Il nuovo mondoLa guerra alla meritocrazia

La società moderna e globalizzata si basa sulla proliferazione e l’incontro dei talenti individuali. Ora l’odio populista per la competenza rischia di distruggere il sistema che ha prodotto un’economia più produttiva e uno Stato più efficiente. Che cosa potrebbe esserci di meglio? Eppure questa idea è sotto attacco ovunque

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Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2022 in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.

La meritocrazia è un tale presupposto delle società moderne che la diamo per scontata. Quando facciamo un colloquio di lavoro ci aspettiamo che la nostra candidatura sia esaminata secondo un principio di equità. E proviamo indignazione al primo sentore di nepotismo, favoritismo o discriminazione. «Tutti gli americani hanno il diritto di essere giudicati sulla base del merito individuale e di arrivare fin là dove i loro sogni e il loro duro lavoro li porteranno», affermò Ronald Reagan nel 1984. «Noi crediamo che le persone debbano poter crescere in base al loro talento e non in base alla loro nascita o ad altri privilegi», disse Tony Blair quindici anni dopo e dall’altro lato dell’Oceano.

Tuttavia, è pura follia dare per scontato questo elemento che è così fondamentale sia per la salute della nostra economia sia per quella della nostra politica. Basta guardare la storia dell’Occidente: non è necessario tornare molto indietro nel tempo per trovare un mondo in cui i lavori passavano di padre in figlio o erano ceduti al miglior offerente. Basta guardare il resto del mondo per trovare governi pieni di corruzione e di favoritismi.

L’idea meritocratica è intrinsecamente fragile: gli esseri umani sono biologicamente programmati per favorire i propri amici e i propri parenti rispetto agli estranei. E se abbiamo ragione di pensare che il mondo moderno, con la sua vivace economia e il suo settore pubblico privo di favoritismi, sarebbe impossibile senza l’idea meritocratica, sbaglieremmo invece se pensassimo che la meritocrazia continuerà a esistere per sempre anche se continueremo a innaffiarne le radici con il veleno.

Il mondo premoderno si fondava su presupposti che sono agli antipodi rispetto alla meritocrazia: sul lignaggio più che sui risultati raggiunti, sulla subordinazione volontaria più che sull’ambizione.

La società era governata da proprietari terrieri che erano tali per via ereditaria (e a capo dei quali c’era un monarca), che avevano raggiunto la loro posizione combattendo e depredando e che poi giustificavano il loro ruolo attraverso una combinazione di volontà di Dio e di antica tradizione.

La civiltà era concepita come una gerarchia in cui le persone occupavano le posizioni che erano state loro assegnate da Dio. L’ambizione e l’autopromozione erano temute. «Togli solo la gerarchia, stona questa corda» dice Ulisse nel “Troilo e Cressida” di Shakespeare, «e vedrai la discordia che ne segue».

Il criterio principale con cui le persone venivano giudicate non era legato alle loro capacità individuali, ma al loro rapporto con la famiglia e con la terra. Gli aristocratici britannici hanno ancora il nome dei luoghi attaccato al loro: e più alto è il rango, più grande è il posto.

I lavori non erano assegnati sulla base del merito di ciascuno ma attraverso tre grandi meccanismi: i legami familiari, il clientelismo e l’acquisto. E anche i re ereditavano la loro posizione indipendentemente dalla loro capacità di governare il Paese. Carlo II di Spagna era frutto di un tale disastro genetico che la sua testa era troppo grande per il suo corpo, la sua lingua era troppo grande per la sua bocca e quindi sbavava di continuo.

Gli aristocratici concedevano i lavori ai loro favoriti oppure li vendevano al miglior offerente, per finanziare il loro dispendioso stile di vita a corte. E non c’era una stretta relazione tra reddito e lavoro: nel 1783, una certa signora Margaret Scott riceveva un considerevole stipendio di 200 sterline all’anno come balia del Principe di Galles, che a quell’epoca aveva ventun anni. Uno dei due avvocati dello staff del Tesoro britannico non si presentò al lavoro per quarant’anni, dal 1744 al 1784, finché un ficcanaso ebbe l’ardire di lamentarsi per la sua scarsa frequentazione dell’ufficio.

