Solidarietà antifascistaLa straordinaria accoglienza dei rifugiati ucraini nelle città polacche

Da Varsavia a Przemyśl, passando per Cracovia, sindaci, istituzioni, cittadini e aziende private stanno aiutando milioni di persone in fuga dalla guerra. È il Paese che, da questo punto di vista, sta facendo di più, a costo di contraddire la sua politica sovranista e populista

AP/Lapresse

A Varsavia i centri di accoglienza hanno spalancato le porte ai rifugiati ucraini fin dall’inizio dell’invasione russa. La capitale polacca è stata un esempio di solidarietà e ha offerto alloggio in ogni angolo della città: edifici comunali, hotel e centri sportivi sono diventati un posto sicuro per migliaia di profughi.

Anche il settore privato ha fatto la sua parte, liberando migliaia di uffici. Il Norwegian Refugee Council e il Wielka Orkiestra Świątecznej Pomocy (Wosp, Grande Orchestra della Carità di Natale), uno dei più grandi enti di beneficenza del Paese, hanno costruito un rifugio temporaneo all’avanguardia nella stazione ferroviaria di Varsavia Est.

Non solo. La città, di concerto con l’Unione europea, ha concesso ai cittadini ucraini uno status temporaneo simile a quello dei cittadini polacchi: in questo modo godono del libero accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione – ospedali e cliniche stanno già provvedendo alla salute di molti rifugiati, e dal 24 febbraio a oggi sono già nati 40 bambini ucraini.

«Sapevamo che la guerra sarebbe arrivata, ma non ci aspettavamo milioni di persone sfollate solo nel primo mese: non ci aspettavamo una simile tragedia», ha detto il sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski.

In un articolo pubblicato sull’Economist – che è un appello all’Europa, all’Occidente e a tutta la comunità internazionale – Trzaskowski racconta l’orrore visto in queste settimane, e il contraltare rappresentato dalla speranza che la sua città sta offrendo a molti ucraini.

Nel primo mese dall’inizio del conflitto la popolazione di Varsavia è aumentata del 17%, con picchi di 30mila nuove persone al giorno. «Dobbiamo ricordare che la maggior parte di ciò che stiamo facendo in Polonia è improvvisato. Ho dovuto chiamare i sindaci di altre città polacche ed europee per chiedere aiuto», scrive Trzaskowski. Perché nessuna città può essere preparata per un afflusso simile di nuovi abitanti. Nemmeno una capitale europea.

Nelle stazioni ferroviarie di Varsavia sono stati affissi cartelli per indirizzare le persone in altri centri dove c’è ancora un po’ di spazio per accogliere e provvedere ai nuovi arrivati: «Le grandi città in Polonia sono già sovraffollate, non aver paura di andare nelle città più piccole: sono pacifiche, hanno cibo, infrastrutture e sono ben equipaggiate», si legge.

La Polonia è diventata improvvisamente il Paese con la seconda popolazione di rifugiati al mondo, accogliendo quasi 3 milioni di persone. Si è dimostrata straordinariamente generosa con i rifugiati nonostante un governo, guidato da Mateusz Morawiecki del partito populista Diritto e Giustizia, da sempre apertamente ostile nei confronti dei migranti.

C’è un chiaro motivo geografico che ha spinto, o costretto, la Polonia ad accogliere così tanti ucraini in fuga dalla guerra. L’Ucraina è vicina e la Polonia è il Paese più grande, Russia esclusa.

Ma non solo. «Una risposta ovvia la si trova nella razza e nella religione di chi fugge dalla guerra: l’identità qui conta», scrive Amanda Taub su The Interpreter del New York Times. In passato i migranti che transitavano o volevano entrare in Polonia erano soprattutto musulmani mediorientali. Gli esponenti della destra polacca hanno costruito le proprie fortune politiche fomentando ostilità contro di loro, dicendo ai loro elettori che gli immigrati musulmani avrebbero minacciato l’identità e la cultura polacca.

Gli ucraini, europei, bianchi, non musulmani, non corrispondono al profilo che per anni è stato demonizzato a colpi di pregiudizio e difesa dell’identità.

«Tuttavia il fattore più significativo nell’atteggiamento di accoglienza della Polonia nei confronti dei rifugiati è che aiutarli vuol dire aiutare l’Ucraina nella lotta contro Putin. E per molti in Polonia, questa è autodifesa», si legge sul New York Times. È un discorso che riguarda la percezione della minaccia russa da parte della Polonia: solidarietà che si lega a un’idea di libertà e di difesa da Mosca.

Ma questo tipo di aiuto ai rifugiati ucraini potrebbe rivelarsi effimero, fragile. Se il conflitto dovesse durare a lungo – come suggeriva ad esempio il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg la settimana scorsa – la solidarietà polacca potrebbe sgretolarsi di fronte ad altre questioni di politica interna.

