Flora marittimaLa Posidonia oceanica sta scomparendo dal Mediterraneo, ed è un problema

Un ettaro di questa pianta può infatti ospitare fino a 350 specie diverse, e un metro quadrato di prateria oceanica può generare fino a 20 litri di ossigeno al giorno. Per fortuna ora c’è un progetto di riforestazione

Mitigare la crisi climatica passa anche dal mare, elemento vitale che quasi ci scordiamo, quando si parla di deforestazione. La situazione del Mediterraneo, in particolare, non è affatto felice: i fondali sono troppo sfruttati, inquinati e distrutti dalla pesca a strascico e dall’ancoraggio e questo comporta il deterioramento, o addirittura il rischio di scomparsa, di piante fondamentali per l’ambiente, come la Posidonia oceanica.

Questa pianta marina, che cresce esclusivamente nel Mediterraneo, ha un ruolo delicato e fondamentale nell’ecosistema perché grazie alla sua conformazione, è una pianta a tutti gli effetti, con radici, foglie, fiori e semi, rappresenta uno dei luoghi più ricchi di biodiversità: un ettaro di Posidonia può infatti ospitare fino a 350 specie diverse. «Non solo, l’importanza di questa pianta risiede anche nella sua capacità di produrre ossigeno e assorbire anidride carbonica, tramite il processo di fotosintesi clorofilliana: un metro quadrato di prateria di Posidonia oceanica può generare fino a 20 litri di ossigeno al giorno e immagazzinare in media circa 65 g di carbonio all’anno, contribuendo a contrastare l’effetto serra» Spiega Mariasole Bianco, co-founder Worldrise, onlus ideata da giovani professionisti che sviluppa progetti di conservazione e valorizzazione dell’ambiente marino. 

«Oltre ad essere un vero e proprio hotspot di biodiversità e un alleato chiave nella lotta al cambiamento climatico, le praterie di Posidonia stabilizzano e preservano il fondo marino e mitigano i fenomeni di erosione costiera, fungendo da vere e proprie barriere che attenuano l’energia dell’impatto delle onde sui litorali».

Per questo Worldrise ha avviato, in collaborazione con zeroCO2, società benefit e B Corp italiana che si occupa di sostenibilità ecosistemica attraverso progetti di riforestazione ad alto impatto sociale, un progetto di riforestazione di Posidonia oceanica nella zona di Golfo Aranci in Sardegna, che ha previsto anche il coinvolgimento delle scuole. «Siamo partiti dall’idea che rigenerare gli ecosistemi sia la chiave per il nostro futuro, ma non possiamo farlo senza parallelamente investire nelle attività di educazione e divulgazione sulle tematiche ambientali delle nuove generazioni e delle comunità costiere locali» argomenta Mariasole. 

Come si è arrivati al deterioramento e alla perdita di piante di posidonia?
«Le praterie di Posidonia oceanica sono in forte regressione in tutto il bacino del Mediterraneo, solo in Sardegna in 15 anni se ne sono persi 20.000 ettari. Le cause sono spesso legate ai cambiamenti climatici e all’impatto delle attività antropiche legate a fenomeni di inquinamento, pesca a strascico, costruzione o ampliamento di porti e ancoraggio indiscriminato delle imbarcazioni. Da qui nasce l’idea del nostro progetto dall’approccio nature-positive: per salvaguardare il futuro del nostro pianeta dobbiamo sì proteggerlo e usare le sue risorse in maniera sostenibile, ma anche cominciare attivamente a rigenerare gli ecosistemi che abbiamo danneggiato».

Con questa azione avete riforestato un’area di 100 metri quadri di Foresta Blu a Golfo Aranci, piantando 2500 piante posidoniacee. Anche la metodologia con cui si affronta la riforestazione ha un uso peso…
«Prestare attenzione ai nostri gesti per proteggere il mare significa salvaguardare il nostro futuro: con questo progetto possiamo agire in maniera concreta, sia per la tutela della biodiversità, sia per la lotta alla crisi climatica. Per questo abbiamo deciso di affrontare la riforestazione seguendo una metodologia che prevede l’utilizzo di materiali sostenibili, come il fitto intreccio di fibra di cocco, dove verranno posizionate le piantine. Questo servirà a tenerle in posizione nella fase iniziale, che è piuttosto critica, e poi si biodegraderà completamente. Inoltre verranno scelte piante già eradicate dalle mareggiate, quindi non verrà intaccata la prateria esistente. Questo è stato reso possibile grazie al contributo scientifico dell’I.S.S.D. (International School for Scientific Diving) e del Dott. Stefano Accunto, uno dei massimi esperti in Italia nel processo di piantagione della Posidonia».