L’idea meritocratica ha assaltato, in modo rivoluzionario, tutti questi presupposti, è stata la dinamite che ha fatto esplodere il vecchio mondo e ha messo a disposizione il materiale per costruirne uno nuovo. Ha cambiato il concetto di élite riformando il modo in cui la società assegna i migliori posti di lavoro. Ha trasformato l’istruzione enfatizzando il valore delle pure competenze accademiche. E ha fatto tutto questo ridefinendo la forza elementare che determina le strutture sociali. «Quando non ci sono più ricchezze ereditarie, privilegi di classe o prerogative di nascita», ha scritto Alexis de Tocqueville, «diventa chiaro che la principale fonte di disparità tra le fortune degli uomini risiede nella mente».

Ma l’idea meritocratica è stata addirittura qualcosa di più, è stata un tentativo di mitigare uno degli istinti primari del genere umano – è cioè l’istinto di favorire i propri figli rispetto a quelli degli altri – in nome del bene collettivo. «In tutto il regno animale», ha osservato la biologa Mary Maxwell, «il nepotismo è la norma per tutte le specie sociali e anzi potrei spingermi ancora più in là dicendo che il nepotismo definisce le specie sociali».

Questo aiuta a comprendere la giravolta intellettuale di Platone ne “La Repubblica”. Platone, che è stato il primo occidentale a redigere un progetto meritocratico, ha preso posizione a favore della mobilità sociale perché la gente privilegiata poteva produrre «bambini di bronzo» e la gente non privilegiata poteva produrre «bambini d’oro». Ma come si sarebbe potuto impedire che le famiglie potenti si accaparrassero le posizioni migliori e che le famiglie più modeste fossero ignorate? Platone riteneva che l’unico modo per impedirlo fosse una rivolta estrema contro la natura: sottrarre i bambini ai loro genitori naturali per allevarli in comune e proibire ai “guardiani” di possedere proprietà alcuna in modo che anteponessero il bene collettivo a quello individuale.

L’idea meritocratica è stata un presupposto delle quattro grandi rivoluzioni che hanno creato il mondo moderno. La più determinante tra queste è stata la Rivoluzione industriale che ha trasformato le basi materiali della civiltà e ha scatenato le energie dei self-made men. È tutto ciò è stato rafforzato da una successione di rivoluzioni politiche.

La Rivoluzione francese era dedita al principio della “carriera aperta a tutti i cittadini di talento”: i privilegi feudali furono aboliti; l’acquisto dei posti di lavori fu proibito; le scuole di eccellenza furono rafforzate. I soldati di fanteria che marciarono attraverso l’Europa furono tutti incoraggiati a pensare di avere nel loro zaino un bastone da maresciallo di campo. La Rivoluzione americana fu guidata da una visione di uguaglianza delle opportunità e di competizione corretta. Thomas Jefferson parlò di rimpiazzare l’«aristocrazia artificiale» data dal possesso di terra con l’«aristocrazia naturale» determinata «dalla virtù e dal talento». David Ramsey, storico e politico della South Carolina, celebrò il secondo anniversario dell’indipendenza americana sostenendo che l’America fosse una nazione unica nella storia dell’uomo perché «tutte le cariche sono aperte a ogni uomo che se le meriti, quali che siano il suo rango è la sua condizione sociale».