C’è stata una dinamica di questo tipo in Turchia con i rifugiati siriani: Ankara inizialmente era molto accogliente nei confronti dei siriani, e poi gradualmente si è resa conto che sarebbero rimasti lì a lungo termine e ha mitigato la sua risposta.

Il sistema di welfare e di risorse impiegate per i nuovi abitanti delle città polacche è un costo per le casse dei comuni e del Paese. A Varsavia i cittadini ucraini hanno avuto accesso all’istruzione gratuita e all’assistenza sanitaria gratuita in Polonia e 15mila bambini ucraini stanno già frequentando le scuole della città, altri 80mila sono in attesa di registrazione, e i funzionari pubblici della città stanno lavorando per registrare oltre 300mila persone ai programmi di servizi sociali polacchi. Il sindaco Trzaskowski l’ha definita una grande sfida anche finanziaria.

Le altre città del Paese fanno la loro parte. A un paio di settimane dall’inizio dell’invasione, il sindaco di Cracovia, Jacek Majchrowski, diceva che anche la sua città stava raggiungendo la capacità massima di accoglienza, a quota 100mila persone circa. Nella stazione ferroviaria principale sono state installate due grandi tende che servono cibo caldo e offrono materassini per dormire.

Przemyśl, nel sud-est del Paese, a meno di 16mila chilometri dal confine ucraino, è la città più attraversata dagli ucraini. Il sindaco Wojciech Bukan qualche settimana fa aveva accusato pubblicamente il leader della Lega, Matteo Salvini, in sua presenza, sventolandogli davanti agli occhi una maglietta con il volto di Putin.

Circa 350mila persone sono arrivate a Przemyśl dal 24 febbraio, in una città con una popolazione di circa 60mila abitanti.

I ristoranti danno da mangiare ai rifugiati invece che ai clienti abituali. Le palestre delle scuole sono ormai un dormitorio. Il quotidiano locale sta raccogliendo fondi per il sostegno psicologico ai bambini ucraini e polacchi traumatizzati dalla guerra.

Il New York Times ha pubblicato un lungo reportage dalla città a cura di Monika Pronczuk e Jeffrey Gettleman: «Qui sono state prese in considerazione tutte le possibili esigenze delle persone che fuggono dalle bombe russe, anche prendendosi cura dei loro animali domestici».

Una generosità che stona con la storia complicata e violenta di Przemyśl. Durante la Seconda guerra mondiale, nazisti e sovietici si alternarono nell’invasione della città. Il fiume San che attraversa la città era il confine tra le due aree di influenza. Verso la fine della guerra, quando i popoli sembravano allontanarsi, esplose un conflitto tra ucraini e polacchi, con grande spargimento di sangue.

Ma dal 24 febbraio scorso questa città sembra aver preso una decisione di grande valore: «Come gran parte della stessa Polonia, Przemyśl vede la lotta in Ucraina quasi come una propria battaglia, e ha accolto i rifugiati ucraini con un’ondata di sostegno, segnando un toccante reset nel lungo e complesso conflitto tra i popoli», si legge nel reportages.

Lo stesso sindaco Wojciech Bakun in passato ha co-fondato un partito nazionalista e populista, accusato anche di diffondere fake news anti-ucraine. Ma è sempre stato in prima linea da quando i carri armati russi hanno iniziato a puntare verso Kiev.

«Per secoli, gli ucraini hanno svolto un ruolo importante nel plasmare il patrimonio multiculturale della città. Una considerevole comunità di etnia ucraina vive qui da decenni e oggi conta circa 2mila persone. Le relazioni tra loro e l’etnia polacca sono costantemente migliorate. Ma quando ci sono problemi in Ucraina, anche qui possono scoppiare problemi», scrivono Monika Pronczuk e Jeffrey Gettleman sul New York Times.

L’accoglienza delle città ucraine è stata straordinaria in queste sette settimane, come straordinarie erano le circostanze e le esigenze. Da Varsavia a Przemysl, passando per Cracovia, sindaci, istituzioni pubbliche, cittadini e aziende private stanno facendo del loro meglio per contribuire a tamponare la ferita.

«Gli ucraini stanno combattendo non solo per la loro libertà – ha concluso il sindaco di Varsavia Trzaskowski nel suo appello – stanno combattendo anche per la nostra libertà, i nostri valori e la stabilità delle istituzioni transatlantiche. Durante la Seconda guerra mondiale, Hitler cercò di cancellare Varsavia dalla mappa europea e la città fu ridotta in macerie dai nazisti. Poi è risorta come una fenice dalle proprie ceneri. Kharkiv, Mariupol, Kherson e altre città ucraine sono state condannate a morte da Vladimir Putin. Più di molti altri nel mondo noi capiamo cosa significhi combattere, perseverare e ricostruire per il futuro. Dobbiamo aiutare gli ucraini a combattere e poi ricostruire il loro futuro. Ma non possiamo farlo da soli».