Accoglienza a due velocitàI brutali respingimenti illegali dei migranti in Serbia

Mentre in tutto il continente ci si contende il premio per la solidarietà ai rifugiati ucraini, migliaia di persone in arrivo da Iraq, Pakistan e Siria sono costrette a subire violenze, saccheggi e incursioni della polizia negli accampamenti, proprio ai confini sud-orientali dell’Unione europea

AP/Lapresse

I cinque uomini hanno lividi sulla schiena, sul petto, sulle gambe. Uno di loro mostra brutte lesioni alle mani. Vengono dalla Tunisia, e la polizia ungherese li ha appena riportati in Serbia. Sono stati colti di sorpresa poco dopo l’attraversamento del confine: gli agenti hanno rubato i loro soldi, distrutto i loro telefoni, e poi li hanno bastonati, stando attenti a evitare i volti. Dopo aver scoperto che uno dei cellulari era stato nascosto, i poliziotti hanno preso le dita del giovane proprietario e gliele hanno schiacciate con le pinze. Il messaggio è chiaro: per loro, in Europa, non c’è posto.

Le autorità di frontiera lavorano duramente affinché il concetto sia trasmesso in maniera efficace. Nel caso in cui i mezzi tradizionali non siano sufficienti, si passa ad altro. Come con Faisal, siriano: picchiato e bastonato fra le risate degli agenti, ha scoperto che per loro era possibile spingersi oltre: «Appena ho pensato avessero finito mi hanno lanciato addosso un cane», dice mostrando le ferite da morsi sul braccio.

«Notte dopo notte, in tutta l’Ungheria, le persone vengono catturate e riportate in Serbia senza la possibilità di chiedere asilo. Sono intrappolate alle frontiere dell’Unione europea a causa delle sue politiche ingiuste». Kathy è una volontaria dell’associazione Medical Volunteers International, e ha trascorso gli ultimi due mesi a fornire assistenza medica negli squat presenti alla frontiera settentrionale della Serbia: accampamenti informali dalle condizioni igieniche e sanitarie pessime, popolati da migliaia di persone in attesa di entrare in Europa.

Uomini, donne e bambini che vivono settimane o mesi al freddo, senza la minima assistenza, e che tentano ogni giorno il famigerato game, l’attraversamento della frontiera. Molte volte senza successo.

Kathy e il suo team hanno aiutato oltre duemila persone: «Tornano spesso con lesioni causate dal filo spinato, che letteralmente affetta la carne. È una forma di tortura, perché queste persone sono disperate, non si fermano nemmeno di fronte a simili ostacoli: abbiamo visto arti rotti e caviglie slogate a causa delle cadute», continua Kathy. «I migranti a volte vengono respinti dopo essere stati privati delle scarpe e dei vestiti più pesanti, ma anche delle medicine o degli ausili sanitari».

L’Ungheria è da tempo teatro di simili violazioni dei diritti umani verso i migranti. Il premier Viktor Orbán ha fatto della lotta all’immigrazione illegale il principale cavallo di battaglia delle sue campagne elettorali, compresa l’ultima, che l’ha portato all’ennesima rielezione.

Fino allo scoppio della guerra in Ucraina, l’ostilità dell’Ungheria nei confronti di chi tentava di entrare in Europa attraverso i suoi confini si è manifestata in più modi, delineando alcune delle politiche più brutali registrate tra i paesi dell’Unione Europea. «Per noi – disse Orbán nel 2016 – l’immigrazione non è una soluzione, ma un problema. Non una medicina, ma un veleno».

Dal momento dell’invasione russa dell’Ucraina, però, l’Ungheria – così come altri Paesi dell’Unione Europea, quali Polonia e Romania – ha cercato di cambiare la propria immagine: da nemico giurato dei profughi, Orbán si è precipitato, pochi giorni dopo l’inizio della crisi, a dichiarare di voler far «entrare tutti». E così è stato: degli oltre 4 milioni e 300mila persone in fuga dall’Ucraina, più di 380mila sono passate dall’Ungheria.

Il cambiamento di approccio è parso strumentale e finalizzato esclusivamente a guadagnare consenso elettorale in vista delle elezioni dello scorso 3 aprile. Ma i respingimenti illegali verso la Serbia continuano senza sosta. «I migranti vengono fermati. I rifugiati possono avere tutto l’aiuto» ha dichiarato Orbán recandosi al confine con l’Ucraina.