La Gran Bretagna è stata il palcoscenico della più sottile di queste rivoluzioni, la Rivoluzione liberale, che vide un trasferimento del potere dall’aristocrazia terriera all’aristocrazia intellettuale senza che fosse esploso un solo colpo. I rivoluzionari prima sottoposero le istituzioni esistenti, come le cariche pubbliche e le università, alla magia della competizione aperta e degli esami scritti e poi costruirono gradualmente una scala delle opportunità che poteva portare dalla scuola di paese fino alle guglie delle più ambite università. La “Old Corruption”, come un tempo era chiamato il governo, fu sostituita da quella che era forse la più onesta ed efficiente amministrazione pubblica del mondo. E Oxford e Cambridge furono trasformate da nidi di sinecure in serre in cui coltivare l’intelletto.

Una rivoluzione meritocratica conduceva poi a un’altra rivoluzione meritocratica. La “scala delle opportunità” rivelò che tra le persone comuni c’era molto più talento di quanto i rivoluzionari liberali non avessero immaginato. E l’applicazione di un’“aperta competizione” fra gli uomini fece inevitabilmente sorgere una domanda: «E le donne?». Inoltre, la contraddizione alla base del documento fondativo dell’America non avrebbe potuto rimanere tale per sempre: se gli uomini erano nati naturalmente uguali fra loro, come si sarebbero potuti tenere i neri in catene? Così, gruppi fino a quel momento emarginati approfittarono dell’idea meritocratica per chiedere una più equa possibilità di avere successo nella vita.

L’esplosione di energia che ne risultò ha portato a una società più giusta e più produttiva. Donne e minoranze hanno potuto riversarsi nell’istruzione superiore. Le donne ora costituiscono più della metà degli studenti universitari britannici e le minoranze etniche ottengono risultati migliori a scuola rispetto ai bianchi. I Paesi meritocratici hanno una crescita più veloce dei Paesi non meritocratici. Le aziende pubbliche che assumono persone in base al merito sono più produttive delle aziende familiari che lasciano spazio ai favoritismi. E le migrazioni di massa scorrono soltanto in una direzione: dai Paesi che non hanno compiuto la transizione meritocratica a quelli che invece l’hanno compiuta.

La meritocrazia è un’idea rivoluzionaria che ha prodotto un’economia più produttiva e uno Stato più efficiente: che cosa potrebbe esserci di meglio? Eppure questa idea è sotto attacco ovunque. Alcuni pensatori “antirazzisti” alla moda sostengono che la meritocrazia sia spesso un travestimento per il privilegio dei bianchi o che sia addirittura un’arma per spingere le minoranze nella miseria. I populisti di destra sostengono che sia invece l’ideologia di quell’élite globale autocompiaciuta che di recente ha fatto così grandi pasticci nella gestione del mondo. E persino le persone che gestiscono la grande macchina meritocratica hanno seri dubbi: Daniel Markovits di Yale ha recentemente scritto un libro intitolato “The Meritocracy Trap” (“La trappola meritocratica”) mentre Michael Sandel di Harvard ne ha scritto un altro intitolato “La tirannia del merito” (pubblicato in italiano da Feltrinelli, ndr).

Chi avanza delle critiche ha alcuni punti a suo favore: l’idea meritocratica corre il rischio di diventare decadente. Stiamo assistendo a un pericoloso matrimonio tra denaro e merito poiché i ricchi acquistano opportunità educative mentre i poveri devono accontentarsi di scuole qualunque: ne è testimone la trasformazione delle scuole private britanniche da istituzioni abbastanza apatiche in quelle fabbriche dell’eccellenza che sono oggi. Abbiamo chiaramente bisogno di un’altra grande spinta per reinventare l’idea meritocratica e rilanciarla per una nuova epoca. Ma quello a cui invece assistiamo è un tentativo di smantellarla.

