle sanzioni imposte dalla Ue a Putin.
Dunque una piattaforma elettorale tutta incentrata sull’oggi, con la proposta forte di abbassare al 5% l’imposta sui carburanti e altre sul salario minimo ecc… Là dove Macron, pur alla ricerca del recupero del favore dell’elettorato di sinistra, ha dovuto reiterare per coerenza la propria proposta, fallita a causa delle proteste elettorali, dello spostamento a 65 anni, dagli attuali 62 anni, dell’età pensionabile esortando: «Dobbiamo lavorare più a lungo, come fanno in Italia, in Germania e in Spagna».
Non solo, la Le Pen ha anche avuto buon gioco nel capitalizzare l’inciampo del cavallo di battaglia su cui Macron contava molto: il peso del suo prestigio e ruolo internazionale, ancor più evidenziato dalla felice coincidenza della sua presidenza del Consiglio Europeo proprio nel semestre elettorale. In realtà i fatti hanno dimostrato che Macron non ha inciso quasi per nulla sulla crisi Ucraina, non per suo demerito, ma a causa della cronica debolezza politica e militare dell’Unione Europea.
Non solo, Macron porta anche sulle sue spalle, quanto a prestigio perso, il peso del ritiro francese con onta dal Mali, paese nel quale sono morti inutilmente 58 militari francesi nelle operazioni Sérval e Barkhane, più alcuni civili. Ritiro imposto da un governo di Bamako che ha cacciato la Francia per chiedere l’intervento della Russia, così come ha fatto il Centrafrica. Dunque un fallimento della politica africana della Francia, centrale dal punto di vista geopolitico ed economico per l’Esagono, il cui peso ricade tutto sull’Eliseo.
Da parte sua la Le Pen ha anche sensibilmente modificato a favore dell’elettorato centrista e benpensante la propria immagine personale. Non più un’accesa, urlante e polemica paladina delle idee più retrive dell’estrema destra, ma una paciosa signora, che sei è separata dal suo uomo, che vive da sola in campagna con la sua migliore amica sin dai tempi dell’infanzia, circondata da una tribù di gatti amatissimi e molto esposti alle foto bucoliche dei settimanali.
Infine, ma non per ultimo, va registrata la scomparsa dal panorama politico francese dei gollisti, ridotti al 10% della scialba Valérie Pécresse e ancor più dei socialisti, ristretti a un insignificante 2% della Hidalgo all’interno di una sinistra che, con i Verdi, complessivamente supera di poco il 20% dei voti, tre quarti dei quali – altro sintomo inquietante – vanno a un Mélenchon che ripropone i temi più retrivi dell’estremismo gauchiste.