Tra il 2020 e il 2021, nella sola regione di Vojvodina, nel nord della Serbia, sono state respinte oltre 46mila persone: 22mila dall’Ungheria, 20mila dalla Romania. La maggioranza dei migranti, che perlopiù siriani e afghani, viene respinta più volte. A dimostrarlo, forse involontariamente, è l’agenzia europea Frontex, che ha registrato nel 2021 oltre 60mila attraversamenti illegali in Europa dai Balcani, nonostante alla fine di ottobre le persone transitate nell’area fossero state solo 26mila.

Il periodo intercorso dall’inizio della guerra in Ucraina non ha fatto eccezione, e non c’è distinzione tra i vari Paesi: «Ho sentito storie orrende – racconta Kathy –. Le persone principalmente dicono che la polizia rumena è la peggiore a causa delle botte e dei furti, ma ho visto persone respinte dall’Ungheria dopo essere state attaccate dai cani per un gioco della polizia e ho sentito racconti di famiglie con bimbi piccoli e neonati forzate a stare all’aperto per dieci ore a dieci gradi sotto zero».

L’Unione europea non sta facendo granché per limitare questi respingimenti: «L’anno scorso – aggiunge la volontaria – Frontex sospese le operazioni per via dell’illegalità delle pratiche ungheresi. Tuttavia, recentemente abbiamo avuto sempre più riscontri dai migranti che descrivevano agenti con indosso le uniformi di Frontex coinvolti nei respingimenti».

In Serbia, invece, i migranti arrivano soprattutto dalla Macedonia del Nord e dalla Bulgaria. Transitano prima in Grecia, ma preferiscono lasciare il territorio dell’Unione europea per avventurarsi nell’inferno balcanico: dal giugno del 2021 il Paese ha dichiarato la Turchia un Paese sicuro per chi proviene da Afghanistan, Siria, Somalia, Pakistan e Bangladesh, così la probabilità che le richieste di asilo siano rigettate è molto alta.

In Serbia, attualmente, sono presenti più di 4.600 migranti. Oltre 3.700 sono ospitati nei 19 centri governativi del Paese. Tutti gli altri vivono negli squat: «I campi profughi dovrebbero fornire assistenza medica, ma non accade molto di frequente», spiega Kathy.

Con l’innalzarsi delle temperature, è molto probabile che i profughi accampati negli squat aumenteranno. Gli squat si trovano tutti in località vicine al confine, ognuna con le sue caratteristiche, nessuna decente: «A Subotica – dice Kathy – circa 150 persone vivono in edifici abbandonati vicino alla ferrovia. Un luogo orribile, dove ci sono moltissimi minori che sembrano ormai immuni alle condizioni in cui vivono. Qui, un gruppo fascista ha recentemente attaccato i migranti dicendo di proteggere la popolazione». Questo tipo di unità paramilitare sembra collaborare con le autorità locali: danno la caccia ai migranti e una volta catturati li picchiano e chiamano la polizia per portarli via.

Questo è lo stato in cui vivono centinaia di persone alle porte dell’Unione europea. Le istituzioni europee stesse sembrano sostenere indirettamente queste dinamiche. A ottobre, il progetto di giornalismo collaborativo Lighthouse Report aveva pubblicato testimonianze di violenze contro i migranti da parte delle forze di polizia di Croazia, Romania e Grecia, spiegando come i costi delle attività degli agenti impegnati in Croazia nell’operazione “Koridor” fossero finanziati dal Fondo di sicurezza interna dell’Unione.

Tutto ciò, evidentemente, prosegue ancora oggi, nello stesso momento in cui l’Europa apre le porte a milioni di profughi ucraini (anche attraverso l’istituzione della protezione temporanea): «Quanto accaduto in Ucraina è terribile, e il suo popolo merita ogni aiuto possibile dall’Unione», dice Kathy. «Ma penso che questo debba essere esteso a tutte le persone forzate a lasciare il proprio Paese. I rifugiati che arrivano dalla Siria e dall’Afghanistan vanno incontro a xenofobia e detenzione forzata, mentre gli ucraini trovano braccia aperte nelle case delle persone».