Questa distruzione è in uno stadio particolarmente avanzato negli Stati Uniti. La sinistra produce numerosi esempi di “guerra al merito”. Il Board of Education di San Francisco ha vietato alla Lowell High School – una delle scuole del Paese che ha maggiori successi accademici – di utilizzare i test di ammissione e ha invece introdotto un sistema a sorteggio. Il commissario scolastico, Alison Collins, ha dichiarato che la meritocrazia è «razzista» ed è «l’antitesi di una competizione equa». I programmi per i più dotati e i più talentuosi vengono smantellati in tutto il Paese. Le università stanno riducendo l’importanza dei Sat, i test di ammissione standardizzati e alcune di esse si spingono al punto di rendere i test facoltativi, per enfatizzare invece la “valutazione olistica”.

È probabile che l’attuale guerra al merito sia controproducente quanto lo è stato l’attacco alle scuole selettive nella Gran Bretagna degli anni Sessanta e Settanta: i bambini della classe media troveranno molto più facile ingannare un sistema basato su temi e dichiarazioni personali rispetto a ingannarne uno basato sui risultati ottenuti attraverso esami.

Questo assalto al merito si estende oltre il cortile della scuola e penetra nelle sale riunioni. Le aziende stanno introducendo quote formali o informali in nome dell’“equità” (che sta prendendo sempre più il posto delle “pari opportunità” come misuratore della giustizia). L’allentamento degli standard meritocratici ridurrà l’efficienza economica dal momento che vediamo sempre più pioli quadrati inseriti in fori rotondi. E questo sarà anche un fenomeno che amplifica se stesso: una delle regole su cui si può fare più affidamento nella vita è il fatto che le persone di second’ordine nomineranno sempre delle persone di terz’ordine per proteggere se stesse dal rischio che qualcuno si accorga che sono di second’ordine.

È preoccupante vedere come questo spaventoso attacco ai principi meritocratici provenga tanto da destra quanto da sinistra. Donald Trump non ha solo dato posizioni di potere ai membri della sua famiglia – cosa che è forse una tradizione americana consacrata, ancorché vergognosa – ma ha anche lasciato vacanti un numero senza precedenti di posizioni dirigenziali, dal momento che ha spinto migliaia di esperti a chiedere il pensionamento anticipato.

La guerra alla meritocrazia sarebbe autodistruttiva anche se l’Occidente dominasse incontrastato. Ma questa guerra avviene invece nel momento in cui l’Occidente sta affrontando la sua più grande sfida fino a oggi: l’ascesa della Cina e del capitalismo di Stato autoritario. La Cina è stata per molti versi la pioniera della meritocrazia: per più di un millennio è stata governata da un’élite di mandarini selezionata in tutto il Paese attraverso gli esami più sofisticati del mondo.

Il sistema è morto perché non è riuscito ad adattarsi all’esplosione della conoscenza scientifica: nel 1900 le domande erano più o meno le stesse del 1600. Ma ora la Cina sta facendo rivivere il suo antico sistema meritocratico: questa volta, però, è alla ricerca di scienziati e di ingegneri più che di studiosi confuciani. Stiamo così per apprendere che l’idea meritocratica può essere altrettanto potente al servizio dell’autoritarismo statale di quanto lo è stata finora al servizio della democrazia liberale.

La guerra al merito che è attualmente in corso è quindi una doppia minaccia per il mondo moderno. Priverà l’Occidente del suo dinamismo economico e allo stesso tempo incoraggerà i gruppi di interesse a competere per le risorse sulla base di diritti collettivi e risentimenti di gruppo. E sposterà inesorabilmente l’equilibrio del potere verso un regime post-comunista in Oriente che non ha tempo per i diritti individuali e i valori liberali.

Abbiamo ancora la possibilità di impedire questo processo – è vero – ma soltanto se siamo disposti a coltivare e a riparare quell’idea meritocratica che in precedenza ha reso l’Occidente vincente.

Adrian Wooldridge è il political editor dell’Economist ed è l’autore della column Bagehot. L’articolo che pubblichiamo in queste pagine è un estratto dal suo ultimo libro: “The Aristocracy of Talent: How Meritocracy Made the Modern World” (Allen Lane- Penguin Books).

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