La riforestazione marina è importante, ma prevenire è sempre meglio che curare: è importante che si crei nella società la coscienza del problema, in modo da difendere gli ecosistemi. «Il progetto Posidonia porta con sé un forte potere di sensibilizzazione.

L’obiettivo è infatti far capire quanto sia difficile e costoso ricreare un habitat naturale, soprattutto nei mari» interviene Andrea Pesce, founder zeroCO2. «Purtroppo il tempo a nostra disposizione per agire è poco e le contromisure da attuare sono tante.  Un esperto in climate change all’ultima COP 26 rispondendo alla domanda: “Cosa possiamo fare contro la crisi climatica?” ha detto: “Tutto!”. Questo ci fa capire quante siano le misure da prendere nei confronti degli effetti del cambiamento climatico: dalle azioni dei singoli, alle multinazionali, passando per le istituzioni dobbiamo fare tutti la nostra parte. Per questo abbiamo collaborato con Worldrise: la nostra missione è quella di sviluppare soluzioni per mitigare la crisi climatica, partendo da questo punto cerchiamo progetti che creino un impatto concreto. Le nostre azioni di riforestazione hanno tutte una forte componente sociale, andiamo a riforestare dove c’è bisogno e dove il degrado ambientale è correlato a difficoltà sociali. Per quanto riguarda la riforestazione marina abbiamo invece puntato su un progetto dal forte richiamo comunicativo, per raccontare che viviamo in un enorme ecosistema, dove terra e mari sono profondamente legati». 

La Posidonia oceanica si trova solo nel mar mediterraneo, che tra surriscaldamento e microplastiche versa in grande difficoltà. Quanto è grave il quadro della situazione?
Il Mediterraneo è molto minacciato, quasi interamente per cause riconducibili all’uomo. Tra le principali problematiche ci sono il sovrasfruttamento dei fondali attraverso la pesca, l’inquinamento, l’introduzione di specie non native e più in generale gli effetti del cambiamento climatico (acidificazione, riscaldamento). Nello specifico la pesca a strascico, che teoricamente sarebbe vietata nei posidonieti ma che viene ugualmente praticata in alcune zone, provoca lo sradicamento di intere praterie, andando a distruggere i delicati equilibri marini. Un altro fenomeno particolarmente dannoso è quello dell’ancoraggio indiscriminato. Questi fenomeni sono poi aggravati dal fatto che il Mediterraneo sia un bacino semichiuso caratterizzato da una forte pressione demografica, urbana e industriale; gli studi più recenti dicono che le tonnellate di plastica che vi vengono riversate ogni anno sono circa 230mila». 

Quali sono le aree più a rischio e perché?
«Senza dubbio quelle costiere, dove l’attività umana si fa sentire con maggiore intensità. Pesca indiscriminata (sia subacquea che a strascico), ancoraggio, scarichi inquinanti di pescherecci e imbarcazioni, plastiche e microplastiche si concentrano soprattutto lì. Ma le zone costiere sono anche le più abitate da quegli ecosistemi che hanno bisogno della luce solare, come i posidonieti che ne necessitano per la fotosintesi».

Quali altre specie marine sono in pericolo nel mediterraneo?
«Pur essendo un mare molto piccolo per estensione, Il Mediterraneo è un mare ricco di biodiversità: nelle sue acque vivono più di 12mila specie, che però purtroppo risultano in costante diminuzione. Da quello che ci dicono i report ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sono cinque le specie fortemente minacciate: oltre alle praterie di Posidonia oceanica sono a rischio diverse specie di Coralli bianchi endemici delle acque mediterranee. Altre specie a rischio sono la Nacchera di mare, la foca monaca e il mollusco Patella ferrosa. Il fatto allarmante è che la perdita di queste specie è collegata: la perdita di ecosistemi come quello di Posidonia mette in pericolo tutte le specie che vi gravitano intorno».