La moda dei Reels Guardiamo sempre più video su Instagram e la colpa è dell’algoritmo

Instagram sta diffondendo contenuti mediali di pochi secondi che riempiono le nostre home, sulla scia di TikTok, il colosso cinese. Tuttavia, questa nuova tendenza potrebbe rivelarsi dannosa per i creatori delle piattaforme

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Secondo il sito Recode, in una recente videoconferenza tra gli azionisti di Meta – il gruppo che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e altri servizi –, il CEO Mark Zuckerberg avrebbe menzionato i Reels «almeno venti volte». I Reels sono una funzionalità aggiunta da Instagram nell’agosto del 2020 con cui è possibile pubblicare e condividere brevi video, da produrre e tagliare direttamente sul proprio smartphone.

L’aggiunta dei Reels fu un’esplicita risposta al successo di TikTok, social network di proprietà del gruppo cinese ByteDance, cresciuto del 59,8% nel 2020 e di un ulteriore 40% nel 2021, che si è imposto proprio mentre Facebook ha perso per la prima volta utenti e Instagram ha accusato perdite di rilievo tra gli utenti più giovani.

Negli ultimi mesi i Reels hanno trovato un posto sempre più di rilievo all’interno dell’app di Instagram, venendo spesso favoriti sul feed principale rispetto ai contenuti tradizionali. A giudicare dall’indiscrezione di Recode, questa tendenza non è destinata a interrompersi: l’azienda spinge sui Reels – stati lanciati anche su Facebook, in alcuni paesi –, che Zuckerberg ha definito lo scorso febbraio «il nostro format dalla crescita più veloce».

La decisione di concentrarsi sui video è destinata ad avere un impatto anche sui creators della piattaforma, che sono incentivati a produrre Reels da alcuni cambiamenti dell’algoritmo interno. Secondo uno studio realizzato dal think tank Integrity Institute, infatti, dei venti contenuti più visti su Facebook nell’ultimo trimestre del 2021, undici erano Reels. In particolare, «Facebook sembra aver smesso di amplificare link riguardanti la salute [come fatto dall’inizio della pandemia, Ndr], rimpiazzandoli con Reels di Instagram».

Secondo Annie Rauwerda del sito di news tecnologiche Input, infatti, «non è chiaro se l’ottima performance dei Reels sia il risultato di contenuti buoni e coinvolgenti o dell’implacabile spinta dei video da parte di Meta». La svolta decisa dal gruppo in favore dei video ha ricordato a molti osservatori un precedente fenomeno iniziato 2014 e chiamato «pivot to video».

All’epoca fu Facebook a guidare il cambiamento, con un’aggressiva campagna di promozione dei video nella piattaforma. Contenuti di questo tipo venivano spinti dall’algoritmo assicurando molte visualizzazioni e interazioni a chi li produceva.

Il pivot è un momento piuttosto importante nella vita di una start-up: avviene quando la missione della società «svolta», cambiando radicalmente per concentrarsi su un settore o un’applicazione diversa. La stessa Instagram nacque come BURBN, un servizio per la geolocalizzazione simile a Foursquare, che nel 2010 cambiò nome e funzione, puntando sulle fotografie e diventando il social network che conosciamo.

Tra il 2014 e il 2016 Facebook sembrò prepararsi a un pivot simile, annunciando l’ambizione di trasformarsi in un social network dominato dai video, e modificando il proprio algoritmo per favorire contenuti di questo tipo. Lo stesso Zuckerberg disse che entro cinque anni «la maggior parte dei contenuti su Facebook» sarebbero stati video.

La svolta ebbe ripercussioni profonde anche nel mondo del giornalismo: molte testate decisero (o furono costrette a farlo) di seguire le indicazioni della piattaforma, assumendo personale nel settore video e sacrificando giornalisti ed editor tradizionali. Secondo una stima del 2018, i posti di lavoro persi in quel periodo – in un settore già da tempo interessato a tagli e licenziamenti – furono circa 480.

Peccato che tutto questo fosse basato su dati a dir poco fallaci. Nel settembre del 2016, infatti, fu Facebook stessa ad ammettere di avere dato agli editori dei dati errati sui risultati di questi video, aumentandoli in alcuni casi del 900% (secondo i documenti legati a una causa legale chiusa da Facebook nel 2019, sborsando 40 milioni di dollari ad alcuni inserzionisti).

Oltre ad aver causato inutili tagli nel settore giornalistico, il pivot to video si rivelò dannoso per Facebook stessa, come raccontato dal Wall Street Journal nel 2021, in una storia sul calo di utenti nella piattaforma. Il team a cui era stato affidato il compito di capire quali fossero i motivi del declino dell’engagement tra gli utenti, concluse che «la prevalenza di video e altri contenuti prodotti professionalmente» fosse parte del problema.

La svolta verso i video ferì il già debole settore giornalistico ma non fece bene nemmeno a Facebook e al suo rapporto con i creators. Non è difficile scorgere le similitudini tra gli eventi del 2014-2016 e gli odierni piani di Meta, che stanno già costringendo influncer e creator di Instagram a rivedere le proprie abitudini, mentre i dubbi sulla veridicità delle metriche riguardanti i video rimangono.

I video necessitano di più tempo «ma molti utenti non vogliono guardarli», ha spiegato la giornalista Rebecca Jennings di Vox. Secondo la fashion blogger Rosey Beeme, quando ha chiesto ai suoi 180mila follower quali contenuti preferissero, la maggioranza ha risposto che preferiscono le foto. Ma l’algoritmo pretende nuovi video, spingendo influencer ma anche attori, celebrità e musicisti a intensificare la produzione di contenuti quotidiani, anche banali, a patto che siano personali e «divertenti».

Né creator né il pubblico sembrano particolarmente interessati ai video. Non così tanti video, quanto meno. Ma poco importa: il dado è tratto e l’azienda, anzi l’algoritmo, ha già deciso.