Abracadabra Benvenuti nel mondo del non-cibo che ci fa venire fame lo stesso

Moritz Stefaner, esperto di data visualization e appassionato di buona cucina, ha usato creativamente un algoritmo che crea piatti virtuali a partire dalle parole. Il risultato? Immagini iper realistiche degne di un ristorante stellato

Moritz Stefaner è un professionista tedesco specializzato in data visualization e ha lavorato per l’OCSE, il World Economic Forum, Skype, ha vinto innumerevoli premi per le sue ricerche, ha un podcast seguitissimo e ha mostrato alla Germania le statistiche relative al Covid più interessanti e ben organizzate.
Perché ne dovremmo parlare su Gastronomika? Perché Stefaner ha un’insana passione per il cibo, e nello specifico è pazzo per l’alta cucina stellata. Ovviamente ha voluto mettere insieme il suo lavoro e la sua passione, e quello che ne è venuto fuori è strabiliante. Peccato solo che non esista nel mondo reale.

Per anni lo scienziato ha usato il cibo per visualizzare i dati che analizzava, e fin qui molto stupore ma nessuna grande novità. Finché non ha scoperto l’intelligenza artificiale, e la capacità di questa tecnologia di creare immagini assolutamente realistiche dall’analisi delle parole.

Stefaner ha digitato parole come chef stellato Michelindeconstructed e amuse-gueule nel generatore e l’intelligenza artificiale ha creato per lui piatti del tutto convincenti che potremmo immaginare di avere davanti se fossimo seduti in un ristorante 3 stelle Michelin.

Se osserviamo bene, capiamo che non sono piatti realistici, eppure potrebbero essere ricette che possiamo effettivamente vedere nei ristoranti. Invece queste immagini sono solo un’illusione, ma molto convincente, che dimostrano quanto il design di un’IA superi di gran lunga la sua sostanza.

L’IA è stata costruita da Midjourney, che si definisce un laboratorio di ricerca specializzato nell’espansione dei poteri di immaginazione degli uomini e, in pratica, genera immagini dalle parole con un processo molto semplice. Non è necessario comprendere il codice o impostare nulla di speciale per utilizzare questa tecnologia: per creare un’immagine è sufficiente digitare delle parole di ispirazione sulla tastiera. Certo, bisogna essere abili nello scegliere le parole giuste, e più i brevi testi, chiamati prompt, sono ben fatti, più l’immagine sarà realistica. Aggiungendo specifiche, si possono migliorare le prestazioni: ad esempio si possono citare artisti per avere un effetto che imiti quello stile. Oppure si può fare come Stefaner, che si è concentrato su parole come cucina raffinata e soprattutto ha sfruttato la parola profondità di campo per creare immagini solo parzialmente a fuoco che sembrano essere state riprese da una macchina fotografica tradizionale e sono un segno distintivo della fotografia di cucina contemporanea. Il trucco funziona, e le immagini sono davvero convincenti. Certo, alcuni di questi piatti sembrano esperimenti stile Frankenstein, perché a volte mettono insieme cose che fisicamente non potrebbero stare insieme. Ma nel complesso, a un’occhiata fugace, questi piatti sono veri. O meglio, sono rappresentazioni convincenti di ricette che potrebbero esistere e che in fondo ci ricordano qualcosa che da qualche parte potremmo aver visto o addirittura assaggiato.

Il nostro cervello, vedendole, le riporta a un’esperienza pregressa, perché cerca di dare un senso a quello che vede. E non è facile convincerlo che in fondo sta guardando un non-cibo che non-esiste. Ma c’è. È un’immagine familiare e aliena allo stesso tempo, e per questo davvero affascinante. Potrebbe essere davvero commestibile? Potremmo replicarlo effettivamente in una cucina? Ma soprattutto: è arte o cibo?

Stefaner, che da scienziato è meno filosofico di noi, ha trovato un modo molto pratico di mettere a frutto questa tecnologia: «Mi piacerebbe fare sessioni creative con chef ambiziosi per generare immagini stimolanti, basate su nuovi suggerimenti (o sui loro menu esistenti!) e poi vedere se possiamo insieme riprogettarli in piatti di successo». Chissà che l’intelligenza artificiale non diventi uno nuovo strumento di creatività per costruire piatti innovativi. Ci manca solo questo.